OPEC: chi ci guadagna davvero sul prezzo del petrolio

Giuseppe Sartore

Marzo 10, 2026

Chi ci guadagna davvero sul prezzo del petrolio

Te lo sei mai chiesto davvero? Quando fai il pieno e vedi quel numero salire sul display della pompa, quando leggi sui giornali che il barile ha toccato quota centootto dollari e senti parlare di crisi energetica, ti sei mai fermato a riflettere su chi, dall’altra parte del mondo, sta brindando? Perché qualcuno brinda, mentre tu stringi i denti e fai calcoli per arrivare a fine mese. Il prezzo del petrolio non è una questione astratta, una cifra che fluttua per magia sui mercati finanziari, No! È potere allo stato puro, è geopolitica, è ricchezza che si sposta da una tasca all’altra, da un continente all’altro.

L’OPEC: il cartello che tiene il mondo per il collo

Dodici paesi, dodici nazioni che si sono messe d’accordo decenni fa per controllare quello che scorre nelle vene dell’economia mondiale: il petrolio. L’Organization of the Petroleum Exporting Countries, meglio conosciuta come OPEC, non è un’organizzazione benefica, non si riunisce per fare del bene all’umanità. Si riunisce per decidere quanto oro nero immettere sul mercato e a che prezzo venderlo.

Questi dodici membri detengono la maggior parte delle riserve mondiali di petrolio. La maggior parte si trova in Medio Oriente, quella polveriera che da sempre tiene il mondo con il fiato sospeso. L’Arabia Saudita da sola fa la parte del leone, poi c’è l’Iran, l’Iraq, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti; in Africa, Nigeria e Angola; in Sud America, il Venezuela. E la Russia?Mosca non fa parte dell’OPEC ufficialmente, ma gioca la sua partita, è un produttore talmente grande che quando decide di muoversi, il mercato trema comunque.

Insieme, questi paesi producono circa il quaranta percento del petrolio mondiale. Non sembra tantissimo, vero? Eppure basta, basta eccome per influenzare i prezzi, per decidere se il barile deve costare cinquanta dollari o centocinquanta. Come fanno? Aprono o chiudono i rubinetti. Aumentano la produzione quando vogliono far scendere i prezzi, la tagliano quando vogliono farli salire. E noi? Noi stiamo a guardare.

Quando il prezzo sale: chi ci guadagna e chi paga il conto

Gennaio 2014. Il barile di Brent, quello che si estrae dai giacimenti del Mare del Nord e che fa da benchmark per il mercato europeo, quota centootto dollari. Centootto! Un anno dopo, nel gennaio 2015, era crollato a cinquantacinque. Quasi la metà. Cosa era successo? Gli Stati Uniti erano diventati improvvisamente molto meno dipendenti dall’import grazie alle nuove tecnologie di estrazione. Il fracking, quella tecnica controversa che spacca le rocce per tirare fuori il petrolio, aveva trasformato l’America, da grande importatore a esportatore, e l’OPEC? Invece di tagliare la produzione per sostenere i prezzi, aveva deciso di mantenere i rubinetti aperti. Strategia precisa: far crollare i prezzi, mettere in ginocchio i produttori americani che con il petrolio a cinquanta dollari non ci stavano dentro con i costi, riconquistare le quote di mercato.

Ma torniamo alla domanda fondamentale, chi ci guadagna quando il prezzo del petrolio sale? La risposta è ovvia: i produttori. Russia, Arabia Saudita, Nigeria, Iran. I loro bilanci statali dipendono pesantemente dalle entrate petrolifere, quando il barile vola alto, possono permettersi di tutto. Investimenti faraonici, programmi militari, sussidi alla popolazione per mantenere la pace sociale. L’Arabia Saudita ha bisogno che il prezzo stia sopra una certa soglia per finanziare il suo welfare, per pagare la fedeltà delle tribù, per costruire le sue città futuristiche nel deserto. La Russia idem, Mosca usa i petrodollari per finanziare le sue ambizioni imperialistiche

E chi perde? Tu, Io, chiunque debba fare il pieno. Le compagnie aeree che vedono schizzare i costi del carburante e ti rifilano supplementi sui biglietti, le aziende di trasporto che aumentano le tariffe. Alla fine, ogni centesimo in più sul barile si traduce in inflazione, in costi che si scaricano sul consumatore finale.

C’è una seconda faccia della medaglia, però. Quando i prezzi crollano gli automobilisti festeggiano, fare il pieno costa meno, viaggiare diventa più economico. Ma Russia e Nigeria? Affondano; la Nigeria, che dipende dal petrolio per oltre il novanta percento delle sue esportazioni, va in crisi nera. Anche l’Arabia Saudita, pur ricchissima, comincia a sudare. È un gioco a somma zero. Quando qualcuno vince, qualcun altro perde.

