Il 25 giugno 1991, il giorno che l’Europa festeggiò e noi piangemmo ancora, non ero grande abbastanza per capire cosa stava succedendo, per sapere che quella data non era solo storia europea, era storia mia, della mia famiglia, di un popolo che aveva già pagato tutto il pagabile e che stava per scoprire che il conto non era ancora chiuso.
Lubiana e Zagabria dichiararono l’indipendenza dalla Jugoslavia. Il mondo esultò, e aveva ragione di esultare: la cortina di ferro si sgretolava, i popoli dell’Est recuperavano la loro sovranità, la guerra fredda finiva nella migliore delle maniere possibili, senza sangue, senza carri armati, senza un Muro di Berlino da abbattere a cannonate. L’Italia applaudì, e nel momento in cui applaudì, iniziò il tradimento.
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Chi erano gli italiani che l’Italia stava per dimenticare
Per capire il peso di quel tradimento bisogna sapere cosa era rimasto, di noi, in quelle terre. Dopo il Trattato di Parigi del 1947 e nei quindici anni successivi, quasi 350.000 italiani avevano lasciato l’Istria, Fiume e la Dalmazia. Li chiamano esuli. Io preferisco chiamarli con il loro vero nome: deportati volontari, costretti a scegliere tra la propria identità e la propria casa. La quasi totalità scelse l’identità, lasciò tutto (i beni immobili, le campagne, le aziende, gli appartamenti) e partì.
Ma non partirono tutti, una parte rimase. Tra questi anziani che non volevano lasciare i propri vecchi, qualcuno che aveva scommesso su un futuro diverso, ma in maggior parte coloro che avevano tradito la propria identità ed avevano spostato la nascente dittatura comunista del Maresciallo Tito, spesso facendo da delatori per gli infoibamenti, Poi certamente c’è stato anche qualcuno che non riuscì ad andarsene. perché gli fu negato il “lasciapassare”. In alcune località della costa istriana la percentuale di chi restò fu quasi nulla, il 98% delle famiglie italiane se ne andò. In altre ci fu una piccola minoranza che accompagnò la snazionalizzazione progressiva di Tito.
Nel 1991, gli esuli ancora in vita erano tanti, oramai assimilati nella vita al di qua del mare, cercavano di tenere in vita la lingua, la cultura, la memoria. Questi erano gli italiani che l’Italia stava per dimenticare, di nuovo.
Il riconoscimento senza condizioni
L’Italia riconobbe ufficialmente Slovenia e Croazia il 15 gennaio 1992, insieme agli altri paesi della Comunità Europea, sei mesi dopo la dichiarazione di indipendenza. Tempo sufficiente per negoziare, tempo sufficiente per porre condizioni, fare pressioni, ottenere garanzie.
Non fu fatto niente di tutto questo. Nessuna clausola che riguardasse il riconoscimento della nostra storia; nulla sulla tutela della minoranza italiana inserita come condizione del riconoscimento; nessun impegno formale e vincolante sulla lingua e le scuole; nessun accordo su corsie preferenziale per il ritorno di esuli e imprese italiane; nessuna riapertura della questione dei beni abbandonati, quella ferita aperta che il Trattato di Osimo del 1975 aveva provato a chiudere e che la dissoluzione della Jugoslavia aveva riaperto di fatto, visto che le nuove Repubbliche di Slovenia e Croazia si erano assunte i debiti della Federazione ma avevano smesso di pagare, beni che furono nazionalizzati da Tito al momento della cacciata degli italiani.
Voglio essere preciso su quest’ultimo punto, perché è un caso da manuale di come uno Stato possa abbandonare i propri cittadini in modo formalmente ineccepibile. L’Accordo di Roma del 1983, attuativo del Trattato di Osimo, prevedeva che la Jugoslavia versasse all’Italia 125 milioni di dollari come indennizzo parziale per i beni “abbandonati” (nazionalizzati) dagli esuli, da pagare in tredici rate uguali a partire dal 1990. Belgrado pagò le prime due rate, poi scoppiò la guerra che portò alla dissoluzione della federazione, Slovenia e Croazia, le nuove Repubbliche beneficiarie dei territori, non pagarono più un centesimo. Quel contenzioso è formalmente ancora aperto, trentacinque anni dopo.
Quando l’Italia riconobbe quelle due nazioni senza porre come condizione la ripresa dei pagamenti, senza chiedere garanzie, senza negoziare nulla, firmò un assegno in bianco. A spese di qualcun altro, a spese nostre.
Perché l’Italia tacque
Me lo sono chiesto molte volte, e la risposta che mi sono dato, negli anni, è questa: perché costava.
Porre condizioni al riconoscimento di Slovenia e Croazia nel 1992 avrebbe significato fare rumore in Europa in un momento in cui l’Italia voleva stare tranquilla, non complicare la vita agli alleati, non sembrare il paese che antepone le rivendicazioni storiche alla stabilità continentale. Avrebbe significato tirare fuori dal cassetto l’Istria, le foibe, l’esodo, argomenti che la cultura politica italiana dominante aveva deciso di rimuovere da decenni (la prima legge italiana che riconobbe il nostro dramma arrivò solo nel 2004), per non turbare l’equilibrio con la sinistra, per non sembrare nostalgici, per non disturbare i manovratori.
Era più comodo tacere, costa zero tacere. I profughi istriani erano già stati dimenticati una volta, nel dopoguerra, quando arrivarono nelle città italiane con le valigie e trovarono spesso ostilità invece che solidarietà. Dimenticarli una seconda volta era più facile di quanto si pensi. Ma c’è qualcosa che la politica italiana ha sempre stentato a capire: il silenzio non chiude le ferite, le incancrenisce.
Trentacinque anni di lenta erosione
Oggi i beni abbandonati non sono stati risarciti in modo equo. Settantacinque anni dopo, quella ferita economica è ancora aperta per migliaia di famiglie. Ma più che economica è una ferita morale, gli esuli avrebbero preferito di gran lunga non essere cacciati piuttosto che maturare un diritto al risarcimento. E la questione dei 125 milioni di dollari che Slovenia e Croazia devono ancora all’Italia? Tecnicamente pendente, praticamente sepolta.
Non dico questo per recriminare all’infinito, non è questo il punto. Il punto è che ogni volta che l’Italia ha avuto l’occasione di fare qualcosa di concreto per questa storia (a Parigi nel 1947, a Osimo nel 1975, nel 1992 con il riconoscimento) ha scelto il cammino più comodo. Ha scelto di non disturbare, di non chiedere, di lasciare che chi era già stato espropriato di tutto continuasse a pagare il conto da solo.
Il 25 giugno 1991 era un’occasione che nasceva da sfruttare. Non per riaprire la guerra, non per rimettere in discussione i confini. Ma per dire, con la voce ferma di chi ha il diritto di dirlo: noi siamo ancora qui, i nostri beni sono ancora là, e questa volta non firmiamo nulla senza garanzie.
Non fu detto. Trentacinque anni dopo, quella frase è ancora in attesa di essere pronunciata.
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