L’8 Gennaio 1918 è una data che la storiografia, soprattutto quella scolastica che i nostri ragazzi sono obbligati ad accettare, celebra come l’avvento della “luce” nelle relazioni internazionali; ma per chi ha a cuore l’interesse nazionale italiano rappresenta l’inizio di una grande truffa. Mentre i ragazzi del ’99 e i veterani della Terza Armata congelavano nelle trincee o si preparavano a dare la vita per fermare l’austriaco sul Piave, a Washington, in un comodo ufficio riscaldato, il presidente Woodrow Wilson presentava al Congresso i suoi celebri “14 Punti”.
Questo documenti ci è sempre stato venduto come il vangelo della pace, il trionfo dell’autodeterminazione dei popoli. Ma sappiamo bene che la verità, cruda e documentata, è che quel testo fu la piccozza che sgretolò il Patto di Londra, l’accordo per cui l’Italia era entrata in guerra e per il quale aveva mandato al fronte 600.000 dei suoi figli migliori.
Il Punto 9: la trappola semantica
Il veleno per l’Italia era nascosto nel Punto IX: “La sistemazione delle frontiere dell’Italia dovrà essere effettuata secondo le linee di nazionalità chiaramente riconoscibili”.
Suona bene? Assolutamente no, era una condanna. Il Patto di Londra (1915) ci garantiva non solo Trento e Trieste, ma l’Istria e buona parte della Dalmazia settentrionale. Ci garantiva il controllo strategico dell’Adriatico, per evitare che quel mare tornasse ad essere una minaccia per le nostre coste scoperte. L’idealismo wilsoniano, applicato con due pesi e due misure, decise invece di ignorare la storia millenaria; ignorò che le città della costa dalmata (tra cui Zara, Sebenico, Ragusa) respiravano cultura veneta e romana da secoli. Wilson guardò le statistiche demografiche dell’entroterra slavo (facendo un tutt’uno con la costa) e decise che l’Italia non aveva diritti.
Nascita della “Vittoria Mutilata”
Mentre l’Impero Britannico e la Francia si spartivano le colonie tedesche e ridisegnavano il Medio Oriente a loro piacimento (altro che autodeterminazione!), all’Italia veniva applicato il rigore morale. Si favorì la nascita di un regno artificiale di Jugoslavia (il regno dei Serbi, croati e sloveni) una “creatura” prediletta dalle logge internazionali dell’epoca, a discapito dell’alleato italiano che aveva contribuito in modo decisivo al crollo degli Imperi Centrali, sacrificando anche la vita dei propri giovani. A Versailles, l’anno dopo, i nostri diplomatici si trovarono davanti un muro di gomma eretto proprio su quei 14 punti. Si arrivò al punto che Wilson si rivolse direttamente al popolo italiano scavalcando il governo di Roma, un gravissimo atto di ingerenza politica, con l’obiettivo di convincerci a rinunciare a Fiume ed alla Dalmazia.
La lezione per l’oggi
Ricordare l’8 gennaio oggi non è sterile revanscismo, ma lucidità politica. Mi spiego meglio, la storia del Punto 9 ci insegna che l’interesse nazionale non può mai essere delegato a garanti esterni, per quanto “democratici” o “alleati” si dichiarino. L’internazionalismo astratto, quello che ieri disegnava confini sulla carta geografica senza conoscere la storia e oggi impone normative europee senza conoscere l’economia reale, è sempre nemico delle identità concrete. L’8 gennaio 1918 l’Italia imparò a sue spese che i “principi universali” sono spesso il paravento per gli interessi geopolitici altrui. Una lezione che, a distanza di oltre un secolo, faremmo bene a non dimenticare mai.
