Centonovanta, forse duecento metri di buio verticale: tanto è profondo l’Abisso Plutone, una gola di pietra carsica che si apre sul Carso triestino, nei pressi di Basovizza, in una dolina lungo la strada che porta a Gropada. Per secoli è stato solo un buco, uno di quei fenomeni carsici che i locali conoscevano e temevano per la loro profondità innaturale. La prima esplorazione speleologica risale, con ogni probabilità, al 1894. Poi arrivò il Novecento.
Nel maggio 1945, durante i quaranta giorni dell’occupazione jugoslava di Trieste, in quell’abisso furono infoibati diciotto uomini prelevati dal carcere dei Gesuiti. Foibe, si chiamano, dal latino fovea: fossa, buca, trappola.
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La geografia dell’orrore
Il Carso è un altopiano di roccia calcarea dove l’acqua non scorre: sprofonda. Migliaia di grotte, inghiottitoi, pozzi naturali che si aprono senza preavviso sotto i piedi. L’Abisso Plutone si trova a circa cinquecento metri dal cimitero di Basovizza. Non va confuso con la Foiba di Basovizza, che è un’altra cosa: un pozzo di miniera abbandonato, dichiarato monumento nazionale nel 1992. Plutone, invece, è una cavità naturale: un pozzo d’accesso di circa 115 metri, poi una discesa tra massi e una caverna, fino a una parete verticale a circa 200 metri di profondità.
Maggio 1945: cosa accadde
Trieste fu occupata dall’esercito jugoslavo dal 1° maggio al 12 giugno 1945. In quelle settimane il carcere dei Gesuiti e la villa Segrè, sede di un comando di settore, diventarono luoghi di arresti, percosse e sevizie, come raccontarono i testimoni al processo. Nella notte tra il 23 e il 24 maggio (alcune fonti indicano il 24-25) diciotto detenuti furono caricati su un camion e portati all’abisso.
Chi furono gli esecutori? Una squadra che operava per il comando di settore, composta da uomini con la stella rossa sul berretto, tra i quali figuravano anche pregiudicati comuni. La stampa triestina del 1947 parlò di “autentici criminali” infiltrati tra le truppe di occupazione. La Corte d’Assise di Trieste, con la sentenza del 17 gennaio 1948, accertò che la banda aveva caricato diciotto arrestati su un camion e li aveva infoibati. Furono condannati, in gran parte in contumacia, diversi imputati, tra cui Nerino Gobbo (26 anni), che si è sempre dichiarato estraneo ai fatti. Le pene non vennero mai eseguite.
Il recupero delle salme, maggio 1947
L’abisso restò inesplorato per due anni. Tra il 17 e il 20 maggio 1947 la polizia civile, sotto il Governo Militare Alleato, guidata dall’ispettore Umberto De Giorgi e con l’aiuto di vigili del fuoco e speleologi, estrasse dal fondo ventuno corpi (alcune relazioni parlano di venti). I resti erano scheletriti, ma gli indumenti quasi intatti. Nelle tasche c’erano documenti, copie del giornale Il Nostro Avvenire datate tra il 12 e il 20 maggio 1945, e perfino il cucchiaio di legno e il pezzo di sapone dei detenuti. Vicino all’orlo furono trovati bossoli, ma le cause della morte non poterono essere accertate. I familiari riconobbero molti dei loro cari da brandelli di giacca, ricevute, carte d’identità.
I nomi nel buio: vite spezzate
Dietro il silenzio della pietra ci sono i volti di chi non ha avuto una tomba. L’Abisso Plutone è legato indissolubilmente alla storia della nostra Nazione. Uomini che avevano come unica colpa l’essere italiani. Ricordiamo l’elenco delle vittime dei partigiani comunisti slavi di Tito, gettati nell’Abisso Plutone:
- Antonio Mircoyich
- Giuseppe Vlach
- Vincenzo Pecchiar
- Arrigo Chebat
- Giacomo Pellegrina
- Ernesto Mari
- Angelo Bigazzi
- Alfredo Trada
- Gaspare Scissioli
- Domenico Toffetti
- Carlo Polli
- Raimondo Selvaggi
- Santo Camminati
- Filippo Del Papa
- Matteo Greco
- Pietro Piccinin
- Giovanni Spinella
- Mario Stoppa
- Giuseppe Pellizon
- Giuseppe Proropat
- Antonio Picozza
Ogni scheggia di osso ritrovata dagli speleologi nelle difficili spedizioni degli anni Cinquanta e Ottanta raccontava la stessa storia: una scarpa logora, un bottone di un’uniforme, una fede nuziale. Piccoli oggetti che urlano l’umanità di chi è stato trattato come scarto. Non erano numeri, erano padri, figli e fratelli che la Storia ha cercato di trasformare in polvere calcarea.
Perché Plutone brucia ancora, e chi preferisce che non bruci
Oggi l’Abisso Plutone è un luogo di memoria. All’imbocco c’era una targa con i nomi: ne è stata segnalata la scomparsa, e l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ha chiesto di individuare i responsabili, che non sono noti. Qualche corona d’alloro compare il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, istituito con la legge 92 del 30 marzo 2004 e fissato a quella data perché il 10 febbraio 1947 fu firmato il Trattato di pace di Parigi. Di recente è stata presentata alla Camera una risoluzione che chiede di valutare il riconoscimento di Plutone come luogo della memoria nazionale.
Il nodo, qui, non è l’assenza di un processo: un processo ci fu, nel 1948, e ci furono condanne. Il nodo è che quelle pene non furono eseguite, e che per decenni la vicenda restò chiusa in archivi e in memorie di famiglia. Ogni volta che si parla di foibe, qualcuno grida alla strumentalizzazione, come se ricordare fosse un atto di parte e come se ci fossero morti di serie A e di serie B. Ricordare bene, con le date giuste e i nomi scritti correttamente, è l’unico modo per non lasciare il campo a chi vuole usare il dolore altrui.
Plutone è ancora aperto, non solo nel senso speleologico. Finché non lo guarderemo con una torcia e senza ideologia, restando fedeli ai fatti, continuerà a ricordarci quanto sia facile, in Italia, trasformare la memoria in battaglia di bandiera.
