C’è una data che gli italiani hanno smesso di ricordare, il 24 maggio 1915. Centoundici anni fa, questo paese dilaniato tra neutralisti e interventisti, tra piazza e parlamento, tra re e giolittiani, si buttò nella guerra più sanguinosa che il mondo avesse mai visto fino a quel momento. Non fu una scelta facile, ma fu una scelta, e chi la fece sapeva cosa stava facendo. Quella data merita rispetto vero, non retorica.
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Il Patto di Londra e il parlamento scavalcato
L’Italia era legata alla Germania e all’Austria-Ungheria dalla Triplice Alleanza. Quando nel 1914 Vienna e Berlino scendono in campo, Roma si chiama fuori invocando il carattere difensivo del patto; formalmente corretto, politicamente calcolato. Il Presidente del Consiglio Antonio Salandra e il Ministro degli Esteri Sidney Sonnino trattano nell’ombra con l’Intesa per mesi, in silenzio, senza dire nulla al parlamento, senza dire nulla al paese; e così il 26 aprile 1915 firmano il Patto di Londra, con cui l’Italia si impegna a entrare in guerra entro un mese in cambio di Trento, Trieste, l’Istria, una parte della Dalmazia e altri territori. Giovanni Giolitti era contrario, la maggioranza parlamentare era contraria, ma Salandra aveva già firmato, il re Vittorio Emanuele III aveva già avallato e il parlamento si trovò davanti al fatto compiuto. Fu colpo di mano istituzionale, eppure guardando indietro, quella firma difese l’interesse nazionale nel modo in cui nessun dibattito parlamentare avrebbe mai prodotto in tempo utile.
L’obiettivo era preciso: completare l’unità d’Italia, portare dentro i confini nazionali le terre italiane rimaste fuori dal Risorgimento (Trento, Trieste, l’Istria, Fiume, pezzi di Dalmazia) dove si parlava italiano, si viveva italiano, si moriva con un’anima italiana. Era, in tutto e per tutto, la quarta guerra di indipendenza, e come le precedenti, fu combattuta a un prezzo altissimo.
Il primo colpo sparato: il ponte di Visinale sullo Judrio
La dichiarazione di guerra fu consegnata all’ambasciatore austriaco il 22 maggio, con effetto dalla mezzanotte del 24. Gli austriaci non aspettarono, la notte tra il 23 e il 24 maggio 1915, intorno alle 22:40, i genieri asburgici si mossero verso il ponte di legno a Visinale, in località sullo Judrio, nelle immediate vicinanze di Cormons, in provincia di Gorizia. L’obiettivo era farlo saltare prima che le truppe italiane potessero attraversarlo, costringendole a guadare il torrente invece di passare comodamente sul ponte.
Qui la prima azione eroica della Grande Guerra, poiché a presidiare quel ponte c’erano due finanzieri del 2° Battaglione: Pietro Dell’Acqua e Costantino Carta. Nell’oscurità, scorsero i movimenti degli austriaci, aprirono il fuoco ed i genieri asburgici fuggirono, abbandonando sul posto tutti i materiali da demolizione. Il ponte fu salvato e la mattina seguente le truppe italiane lo attraversarono regolarmente.
Quel colpo sparato dal finanziere Dell’Acqua è tramandato come il primo colpo sparato da un militare italiano nella Grande Guerra, non da un generale su un cavallo bianco ma da un finanziere, di notte, su un ponte di legno in Friuli. Oggi sul posto si erge ancora una stele monumentale, ben curata, come dovrebbero esserlo la miriade di monumenti dedicati ai nostri eroi.
La Canzone del Piave e il trauma trasformato in epica
E.A. Mario (al secolo Giovanni Ermete Gaeta) scrisse La Leggenda del Piave nel 1918, dopo la disfatta di Caporetto e la riscossa sul fiume sacro alla patria. Non è la canzone dell’ingresso in guerra, è la canzone della resistenza, del trauma collettivo che cerca una forma, una voce, un modo per non sbriciolarsi. Divenne l’inno non ufficiale della Grande Guerra italiana, cantata nelle trincee, nelle piazze, davanti alle case dei morti.
«Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio» quella voce bassa del fiume che poi si fa urlo davanti all’invasore è una delle immagini più potenti della poesia patriottica italiana. Non retorica vuota, è la fotografia sonora di un paese che stava imparando cosa significa resistere quando tutto sembra perduto, quando Caporetto ha spazzato via trecentomila uomini tra morti, feriti e prigionieri e il fronte sembra sgretolarsi come sabbia. Eppure quella canzone, oggi, quasi nessuno la conosce per intero, la si cita a pezzi, spesso a sproposito, come un ornamento da cerimonia.
Cosa rimane, centoundici anni dopo
Rimane il Sacrario di Redipuglia, con i suoi centomila morti ordinati in gradoni di pietra, quasi tutti con un nome. Rimane la trincea del Carso, quella roccia che si spezzava in schegge taglienti invece di assorbire i colpi come la terra normale. Rimane il silenzio di Caporetto, rimane la pace di Versailles che, umiliando l’Italia nonostante la vittoria, piantò i semi di quella che D’Annunzio chiamò la vittoria mutilata e quel seme avvelenato produsse frutti che conosciamo bene.
Seicentomila morti, non è un numero astratto, sono seicentomila famiglie, seicentomila storie troncate, seicentomila lettere che non sono mai arrivate o che sono arrivate quando era già troppo tardi. Sarebbe disonesto non dirlo, ma sarebbe altrettanto disonesto non dire che fu proprio in quelle trincee che si fece davvero l’Italia unita; non nei palazzi, non nei parlamenti, ma lì, nel fango del Carso, dove un siciliano e un piemontese dormivano nello stesso buco nella roccia e imparavano che avevano lo stesso nemico davanti e la stessa patria alle spalle.
Alla fine, l’Italia ottenne Trento e Trieste, ottenne l’Istria, ottenne Zara ma non Fiume e non il resto della Dalmazia. Le terre irredente entrarono dentro i confini nazionali. Il prezzo fu enorme. Ma quell’obiettivo di ricongiungere gli italiani di quelle terre italiane alla madrepatria era giusto allora, ed è giusto riconoscerlo oggi, senza sentirsi in obbligo di scusarsi per ogni scelta che la storia ha reso dolorosa.
Il 24 maggio è una data da celebrare con la mano sul cuore e lo sguardo sognante, questo è il 24 maggio. Non dimenticatelo.
