C’è un capitolo della storia del confine orientale che nelle commemorazioni ufficiali compare di rado, e che ritengo vada invece ricordato ogni volta che se ne ha l’occasione: quello degli italiani che volevano lasciare la Jugoslavia e non ci riuscirono. Non perché mancasse loro il coraggio, non perché fossero indecisi, ma perché, in molti casi, le autorità jugoslave ne impedivano o ritardavano la partenza.
Lo dicono le carte, la documentazione della Croce Rossa Italiana conservata presso l’Archivio di Stato di Trieste è lì, consultabile da chiunque voglia davvero sapere come andarono le cose. Nel febbraio 2026 quell’archivio ha dedicato a quei fascicoli una mostra specifica: famiglie divise, prigionia, privazioni, libertà negate. Un filo che attraversa decine di pratiche, con intestazioni, date, nomi di persone reali che scrivevano alla Croce Rossa per sapere dove fosse finito un marito, un fratello, un padre.
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Cosa accadde dopo il maggio 1945
Il quadro generale lo conosciamo, anche se non abbastanza. Dopo l’ingresso delle truppe jugoslave a Trieste il 1° maggio 1945, e poi a Fiume e a Pola, l’intera Venezia Giulia finì sotto un potere che ragionava per sospetti, arresti e deportazioni. L’O.Z.N.A., la polizia segreta jugoslava, colpiva chiunque potesse rappresentare un ostacolo ai piani annessionistici di Belgrado: ex funzionari, insegnanti, professionisti, sacerdoti, semplici cittadini che avevano la sola colpa di essere italiani in un territorio che il regime di Tito voleva svuotare di italianità. Le foibe, tra il 1943 e il 1945, avevano già fatto il loro lavoro, quello che seguì fu più lento, più burocratico, ma non meno sistematico.
Per migliaia di istriani, fiumani e giuliani, lasciare la propria terra divenne l’unica scelta possibile per restare italiani. Ma partire non era semplice, e su questo punto le commemorazioni ufficiali tendono a sorvolare con una certa comodità.
Alcuni si vedevano negare dalle autorità jugoslave il riconoscimento della cittadinanza italiana. Senza quel riconoscimento, la strada dell’esodo era sbarrata: non esistevi come italiano, dunque non potevi andare dall’altra parte del nuovo confine. Una trappola giuridica costruita con precisione. Altri attendevano documenti che non arrivavano mai, o arrivavano quando la casa era già stata requisita, quando i figli erano stati iscritti a scuole slovene o croate, quando il tempo aveva fatto il suo lavoro di erosione. Una burocrazia lenta, opaca, spesso deliberatamente ostile: un muro di carta bollata che otteneva gli stessi risultati di un muro di cemento.
E quando i documenti non arrivavano, molti non si rassegnavano a restare. Tentavano di andarsene comunque, attraversando clandestinamente il confine verso Trieste. È un passaggio fondamentale: una parte di coloro che risultavano ancora in Jugoslavia non vi rimaneva per scelta: non aveva ottenuto i documenti necessari per partire legalmente. Per alcuni, a quel punto, restava soltanto la fuga clandestina verso Trieste, con tutti i rischi che comportava.
Chi tentava di passare il confine senza documenti
Per chi vedeva respinta o rinviata la propria possibilità di partire, la fuga clandestina poteva diventare l’unica alternativa. Attraversare senza autorizzazione la frontiera jugoslava significava però rischiare l’arresto, la condanna ai lavori forzati e l’internamento nei campi. Non erano persone che avevano scelto di restare: erano persone che cercavano di andarsene anche senza il permesso dello Stato.
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché è la cifra di un sistema preciso. Uno Stato che punisce con i lavori forzati chi vuole cambiare Paese non sta amministrando una frontiera: sta trattenendo persone contro la loro volontà. Il diritto di lasciare il proprio Paese non è una concessione dei governi, è un principio che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo avrebbe sancito nel dicembre 1948, pochi anni dopo queste vicende. Nella Jugoslavia del dopoguerra, invece, il tentativo di “espatrio” clandestino poteva comportare lavori forzati e internamento.
Chi riuscì a partire legalmente dovette spesso attendere anni, tra pratiche respinte, documenti mancanti e richieste reiterate. Altri, invece, non aspettarono più e tentarono la fuga clandestina. In entrambi i casi, il punto resta lo stesso: non si può considerare “scelta di restare” la permanenza di chi chiedeva di andarsene e non otteneva i documenti necessari.
I fascicoli della Croce Rossa documentano questa realtà con la precisione asciutta dei moduli burocratici: richieste di informazioni su persone scomparse, risposte evasive o assenti, segnalazioni di internamenti, tentativi di mediazione che si perdevano nei canali diplomatici del dopoguerra. La Croce Rossa svolgeva un ruolo di intermediario in un contesto in cui i canali ufficiali tra Italia e Jugoslavia erano, per anni, sostanzialmente inutilizzabili per chi cercava un familiare dall’altra parte del confine.
Perché questa storia resta ai margini
Si parla, giustamente, delle foibe e dell’esodo. Il Giorno del Ricordo, istituito con la legge 92 del 2004, ha dato una cornice istituzionale a una memoria che per decenni era stata deliberatamente soppressa. Ma la storia di chi all’esodo non poté partecipare, o vi arrivò dopo anni di prigionia e di pratiche negate, trova ancora pochissimo spazio nel dibattito pubblico. Forse perché è meno drammaticamente visibile delle foibe, forse perché richiede di leggere documenti, di seguire il filo di una pratica burocratica, di ricostruire una vicenda che non ha un momento preciso e spettacolare da commemorare, forse perchè si dovrebbe ancora una volta ammettere che quella di Tito era una dittatura (comunista) e non una repubblica “democratica”.
Quella della libertà di movimento negata sistematicamente è però la dimensione che rivela più chiaramente la natura del regime che governava quei territori. Le foibe furono una violenza rapida e brutale. La permanenza forzata di chi voleva partire fu invece una coercizione più lenta, quotidiana, che poteva passare attraverso un documento negato, un’attesa interminabile o un’autorizzazione che non arrivava. Meno fotogenica, certo, e altrettanto grave.
La mostra dell’Archivio di Stato di Trieste, inaugurata nel febbraio 2026, è un fatto da registrare con attenzione proprio per questo: porta alla luce, con il rigore delle fonti primarie, ciò che troppo a lungo è rimasto nei depositi. Non si tratta di propaganda né di una ricostruzione di parte. Sono documenti conservati in un archivio pubblico, prodotti da un’organizzazione umanitaria internazionale, consultabili da chiunque. Chi volesse farlo può rivolgersi direttamente all’Archivio di Stato di Trieste, in via La Marmora 17, o consultare il fondo della Croce Rossa Italiana che vi è conservato.
Mi chiedo quante persone, tra quelle che parlano di confine orientale con sicurezza nei convegni e nelle trasmissioni televisive, abbiano mai aperto uno di questi fascicoli. Non è una domanda retorica: è una misura concreta del divario che esiste tra la memoria pubblica e la documentazione storica disponibile. Quel divario non si colma con le cerimonie, per quanto necessarie. Si colma con il lavoro negli archivi, con la pubblicazione delle fonti, con la disponibilità a raccontare anche le storie meno comode, quelle che non si prestano a una narrazione semplice e non si concludono con una data precisa da ricordare ogni anno.
Noi continueremo a farlo, senza infingimenti e senza le scoloriture che rendono la storia più digeribile ma meno vera.
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