Che cosa è il “Boscarin” istriano? Il gigante bianco

Giuseppe Sartore

Gennaio 2, 2026

Il Boscarin Istriano

Non esiste immagine più potente, per chi porta l’Istria nel sangue, del Boscarin istriano che affonda lo zoccolo nella terra rossa. È un legame carnale, quasi violento nella sua intensità, quello che unisce questo gigante mansueto al suolo aspro della nostra penisola. Guardare un Boscarin non significa osservare un semplice animale da lavoro, ma contemplare una creatura che sembra essere stata plasmata dallo stesso fango argilloso e dalla stessa groma carsica che ha spezzato la schiena a generazioni di nostri contadini. Una presenza statuaria che per secoli ha trasformato la desolazione della pietraia in vigneti rigogliosi e campi fertili. Non era solo forza motrice prima della meccanizzazione; era il compagno silenzioso del vecio, colui che conosceva la fatica meglio di chiunque altro. In quegli occhi grandi e umidi si rifletteva la durezza della vita nelle nostre campagne, dove la bora spazzava via le debolezze e lasciava in piedi solo chi aveva radici profonde. Il Boscarin è l’incarnazione zoologica della nostra gente: robusto, capace di sopportare carichi inumani, ma profondamente, indissolubilmente legato a quella terra che molti hanno dovuto, con strazio, abbandonare.

Osservate la nobiltà di queste bestie, vere e proprie cattedrali viventi che si muovono con una grazia insospettabile per la loro mole. C’è un’estetica antica, quasi imperiale, nella curvatura delle loro lunghe corna, che si innalzano verso il cielo come una lira suonata dal vento dell’Adriatico. Il Boscarin istriano non cammina, procede; non tira l’aratro, ma guida il solco del destino attraverso le valli dell’interno, da Pinguente fino alle piane di Dignano. È un monumento di muscoli e nervi che celebra la bellezza della fatica, quella fatica costruttrice che ha reso l’Istria un giardino di civiltà tra le barbarie della storia. La sua figura si stagliava contro l’orizzonte come un guardiano candido, simbolo di un ordine naturale e gerarchico dove l’uomo e la bestia collaboravano per piegare la natura selvaggia ai bisogni della civiltà. In un’epoca che ha dimenticato la sacralità del sacrificio fisico, il ritorno di questi animali è un inno alla bellezza virile del lavoro, un quadro vivente che nessun trattore moderno potrà mai eguagliare per poesia e potenza evocativa. 

Il boscarin istrianoIl Boscarin ci insegna una lezione morale che, noi esuli e figli di esuli, conosciamo fin troppo bene: la capacità di sopportare il giogo senza perdere la dignità. Per decenni, questo animale ha incarnato il motto “Duri i banchi”, resistendo alle intemperie, alla scarsità di cibo e alla durezza del lavoro nei campi. È lo specchio dell’anima istriana: silenziosa, laboriosa, mai incline al lamento inutile. Quando la storia ci è crollata addosso, quando le foibe hanno inghiottito i nostri fratelli e l’occupazione titina ha cercato di cancellare la nostra identità, noi siamo stati come il Boscarin: abbiamo continuato ad arare il solco della vita, anche lontano da casa, anche quando il peso sembrava insopportabile. Non abbiamo mai molato. La quasi estinzione di questa razza negli anni Novanta e la sua successiva, tenace ripresa sono la metafora perfetta della nostra storia. Sembrava tutto finito, sembrava che la modernità e l’oblio dovessero cancellare ogni traccia di quel mondo rurale, eppure la fibra forte ha resistito. Il bue istriano non si è lasciato morire, così come non è morta la nostra cultura, sopravvissuta all’esodo e alla dispersione.

C’è una dimensione intima, quasi sacra, nel ricordo del Boscarin. Per i bocia di un tempo, la stalla non era solo un luogo di lavoro, ma il cuore caldo della casa, dove nelle sere d’inverno si andava a cercare tepore vicino al fianco enorme di queste bestie. Ricordo i racconti di chi, prima di andar via per sempre, è andato a salutare il proprio bue con le lacrime agli occhi, consapevole che quella separazione era definitiva quanto l’addio alla casa avita. C’era un dialogo fatto di sguardi e di piccoli gesti, un favellar silenzioso tra l’uomo e l’animale che andava oltre la semplice utilità economica. Il profumo del fieno, il rumore ritmico della masticazione, il calore del fiato animale nelle mattine gelide: sono frammenti di un mosaico domestico andato in frantumi con il Trattato di Pace del 1947. Oggi, rivedere un Boscarin non è solo zoologia, è come ritrovare un vecchio parente che credevamo perduto, è riaprire un cassetto della memoria dove avevamo chiuso, per non soffrire troppo, la dolcezza di una vita semplice e onesta, spazzata via dalla furia della storia.

Ma oggi il sole torna a splendere sul dorso bianco del Boscarin, e questa è una musica che ci riempie il cuore. Dopo aver rischiato di scomparire, schiacciato dalla meccanizzazione e dall’incuria di chi ha occupato le nostre terre, il “Grande Bue” sta conoscendo una seconda giovinezza. Vederlo pascolare di nuovo, magari vicino ai vigneti dove nasce il Rejon, è come sentire una canzone antica che viene intonata di nuovo, più forte e chiara. È la dimostrazione che le radici non si possono tagliare del tutto, che la terra, alla fine, riconosce i suoi figli legittimi. Questa rinascita non è solo un fatto agricolo o turistico; è un simbolo potente di orgoglio identitario. Il Boscarin che torna a popolare l’Istria ci dice che la nostra storia non è finita, che il legame con quei luoghi è vivo e che, nonostante tutto, la natura stessa dell’Istria conserva un’anima che parla la nostra lingua. È un invito a non dimenticare, perché finché ci sarà un Boscarin a tirare il carro della memoria, l’Istria che amiamo non sarà mai veramente perduta.