Foibe: lo sfregio di Cagliari e la memoria tradita

Giuseppe Sartore

Febbraio 6, 2026

Foibe lo sfregio di Cagliari e la memoria tradita

Io non ci sto. Non ci sto a vedere i muri delle nostre città imbrattati dal fango della menzogna, proprio mentre ci prepariamo a onorare chi ha pagato con la vita la sola colpa di essere italiano. A Cagliari, certi figuri che si definiscono “antifascisti” hanno deciso di sputare sulle tombe senza croce di migliaia di martiri, celebrando quegli stessi partigiani jugoslavi che furono aguzzini, macellai, assassini.

Volete parlare di “onore”? Dov’era l’onore quando legavate i polsi ai nostri fratelli con il filo di ferro per scaraventarli vivi nell’oscurità delle foibe? Dov’era l’onore quando stupravate donne e infoibavate sacerdoti colpevoli solo di pregare in italiano? Questa non è politica, è decadenza morale. È il ritorno di un odio tribale che usa la stella rossa per coprire il vuoto di un’anima che non conosce il rispetto per i morti. Questi manifesti sono proiettili di carta, un’offesa a quella Legge 92 del 2004 che ha rotto, dopo sessant’anni, la congiura del silenzio. Vi illudete di poter riscrivere la storia con la colla dei vostri manifesti abusivi, ma la verità ha le radici profonde come i pozzi del Carso.

La sagra dell’ipocrisia e la stella rossa del nulla

Ma vi rendete conto? Qui abbiamo dei tizi, dei fenomeni del collettivo “Atzioni Antifascista”, che nel 2026 sentono il bisogno fisico di inneggiare a un dittatore slavo! Ma non vi vergognate? Tito, uno che ha fatto sparire migliaia di persone nelle voragini naturali solo perché parlavano la lingua sbagliata. E questi che fanno? Mettono la partigiana col berrettino con la stella rossa e scrivono “onore”. Ma quale onore?

È la solita rissa ideologica di chi vorrebbe trasformare il 10 febbraio nel “giorno del ricordo partigiano”. Ma fatemi il piacere! Il 10 febbraio è il giorno di chi è stato cacciato, di chi ha perso la casa, la terra, tutto. Ma a voi non ve ne frega nulla, vero? Vi basta provocare, vi basta sporcare la memoria per sentirvi ancora vivi in qualche centro sociale occupato. Sindaco di Cagliari, ma che aspetti a staccare quegli schifi? Libertà di espressione non significa libertà di insultare i morti e gli esuli che hanno ricostruito l’Italia col sudore, non con le molotov!.

Il “Manuale del Perfetto Negazionista”: fatti contro slogan

Passiamo ai fatti, perché quelli, a differenza dei manifesti di Cagliari, hanno il vizio di restare. Il “coordinamento antifascista sardo” sostiene che si debba rendere onore ai partigiani di Tito. Curioso. Vediamo cosa dicono i documenti, quelli veri, non i volantini ciclostilati tra una canna e l’altra. Nel maggio-giugno del 1945, mentre l’Europa festeggiava la fine della guerra, l’O.Z.NA. (la polizia segreta jugoslava) procedeva a deportazioni di massa di civili, magistrati, guardie forestali e maestri elementari.

In migliaia furono eliminati solo in quell’ondata di “liberazione”. Erano forse tutti pericolosi gerarchi? No, erano il tessuto civile dell’italianità nella Venezia Giulia. Il capolavoro del sarcastico ribaltamento della realtà sta proprio qui: celebrare come “liberatori” coloro che hanno instaurato una cappa di oppressione che ha costretto 350.000 persone all’esodo. Ricordiamo che denunciare è giusto, ma la memoria si difende anche nelle scuole, dove per decenni il mainstream ha preferito ignorare che Zara fu rasa al suolo non per errore, ma per un piano scientifico di Tito atto a eliminare l’enclave italiana. La verità è che per certa sinistra la foiba non è una cavità carsica, ma un buco nero nella propria coscienza.

Nostalgici del comunismo e altre perdite di tempo

A Cagliari hanno affisso dei manifesti per celebrare i partigiani slavi. Dicono che la cosa susciti grande scandalo. A me, francamente, suscita solo una profonda noia mista a fastidio. Che questi giovanotti provino un orgasmo ideologico davanti a una stella rossa o a un tizio che portava i sandali mentre infoibava i nostri connazionali, è un problema che riguarda la loro igiene mentale, più che la politica.

La realtà è semplice, terra-terra: c’è stata una pulizia etnica, punto. Ci hanno rubato le terre, le case e la dignità, e l’hanno fatto con la scusa della rivoluzione. Oggi, vedere questi eredi del nulla che cercano di rovinare il Giorno del Ricordo è come vedere un vandalo che riga una macchina perché non può permettersela. Sono dei falliti della storia che si aggrappano ai residuati bellici del secolo scorso. Invece di chiedere la rimozione dei manifesti, bisognerebbe ignorarli: non c’è peggior punizione per un egocentrico che il silenzio. Ma tant’è, siamo in Italia, dove si discute ancora se il sangue degli italiani di serie B pesi quanto quello degli altri. Fatevene una ragione: il comunismo è morto, ma i suoi vedovi sono ancora tra noi e hanno pure i soldi per la colla.

La Storia come condanna: l’eterno ritorno dell’odio

Guardando quelle immagini che giungono dalla Sardegna, non posso fare a meno di provare una sottile, malinconica stanchezza. Ho visto molte stagioni di questa nostra Italia, ma il vizio di rinnegare se stessi sembra essere l’unico tratto immutabile del nostro carattere nazionale. Celebrare i partigiani jugoslavi a ridosso del 10 febbraio non è un atto politico, è un peccato contro lo spirito. È come se un francese celebrasse l’occupazione prussiana o un polacco i carri armati sovietici.

L’Istria, Fiume e la Dalmazia sono state per secoli il giardino di Venezia e di Roma, culle di civiltà che hanno dato i natali a giganti come Tartini e Tommaseo. Vedere quel passato ridotto a uno slogan per collettivi antagonisti è la prova della nostra piccola preistoria domestica che non vuole farsi nazione. Questi manifesti sono lo specchio di un’Italia che preferisce il carnefice straniero al fratello profugo, lo stesso che nel 1947 veniva accolto a sassate nelle stazioni dai “compagni” ferroviari. La storia non si cancella con un manifesto abusivo; essa rimane lì, severa, a ricordarci che chi non onora i propri martiri è destinato a non avere futuro. Mi auguro che i giovani di Cagliari abbiano la curiosità di aprire un libro vero, prima di imbrattare un muro. Ma forse chiedo troppo a un’epoca che ha sostituito la biblioteca con la bomboletta spray.