Il silenzio è un complice colpevole
Qualcuno potrebbe chiedersi perché siamo ancora qui, a marciare nel freddo di febbraio verso un monumento di pietra? Ve lo dico io perché. Perché per decenni questo Paese ha preferito l’amnesia al dolore, ha scelto di soffocare le urla che salivano dai buchi neri del Carso per non disturbare i sogni ideologici di qualcuno. È un’infamia che i nomi di Cosimo Motta e Domenico Stanzione siano stati trattati come polvere sotto il tappeto di una storia scritta dai vincitori morali che non hanno mai vinto nulla, se non la gara dell’ipocrisia.
Oggi a Battipaglia non abbiamo solo sfilato; abbiamo gridato che la dignità non ha colore politico. Vedere quel corteo partire dalla Casa Comunale mi ha ricordato che c’è ancora un’anima in questa nazione, nonostante chi vorrebbe ridurci a un gregge senza memoria. Non si tratta di celebrare la morte, ma di rivendicare la verità contro il negazionismo strisciante, contro chi ancora oggi balbetta “sì, ma…” davanti a un eccidio. La verità non ammette “ma”. Il sangue dei martiri istriani, fiumani e dalmati è lo stesso che scorre nelle vene di chi oggi, a migliaia di chilometri di distanza, ha avuto il coraggio di dire: “Io ricordo”.
La memoria corta di una politica a due velocità
Il Giorno del Ricordo è stato istituito con la Legge 30 marzo 2004 n. 92, un atto che la Repubblica ha dovuto compiere per rimediare a una “congiura del silenzio” durata mezzo secolo. Eppure, nonostante la legge, ogni anno assistiamo alla solita messinscena delle contraddizioni.
Il caso di Battipaglia è emblematico. Qui non stiamo parlando di una storia lontana, “giuliano-dalmata” in senso astratto. Parliamo di Cosimo Motta e Domenico Stanzione, figli di questa terra, trucidati per la sola colpa di rappresentare lo Stato italiano. La manifestazione di oggi, con il Coordinatore regionale per la Campania dell’Unione degli Istriani Giuseppe Sartore, la Sindaca Cecilia Francese ed i rappresentanti del comune di Battipaglia, ha smontato la narrazione della “memoria di parte”. Se la politica italiana smettesse di “indorare la pillola” per compiacere il mainstream e guardasse alla realtà di questi monumenti, forse capirebbe che la storia non si emenda con un comunicato stampa, ma si onora con la coerenza dei fatti.
Il filo rosso della dignità nazionale
C’è un’eleganza austera nel gesto di una comunità che si ritrova attorno a un monumento. Mi ricorda quel senso dello Stato che un tempo animava gli italiani, lo stesso che portò volontari come Nazario Sauro o Francesco Rismondo a sfidare il cappio austriaco per un ideale. Oggi, a Battipaglia, si è rinnovato quel medesimo rito di appartenenza.
Ricordare le Foibe non significa alimentare vecchi rancori, ma riconoscere una cicatrice che appartiene a tutto il corpo della nazione. Dalle sponde orientali dell’Adriatico, dove l’elemento italiano ha vissuto per secoli tra pietre romane e leoni veneziani, il dolore è arrivato fin qui, nel cuore della Piana del Sele. La storia ci insegna che non esistono “vittime di serie B”. Il Giorno del Ricordo deve servire a questo: a ricordarci chi siamo, da dove veniamo e quanto ci è costato restare liberi. Il verdetto di oggi è chiaro: Battipaglia ha scelto la memoria. E una città che ricorda è una città che merita un futuro.

