Insurrezione di Trieste 30 aprile 1945: la verità nascosta

Giuseppe Sartore

Aprile 30, 2026

Insurrezione di Trieste 30 aprile 1945 la verità nascosta

Ore 5.30. Trieste si sveglia col rumore dei fucili. O meglio Trieste non si sveglia, perché Trieste non ha dormito. Chi poteva dormire, quella notte del 30 aprile 1945, col cannone tedesco che tuonava verso il Carso e l’ombra delle colonne jugoslave che calavano giù dall’altopiano come un temporale che non puoi fermare? Nessuno, nessuno dormiva. E allora parliamone, di quell’insurrezione di Trieste del 30 aprile 1945, di quelle ore che decisero, o avrebbero dovuto decidere, il destino di una città italiana. Italiana, sì, mettetevelo in testa.

Il tricolore alzato prima che arrivassero i lupi

Una cosa che brucia ancora oggi, ottantuno anni dopo, mentre il resto d’Italia tra il 25 e il 28 aprile festeggiava la liberazione, Milano, Torino, Genova, le bandiere, gli abbracci, i partigiani che entravano trionfali; Trieste non poteva permettersi nemmeno un sorriso, e neppure Gorizia, e neppure Pola, Fiume, le città costiere istriane. Perché su di loro, su tutte loro, pendeva qualcosa di peggio della guerra stessa: l’ipoteca delle rivendicazioni jugoslave di Tito. Il terrore concreto, tangibile, che alla ritirata dei tedeschi seguisse un’altra occupazione. Diversa nei colori. Identica, anzi peggiore, nella ferocia.

E qui casca l’asino, perché la situazione a Trieste non era soltanto drammatica sul piano militare, era avvelenata sul piano politico. Il Partito Comunista Italiano locale, guardate bene il PCI non un gruppo straniero, si era schierato apertamente per l’annessione dell’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia. Un partito italiano che voleva regalare l’Italia a uno stato straniero. E quando gli altri partiti del Comitato di Liberazione Nazionale dissero no i comunisti giuliani fecero una cosa senza precedenti nella storia della Resistenza italiana: abbandonarono il CLN per confluire nell’Osvobodilna fronta slavo, il Fronte di Liberazione sloveno. Caso unico, tradimento unico, vergogna unica.

Intanto i tedeschi se ne andavano. Il Supremo Commissario Friedrich Rainer era partito il 28 aprile con la prima colonna. Il generale delle SS Odilo Globočnik, sloveno, per l’ironia atroce della storia, se n’era squagliato nella notte tra il 29 e il 30. Restavano i reparti della Wehrmacht e della Kriegsmarine del generale Hermann Linkenbach, che aveva deciso la difesa ad oltranza. Un tedesco cocciuto. Ce n’erano tanti, in quei giorni.

Quando il coraggio ha un’ora precisa: le 5.30 Insurrezione di Trieste 30 aprile 1945 la verita nascosta 2

E allora il Comando del Corpo dei Volontari della Libertà, braccio armato del CLN, decise. Basta aspettare. Basta sperare negli anglo-americani che erano ancora aldilà del Piave, lontanissimi, maledettamente lontani. Il colonnello Antonio Fonda Savio e il sacerdote capodistriano don Edoardo Marzari,fissarono l’ora. Le 5.30 del 30 aprile 1945. L’insurrezione patriottica doveva dimostrare al mondo intero che Trieste si era liberata da sola. Da sola. In nome della sua appartenenza all’Italia.

E vi spiego cosa successe poi, in quella giornata lunghissima. I Volontari della Libertà combatterono casa per casa, strada per strada. Le formazioni comuniste locali, quelle dell’Unità Operaia? Ferme. Al piede, come si dice in gergo militare. Aspettavano. Aspettavano i loro padroni jugoslavi.

Ma i volontari no, i volontari combattevano. E alla fine della giornata la città era loro, tutta, tranne il castello di San Giusto, il tribunale e il Porto Vecchio; posizioni dove i tedeschi si erano asserragliati aspettando di arrendersi agli anglo-americani, non certo ai partigiani comunisti di Tito. Il tricolore sventolava sul Comune. Il tricolore sventolava sulla Prefettura. Trieste era libera. Libera e italiana.

La memoria di chi c’era davvero, col fucile in mano

Ecco il punto che nessuno vi racconta abbastanza. L’Unione degli Istriani (i cui post social sono sempre fonte inesauribile di conoscenza storica) ci fa andare con il pensiero al da poco scomparso Fabio Forti, presidente dell’Associazione Volontari della Libertà, che in quegli scontri c’era, col fucile, con la paura e il coraggio mischiati insieme, come succede sempre quando sei giovane e la storia ti passa addosso come un treno. Forti ricordava così: «Il Corpo Volontari della Libertà, da solo prese possesso militare della città di Trieste, innalzò il Tricolore sul Comune e sulla Prefettura ed indubbiamente con questo atto il CLN in nome dell’Italia, liberava Trieste dall’occupazione tedesca.»

Da solo. Capite? Da solo, senza l’aiuto dei comunisti che stavano a guardare. Non con le truppe alleate che erano a centinaia di chilometri. Da solo.
E mentre tutto questo accadeva, mentre Trieste si liberava, sull’altopiano carsico, nei pressi di Opicina, a meno di cinque chilometri in linea d’aria, le avanguardie della IV° armata jugoslava si scontravano violentemente con le ultime artiglierie germaniche. Una battaglia durissima, i cannoni tedeschi che avevano tuonato tutta la notte cercavano di sbarrare il passo. Ma era questione di ore, ormai, tutti lo sapevano.

Gli jugoslavi entrarono a Trieste nelle prime ore del mattino del 1° maggio. I Volontari della Libertà stavano ancora combattendo contro gli ultimi resti tedeschi. E quello che seguì, i quaranta giorni di occupazione titina, le foibe, le sparizioni, il terrore, è un’altra storia. Una storia che l’Unione degli Istriani, la più grande associazione dell’esodo, custodisce con la tenacia di chi non ha mai smesso di ricordare, di chi porta nel sangue il dolore dell’esodo e la dignità di non arrendersi all’oblio, ma soprattutto con la schiena diritta.

Fermiamoci a quell’alba, alle 5.30, a quegli uomini che presero i fucili sapendo che probabilmente non sarebbe servito a nulla, che Tito sarebbe arrivato comunque, che gli alleati erano lontani, che i comunisti italiani li avevano traditi. Lo fecero lo stesso, perché certe cose si fanno e basta, anche quando sai che il mondo non ti ascolterà.

E tu, oggi, li ricordi? Io sì.