Quattro del mattino. Il 28 gennaio 1940. Centoottantacinque uomini scendono nelle viscere della terra a Arsia, nell’Istria italiana, e non ne risalgono più. Un’esplosione di grisù li inghiotte. Altri centocinquanta rimangono intossicati, devastati nei polmoni. È la più grave tragedia mineraria della storia d’Italia e scommetto che non ne hai mai sentito parlare.
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Come è possibile? Come può una strage simile sparire dalla memoria collettiva di un Paese? Te lo spiego subito: perché quegli uomini hanno avuto la sfortuna di morire nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Sotto il regime fascista che voleva carbone a ogni costo, in un territorio che cinque anni dopo sarebbe diventato jugoslavo, figli di nessuno, ecco cosa sono diventati quei centoottantacinque minatori. Troppo scomodi per Roma, troppo italiani per Belgrado.
Quando la produzione conta più delle vite umane
Partiamo dai fatti: la miniera di Arsia produceva carbone a ciclo continuo. Quasi un milione di tonnellate all’anno, settemila minatori impiegati. Numeri che facevano brillare gli occhi ai gerarchi del regime. Il carbone serviva, serviva maledettamente. L’Italia si stava preparando a entrare in guerra e il combustibile era oro nero, letteralmente.
Ma c’è un problema, anzi, c’era. Un ingegnere serio, uno che sapeva il fatto suo: l’ingegnere Batini. Per anni aveva gestito la miniera con competenza, garantendo sicurezza ai lavoratori. Troppo cauto? Troppo prudente? Fatto sta che nel 1939 – un anno prima della tragedia, nota bene – viene licenziato, la dirigenza voleva avviare una sovrapproduzione che non garantisse la sicurezza del lavoro. Tradotto dal burocratese: producete di più, fregatevene della vostra pelle. Il grisù, quel gas maledetto che si accumula nelle gallerie e che basta una scintilla per farlo esplodere? Dettagli, questioni secondarie quando c’è carbone da estrarre per la Patria.
Alle quattro del mattino del 28 gennaio qualcosa va storto. Era inevitabile. L’esplosione squarcia il silenzio dell’alba, centoottantacinque corpi rimangono sepolti sottoterra. Centocinquanta si salvano con i polmoni distrutti dal gas venefico. Famiglie distrutte, un’intera comunità devastata.
E il regime? Minimizza, nasconde, insabbia. Quella strage non è funzionale alla narrazione. Non serve all’immagine dell’Italia che lavora, che produce, che conquista. Meglio far finta di niente, o quasi.
Il silenzio che dura sessant’anni
Ma il peggio deve ancora arrivare. Nel 1945 l’Italia perde la guerra. L’Istria passa alla Jugoslavia di Tito. E quei morti italiani di Arsia diventano ancora più fantasmi di quanto già non fossero. Roma non ne vuole parlare: territorio perduto, pagina da voltare. Belgrado nemmeno: sono italiani, quindi secondo loro fascisti, chi se ne frega.
Passa il tempo. Decenni. Le famiglie degli esuli istriani si portano dentro quel dolore, quella rabbia, quel vuoto di memoria. I sopravvissuti muoiono uno dopo l’altro, portandosi dietro i racconti. E l’Italia continua a non ricordare.
Ci vogliono più di sessant’anni perché qualcuno rompa il silenzio. Tra il 2006 e il 2007 partono le prime commemorazioni ufficiali. Finalmente qualcuno dice: questi uomini sono esistiti, hanno lavorato, sono morti. E meritano di essere ricordati.
Quest’anno – e qui viene da chiedersi: meglio tardi che mai o troppo maledettamente tardi? – il Presidente della Repubblica ha conferito la Stella al merito del lavoro alla memoria di quei minatori. Un gesto simbolico, certo. Ma simbolico di cosa? Che ci sono voluti ottant’anni per riconoscere che quei centoottantacinque uomini erano italiani, erano lavoratori, erano persone?
La storia dell’Istria è costellata di tragedie dimenticate. L’esodo, le foibe, e prima ancora questa strage mineraria. Come se quel pezzo di terra italiana non contasse abbastanza. Come se le vite spezzate lì fossero meno importanti di quelle spezzate altrove.
Te lo dico io cosa rappresenta Arsia: la vergogna di un Paese che dimentica i suoi morti quando diventano scomodi. Che cancella la memoria quando non serve più alla narrazione politica del momento. Quegli uomini sono morti due volte: la prima nelle viscere della terra, la seconda nella memoria collettiva.
Oggi Arsia, è sotto amministrazione croata e si chiama Raša. La miniera è chiusa da decenni. Ma quei nomi incisi sulla pietra del memoriale restano. Centoottantacinque, uno per uno e ogni nome racconta una famiglia distrutta, un futuro cancellato, una vita spezzata per produrre carbone che serviva a una guerra persa.
Ricordare non basta mai. Ma è il minimo che possiamo fare.
