Quattordici miliardi di euro, bruciati in un mese a causa della crisi energetica, per importare combustibili fossili mentre ventisette ministri dell’energia sedevano a Bruxelles a dirci, col tono di chi ti spiega come allacciarti le scarpe, di guidare piano, lavorare da casa e volare meno. Roba da matti, anzi no, roba da europei.
Dopo anni passati a prometterci l’indipendenza energetica, dopo la lezione della crisi del gas russo, ci ritroviamo di nuovo al punto di partenza. Io me lo ricordo il giorno in cui ci dissero che avevamo spezzato la dipendenza dalla Russia. Gran pacche sulle spalle, dichiarazioni solenni, grafici colorati. La dipendenza dal gas di Mosca giù dal 45% al 10%. Bravi, bravissimi. Peccato, e qui casca l’asino, che quel gas l’abbiamo rimpiazzato con forniture da Washington, da Baku, da Algeri, dal Canada. Abbiamo scelto di cambiare spacciatore, non disintossicato il paziente. E adesso eccoci di nuovo col cerino in mano.
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Lo Stretto di Hormuz e la giugulare della crisi energetica europea
Partiamo da una striscia d’acqua. Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele lanciano i primi raid contro l’Iran. Da quel momento i mercati impazziscono. Lo Stretto di Hormuz, quella lingua di mare tra Iran e Penisola Arabica, è la giugulare del petrolio globale. Passa di lì un quinto del greggio mondiale. Passa il gas liquefatto, passano le petroliere che tengono in piedi l’economia industriale dell’Occidente.
Ora quella giugulare è compressa. Le infrastrutture di Kharg Island, uno dei più grandi hub petroliferi al mondo, sono sotto pressione. Le rotte sono bloccate o rallentate, e il risultato? Brent oltre i 95 dollari, gas europeo in verticale, quattordici miliardi di euro bruciati in un mese solo per importare combustibili fossili. Roba da far impallidire persino lo shock petrolifero degli anni Settanta, quello che mandò in recessione mezza Europa.
Eppure noi. noi europei, dovevamo essere preparati. Almeno così ci avevano detto dopo le crisi geopolitiche del passato. Dopo Putin, dopo Nord Stream, dopo tutto. Invece no, non è che stiamo solo a guardare. Stiamo anche ricevendo raccomandazioni, che è diverso, è molto più umiliante.
Arrangiatevi: il non-piano di Bruxelles
Martedì scorso Dan Jørgensen, commissario europeo all’energia, prende la parola e, non è satira, ci chiede di risparmiare diesel, di abbassare la velocità di dieci chilometri all’ora, di prendere il bus, di fare car sharing. Mica un piano industriale, mica una strategia, semplicemente un “Arrangiatevi”.
E per carità, lo smart working non è il demonio, guidare piano non ammazza nessuno. Ma davvero è questa la risposta dell’Unione Europea a una crisi che potrebbe mandare in recessione un continente? Consigli da manualetto del buon risparmiatore mentre il petrolio balla verso i cento dollari? Ciò che lascia sgomenti non è l’inadeguatezza della risposta, quella ormai ce l’aspettiamo, è la sfacciataggine, è chiedere sacrifici ai cittadini senza offrire niente in cambio, niente di concreto.
Sì, hanno promesso un pacchetto di misure. Disaccoppiamento tra prezzi del gas ed elettricità, tagli fiscali, tasse sugli extraprofitti — che bella parola, extraprofitti, che poi che significa extra profitto? Aiuti alle famiglie, ma quando? Come? Con quali soldi? Silenzio. Indiscrezioni da corridoio. Sussurri. E intanto il conto arriva puntuale come la morte.
La transizione energetica che abbiamo solo raccontato
Ecco il punto, se bastano trenta giorni di tensione in Medio Oriente a far crollare tutto il castello, allora la transizione energetica l’abbiamo solo raccontata. Nelle slide dei convegni, nei comunicati stampa, nei discorsi di capodanno dei presidenti. Ma non l’abbiamo fatta, col cavolo che l’abbiamo fatta.
Le rinnovabili crescono, certo, ma troppo lentamente. E soprattutto, e questo nessuno ve lo dice, non bastano ancora a coprire i picchi di domanda. Non bastano quando un ospedale ha bisogno di energia adesso, quando una fabbrica deve produrre adesso, quando milioni di famiglie accendono il riscaldamento adesso. E così restiamo ostaggi di una geografia che non controlliamo, ostaggi di guerre che non abbiamo scelto, ostaggi di uno stretto dall’altra parte del mondo.
Alcuni analisti, quelli seri, non i profeti di sventura da social, parlano di una probabilità del quaranta per cento che il Brent arrivi tra i 120 e i 200 dollari entro l’estate. Fermatevi un secondo a pensare cosa significherebbe. Non si parlerebbe più di guidare piano o lavorare in pigiama. Si parlerebbe di recessione vera, aziende chiuse, disoccupazione, famiglie che non arrivano a fine mese. E tutto questo perché non abbiamo avuto la spina dorsale per affrontare davvero il problema.
Tanto chi paga, alla fine, sono dempre gli stessi, i cittadini! Alla pompa, in bolletta, al supermercato dove i prezzi schizzano perché tutto dipende dall’energia. Quattordici miliardi di euro in un mese, prima dell’estate, prima del picco dei consumi, prima di un eventuale peggioramento nel Golfo Persico. E dall’Europa arrivano raccomandazioni, non risposte, vergogna.
Dipendere dagli altri per l’energia significa dipendere dagli altri per tutto. Per l’economia, per la sicurezza, per il futuro dei nostri figli. Finché non investiremo massicciamente nelle rinnovabili, nello stoccaggio, nel nucleare di nuova generazione, in tutto quello che serve davvero, continueremo a ballare al ritmo delle crisi altrui. E il conto lo pagheremo noi, sempre noi. Perché è così che funziona, in questa Europa che sa fare i comunicati stampa ma non sa tenere accese le luci.