Ma c’è un particolare che spesso sfugge. Il petrolio non è tutto uguale, esiste il petrolio “light”, leggero, facile da raffinare, produce più benzina, più diesel, costa meno trasformarlo. Ed esiste il petrolio “sweet”, dolce, con poco zolfo. Poi c’è quello “sour”, aspro, pieno di impurità. Il Brent del Mare del Nord è light e sweet. Facile da lavorare, resa alta. Il greggio del West Texas è intermediate, una via di mezzo. Quello che si estrae in Africa e in Medio Oriente? Dipende dai giacimenti. Ma in generale, più il petrolio è di qualità, più vale. E più chi lo possiede può dettare legge.

Poi c’è la questione dell’uso finale. Il petrolio non serve solo per far andare le auto, serve per produrre energia elettrica quando non ci sono alternative. Serve per produrre plastica, fertilizzanti, asfalto, prodotti chimici di ogni tipo. Senza petrolio, il mondo come lo conosciamo si fermerebbe. Ecco perché chi controlla il petrolio controlla il mondo. Ecco perché le guerre in Medio Oriente non finiscono mai. Ecco perché la Russia può permettersi di sfidare l’Occidente: ha il gas, ha il petrolio, e l’Europa ne ha bisogno. La dipendenza energetica è la catena invisibile che lega le nazioni.

Ma torniamo all’OPEC e alla sua strategia. Nel 2016, dopo aver tenuto aperte le saracinesche per far crollare i prezzi e massacrare i concorrenti americani, l’OPEC ha cambiato musica. Ha deciso di tagliare la produzione. Accordo storico con la Russia, che pur non essendo membro ufficiale ha accettato di giocare la partita insieme. Obiettivo: far risalire i prezzi. E infatti sono risaliti. Il Brent è tornato sopra i settanta dollari. L’economia russa ha ripreso fiato. L’Arabia Saudita ha potuto continuare a comprare armi americane per miliardi di dollari. E noi? Abbiamo ripreso a sborsare di più alla pompa.

C’è poi un aspetto che raramente viene raccontato con chiarezza. L’OPEC non è un blocco monolitico. Al suo interno ci sono tensioni, rivalità, odi antichi. Arabia Saudita e Iran sono nemici mortali. Riad è sunnita, filo-occidentale, alleata degli USA. Teheran è sciita, anti-americana. Quando l’OPEC si riunisce, questi due pesi massimi devono trovare un accordo. Non è facile, a volte ci riescono, a volte no. E quando non ci riescono, i prezzi impazziscono. Il mercato odia l’incertezza, ogni volta che c’è tensione in Medio Oriente, ogni volta che scoppia una crisi, il petrolio schizza verso l’alto. Paura di interruzioni nelle forniture, paura che qualche terminale petrolifero salti in aria, paura che lo Stretto di Hormuz, dove passa un terzo del petrolio mondiale via mare, venga bloccato, come stiamo vedendo in questi giorni.

E mentre i grandi giocatori si spartiscono la torta, mentre decidono chi deve arricchirsi e chi deve impoverirsi, c’è un dato che dovrebbe farci riflettere. Il petrolio è una risorsa finita. Tra quanto finirà? Difficile dirlo. Le stime variano, c’è chi dice cinquant’anni, chi dice cento, ma prima o poi finirà. E allora? Allora chi avrà investito in energie alternative, chi avrà costruito pannelli solari, turbine eoliche, centrali nucleari di nuova generazione, avrà vinto. Chi sarà rimasto aggrappato al petrolio come un naufrago a un relitto, affonderà. L’Arabia Saudita lo sa. Ecco perché sta tentando di diversificare la sua economia, di investire in tecnologia, turismo, finanza. La Russia? Meno. Mosca continua a puntare tutto su gas e petrolio. È una scommessa pericolosa.

Ma fino a quel giorno, fino a quando l’ultima goccia non sarà stata estratta, il gioco continuerà. L’OPEC continuerà a riunirsi, a decidere, a manipolare. I prezzi continueranno a oscillare secondo logiche che sfuggono al cittadino comune. E noi continueremo a pagare. A pagare il conto di scelte fatte a migliaia di chilometri di distanza, senza chiederci il permesso, senza nemmeno informarci davvero. Perché il petrolio, alla fine, è questo: potere concentrato nelle mani di pochi, esercitato sui destini di molti. E finché non troveremo il coraggio di spezzare questa catena, di liberarci da questa dipendenza, continueremo a essere ostaggi. Ostaggi del prezzo del barile, ostaggi delle decisioni dell’OPEC, ostaggi di una geopolitica che ci vorrebbe sudditi, non cittadini consapevoli.