L’ho visto con i miei occhi, l’ho visto nelle fotografie che circolano senza che nessuno si scandalizzi abbastanza. Le fotografie che vedi in quest’articolo. A Firenze, nel 2026, qualcuno ha sfilato con la bandiera della Jugoslavia di Tito, con la stella rossa, quella stella.
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Un simbolo che non è neutro
Chiariamo una cosa che in Italia si fa di tutto per non chiarire: Josip Broz Tito non era un leader “controverso” nel senso vago in cui lo è chiunque abbia governato a lungo; Tito era un dittatore, punto. Un dittatore che ha ordinato l’assassinio di migliaia di italiani gettati nelle foibe tra il 1943 e il 1945 (non solo), applicando quella che Napolitano definì “contorni di pulizia etnica”. Non mi piace il gioco dei numeri, quindi non citeremo questo dato, ma i corpi di Basovizza, di Monrupino, di Pisino: non sono una leggenda, nn sono propaganda, sono stati accertati e riconosciuti dalla legge italiana nel 2004, Legge che ha istituito il Giorno del Ricordo.
Eppure quella bandiera ha sfilato a Firenze, nel 2026. Nessun fermo di polizia, nessun comunicato del prefetto, nessuna indignazione di prima pagina, niente.
Il metro doppio che non si discute mai
Facciamo un esperimento mentale, rapido, brutale, necessario: immaginate che in una piazza italiana qualcuno sfilasse con una bandiera della Germania nazionalsocialista, non una svastica isolata su una maglietta; immaginate proprio il tricolore del Terzo Reich, portato in corteo, fotografato, postato sui social. Cosa succederebbe? Arresti immediati, copertura mediatica totale, dichiarazioni di ogni esponente politico da Bolzano a Palermo, editoriali sul declino della civiltà, giornalisti in diretta dal posto, caos., sacrosanto caos. La bandiera di Tito, invece, passa indisturbata, sempre. Da decenni.
Il motivo non è misterioso. In Italia esiste una gerarchia non scritta dei totalitarismi del Novecento. Il fascismo, giustamente, viene condannato senza appello; il comunismo titino, quello che ha prodotto le foibe e l’esodo di 350.000 italiani dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, viene trattato come una variante accettabile del passato. O peggio come una risposta comprensibile al fascismo, quasi una contropartita morale, il che è una falsificazione storica che fa comodo a troppi.
Mio nonno era uno di quegli esuli, lo dico perché quando vedo quella bandiera in una piazza italiana sento qualcosa di preciso: il messaggio che la sua storia, la storia di centinaia di migliaia di italiani cacciati a calci dalla loro terra, vale meno. Che può essere rimossa, o peggio, esibita come un trofeo ideologico.
Chi erano, davvero, quelli che sfilavano
Ovviamente c’è da fare un distinguo, c’è chi porta quella bandiera per ignoranza genuina, convinto che Tito fosse una specie di Che Guevara balcanico, un ribelle romantico con il cappello da partigiano. Costoro hanno semplicemente bisogno di leggere qualcosa, di leggere la storia, ma anche solo ascoltare le testimonianze degli esuli o i discorsi dei presidenti Ciampi, Napolitano e Mattarella.
Poi c’è chi lo sa benissimo, chi porta quella bandiera sapendo cosa significa, sapendo cosa ha fatto il regime che rappresenta, e lo fa lo stesso. Per provocazione, per identità politica, questi non hanno bisogno di libri: hanno bisogno di un codice penale applicato con la stessa solerzia con cui viene applicato quando si tratta di altri simboli totalitari.
La legge Mancino del 1993 vieta la propaganda e l’apologia di movimenti fondati sulla supremazia razziale o sull’odio etnico. I giuristi discutono da trent’anni se copra anche i simboli del comunismo autoritario. In Europa, il comunismo è stato giustamente equiparato a nazismo e fascismo. Il dibattito è legittimo, ma il punto politico quello che nessun tribunale può risolvere è più semplice: una società che si dice non fascista per principio dovrebbe avere lo stesso riflesso davanti a qualunque simbolo di regime che ha sterminato civili. Non per simmetria ideologica astratta, per coerenza elementare.
Firenze, 2026: la memoria come lusso selettivo
Firenze non è una città qualunque in questo racconto, ha una tradizione antifascista reale, documentata, pagata con il sangue durante la Resistenza. Nessuno lo mette in dubbio, ma quella tradizione non può diventare una patente che autorizza a scegliere quali vittime del Novecento meritano rispetto e quali no. Non funziona così.
Gli italiani dell’Istria e della Dalmazia non erano fascisti in massa, erano pescatori, insegnanti, commercianti, contadini. Parlavano italiano da secoli (da prima, cioè, che esistesse lo Stato italiano). Sono stati infoibati perché erano italiani, o perché erano anticomunisti, o perché erano entrambe le cose insieme. Sono stati cacciati perché la pulizia etnica era la politica del regime di Belgrado, non un effetto collaterale della guerra, non un incidente, una scelta.
Portare la bandiera di quel regime in una piazza toscana nel 2026 non è un gesto neutro. È una scelta anche quella, e il silenzio che segue (istituzionale, mediatico, politico) dice qualcosa di molto preciso su quanto questa Repubblica abbia ancora da fare i conti con la propria memoria.
A conti fatti, il problema non è la bandiera. La bandiera è solo il sintomo, il problema è che in Italia, ottant’anni dopo, esiste ancora un pezzo di opinione pubblica che considera l’infoibatore di Tito una figura frequentabile, quasi un alleato. Qualcosa non torna, e non torna da troppo tempo per essere ancora una dimenticanza.
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