Centosessantacinque metri di buio verticale, questo è l’Abisso Plutone. Una gola di pietra carsica che ha ingoiato più anime di quante la storia ufficiale abbia mai voluto contare o ammesso di perdere. L’Abisso Plutone si apre nel Carso triestino come una ferita geologica, o forse come una bocca, dipende da che parte della storia ti metti. Per secoli è stato solo un buco, uno di quei fenomeni carsici che i locali conoscevano e temevano per la loro profondità innaturale, per quel senso di vertigine che ti prende anche solo affacciandoti. Poi arrivò il Novecento, e l’Abisso Plutone divorò uomini, non per caso, non per incidente: con metodo, con quella ferocia che solo l’ideologia sa trasformare in prassi amministrativa, in elenco, in turno di lavoro. Tra il 1943 e il 1945 quando Trieste e il suo entroterra erano in bilico, quelle voragini naturali divennero strumenti. Foibe, si chiamano, dal latino fovea: fossa, buca, trappola. L’Abisso Plutone fu una delle più profonde, delle più efficienti, se vogliamo usare una parola che fa orrore; i partigiani comunisti slavi di Tito ci buttarono dentro italiani: democristiani, semplici funzionari, qualche spia vera e molte presunte. Mani legate con fil di ferro, un colpo alla nuca per i “fortunati”, vivi gli altri, poi il volo.
La geografia dell’orrore si studia sulle mappe sbagliate
Il Carso è un altopiano di roccia calcarea dove l’acqua non scorre: sprofonda. Migliaia di grotte, inghiottitoi, pozzi naturali che si aprono senza preavviso sotto i piedi, un labirinto verticale che la natura ha scavato in milioni di anni e che l’uomo ha riempito di cadaveri. l’Abisso Plutone si trova nei pressi della Foiba di Basovizza, nome che da solo dovrebbe far vibrare la memoria nazionale ed europea, ma non lo fa; perché l’Italia ha metabolizzato male le foibe: troppo tardi, troppo poco, troppo ideologicamente, troppo a singhiozzo.
Le prime esplorazioni speleologiche di Plutone risalgono agli anni Trenta, quando ancora era solo un abisso. Dopo la guerra divenne una tomba sigillata dal silenzio, quel silenzio che non è assenza di suono, ma peso, presenza ingombrante. Ci vollero decenni prima che qualcuno scendesse di nuovo, e quando lo fecero trovarono ossa, teschi, brandelli di uniformi, e quel fetore dolciastro che la roccia assorbe e non restituisce più. Le ricerche ufficiali arrivarono col contagocce: prima negli anni Cinquanta, poi di nuovo negli Ottanta, infine con metodo forense, negli anni Duemila. Il punto è che mentre Plutone inghiottiva corpi, la politica inghiottiva la memoria. A sinistra si parlava di “fascisti giustiziati”, come se la giustizia passasse per un pozzo. A destra di “genocidio programmato” Nel mezzo, il fango dell’oblio, che in Italia si chiama “pacificazione” e somiglia maledettamente ad una amnesia selettiva.
I nomi nel buio: vite spezzate
Dietro il silenzio della pietra ci sono i volti di chi non ha avuto una tomba. L’Abisso Plutone è legato indissolubilmente alla storia della nostra Nazione. Uomini che avevano come unica colpa l’essere italiani. Ricordiamo l’elenco delle vittime dei partigiani comunisti slavi di Tito, gettati nell’Abisso Plutone:
- Antobio Mircoyich
- Giuseppe Vlach
- Vincenzo Pecchiar
- Arrigo Chebat
- Giacomo Pellegrina
- Ernesto Mari
- Angelo Bigazzi
- Alfredo Trada
- Gaspare Scissioli
- Domenico Toffetti
- Carlo Polli
- Raimondo Selvaggi
- Santo Camminati
- Filippo Del Papa
- Matteo Greco
- Pietro Piccinin
- Giovanni Spinella
- Mario Stoppa
- Giuseppe Pellizon
- Giuseppe Proropat
- Antonio Picozza
Ogni scheggia di osso ritrovata dagli speleologi nelle difficili spedizioni degli anni Cinquanta e Ottanta raccontava la stessa storia: una scarpa logora, un bottone di un’uniforme, una fede nuziale. Piccoli oggetti che urlano l’umanità di chi è stato trattato come scarto. Non erano numeri, erano padri, figli e fratelli che la Storia ha cercato di trasformare in polvere calcarea.
Perché Plutone brucia ancora, e chi preferisce che non bruci
Oggi l’Abisso Plutone è un sito commemorativo. C’è una targa, quando non viene danneggiata dai filo-slavi, qualche corona d’alloro il 10 febbraio (Giorno del Ricordo, istituito solo nel 2004, sessant’anni dopo i fatti). Ci è voluta una legge per ricordare, come se la memoria fosse burocrazia, come se bastasse un decreto per riportare su quei corpi, per dare un nome ai teschi spaccati, per restituire dignità a chi è morto essendo fiero di essere italiano. Ma il garbuglio di Plutone non è solo storico: è politico. Perché ogni volta che si parla di foibe, qualcuno grida alla “strumentalizzazione”; come se ricordare un massacro fosse di per sé un atto di parte! Come se ci fossero morti di serie A e morti di serie B, a seconda di chi li ha ammazzati e perché. E forse è così, forse in Italia funziona davvero così: i partigiani sono eroi, i repubblichini carnefici, gli infoibati… cosa sono? Vittime scomode. Perché costringono a pensare che la Resistenza non fu solo “Bella Ciao” (anche se postuma), che la Liberazione ebbe bordi frastagliati, che la violenza non guarda sempre la tessera prima di colpire e che a volte, spesso, non gliene frega niente. Poi c’è la questione slovena, che è un nodo a sé. Perché l’Abisso Plutone non è vicino al confine, è terra che qualcuno vorrebbe ancora oggi contendere all’Italia, è simbolo di un’Europa che si è costruita nascondendo i cadaveri nelle pieghe dei trattati, sotto i tappeti diplomatici. Lubiana non ama parlarne, Roma nemmeno, se può evitare, e così Plutone resta lì un buco nella roccia e nella coscienza, visitato da pochi, rimosso dai più, citato solo quando conviene.
Forse l’Abisso Plutone non è solo una foiba, è la metafora dell’abisso morale in cui sprofondiamo ogni volta che scegliamo di non scegliere, di non ricordare, di non guardare quello che abbiamo fatto o lasciato fare, è il buco nero della nostra identità nazionale: tiriamo su eroi di cartapesta e seppelliamo le vittime scomode sotto centosessanta metri di silenzio, di pietra, di rimozione collettiva. Perché alla fine, cosa resta? Resta un abisso, resta il buio quello vero, quello che non si dissolve con una targa. Restano ossa che nessuno ha mai riconosciuto ufficialmente, nomi che nessuno ha mai letto ad alta voce in aula, famiglie che hanno aspettato decenni prima di poter dire: “Mio padre è morto lì”. E resta una nazione che ha fatto della dimenticanza una virtù civile, un riflesso condizionato, quasi un tratto caratteriale.
L’Abisso Plutone è ancora aperto, non nel senso speleologico, ma nel senso che la voragine vera non è nella roccia: è in noi. E finché non avremo il coraggio di scenderci con una torcia e senza ideologia, senza distinguo, senza fare orecchie da mercante, continuerà a divorarci dal basso, in silenzio, come ha sempre fatto.
