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Pisino, settembre 1943: il colonnello che vendette la città, il boia che morì nel suo letto
Partì ancora col buio, dal piazzale davanti al castello un vecchio autobus con i finestrini imbiancati di calce, perché chi stava dentro non riconoscesse la strada e chi stava fuori non riconoscesse loro che erano all’interno. Le case attorno al castello dei Montecuccoli si svegliarono con il rumore del motore e con le urla dei carcerieri, e poi con le altre urla: quelle dei condannati, che gridavano il proprio nome nel buio per far sapere al mondo che erano stati loro, che erano passati di lì, che qualcuno doveva ricordarselo.
«Sono Lino, Lino Gherbetti!»
Era il 19 settembre 1943, la corriera arrivò a un altopiano presso Lindaro, dove si apriva una cava di bauxite, li fecero scendere e li spogliarono di tutto, perché i corpi non potessero essere identificati; li avviarono scalzi verso l’orlo della cava e li abbatterono a raffiche, così che cadessero dentro da soli. Poi rovesciarono sopra la bauxite già ammucchiata a lato, pronta per essere caricata sui camion. La corriera tornò a Pisino vuota, con i loro vestiti. Non era un’eccessiva crudeltà isolata, era un metodo rodato, ripetuto, applicato con quella che si chiamerebbe efficienza se la parola non facesse schifo applicata a questo.
Chi c’era sopra
I nomi di quella notte li conosciamo per una ragione precisa: perché furono gridati.
Quando il 4 novembre 1943 i vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Arnaldo Harzarich, estrassero dalla cava di Lindaro trentuno salme, il riconoscimento risultò impossibile. Erano stati spogliati apposta, l’eccidio venne datato al 19 settembre.
Sappiamo chi c’era sopra quella corriera perché qualcuno, dietro le persiane chiuse, sentì e si ricordò.
Lino Gherbetti, impiegato;
Riccardo Zappetti, falegname, e suo fratello Rodolfo Zappetti, capo cantoniere;
Dario Leona, studente (un ragazzo);
don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, quarantasei anni, arrestato la notte del 16 settembre insieme a una trentina dei suoi parrocchiani, portato al castello di Pisino, torturato. Prima delle raffiche riuscì a impartire l’assoluzione ai compagni legati accanto a lui, quando il corpo fu riesumato, gli assassini gli avevano conficcato sulla testa una corona di spine fatta di filo spinato. Fu sepolto il 4 novembre 1943.
L’8 settembre, e tutto si sciolse
Una parola sola, la sera dell’8 settembre 1943, e l’esercito italiano in Istria smise di esistere. Nerina Feresini, professoressa pisinota, classe 1912, esule a Trieste dal 1947 e colonna per decenni dell’Unione degli Istriani, ha lasciato la ricostruzione più asciutta di quei giorni in Quel terribile settembre 1943, pubblicato dalla Famiglia Pisinota nel 1993, scrive:”La parola armistizio circolò immediatamente in tutte le case e qualcuno esclamò ‘Ora comincia la carneficina!’ (…) Nelle casermette la confusione era indescrivibile. I militari scaraventavano dalle finestre i materassi e tutto quello che capitava loro sottomano. La cittadinanza comprese che non sarebbe stata tutelata…“.
Non si sbagliava. Per niente.
Nel giro di quarantotto ore i partigiani comunisti slavi (aiutati dai collaborazionisti italiani) disarmarono migliaia di soldati italiani in tutta la penisola. L’11 settembre quasi tutta l’Istria era in mano titina, con l’eccezione di Pola, Fasana, Dignano e isole le Brioni, dove i tedeschi arrivarono prima. Le città occupate subito dalla Wehrmacht furono risparmiate dalla prima ondata di rastrellamenti, morte ed infoibamenti, l’entroterra no.
Pisino era il cuore geografico della penisola, ex centro amministrativo della Contea sotto l’Austria-Ungheria, sede del ginnasio italiano dal 1899 ci passarono Luigi Dallapiccola, Biagio Marin, Pier Antonio Quarantotti Gambini, i fratelli Visintini. E in cima alla città il castello dei Montecuccoli, documentato già nel 983, quando Ottone II lo cedette al vescovo di Parenzo, acquistato nel Seicento dal marchese Montecuccoli, feudatario modenese vassallo degli Este, la cui famiglia lo tenne fino al 1945. Prenderla significava mandare un messaggio.
Il colonnello Scrufari
Al 10 settembre 1943 a Pisino c’era circa un migliaio di soldati del Regio Esercito, comandati dal colonnello Angelo Scrufari, più un distaccamento di carabinieri agli ordini del colonnello Monteverde. Una forza tutt’altro che trascurabile per quello che si aveva di fronte.
Quella sera un gruppo di cittadini pisinoti guidati da Lino Gherbetti (sì, lui, quello che avrebbe gridato il proprio nome nove giorni dopo) andò da Scrufari a chiedere una cosa sola: che la città fosse difesa in armi. Scrufari li rispedì indietro, era già in trattativa con i titini.
Il pomeriggio dell’11 si presentarono a Pisino una trentina di partigiani comunisti slavi armati alla meglio, seguiti da un centinaio di contadini senza armi; tre capi si staccarono dal gruppo e chiesero di parlare con il colonnello. Chiesero la resa, la consegna immediata di tutte le armi, alcuni ostaggi, la liberazione dei prigionieri politici; Scrufari rispose di sì a tutto e diede i relativi ordini di capitolazione. La folla che seguiva l’avanguardia si impossessò delle armi e finì per risultare armata meglio dei partigiani stessi. Trenta uomini armati male. Mille soldati che si arrendono. Questo è il punto su cui non si può sorvolare, ed è il punto per cui questo articolo si chiama così.
Tra gli ostaggi consegnati come prezzo della resa ci furono Gherbetti, Riccardo Zappetti e Dario Leona. La lista dei nomi pretesi era più lunga, ma Scrufari aveva già scelto: aveva scelto sé stesso. I soldati del presidio si sparpagliarono nelle case, buttarono le divise, mendicarono abiti civili. Scrufari fuggì e fu raggiunto e ucciso dai partigiani presso Pinguente, in barba al salvacondotto comprato con il sangue altrui.
Ivan Motika
Motika era a capo di trecento “guardie del popolo”, esecutori materiali della pulizia etnica nei pochi giorni di controllo titino. Fu nominato a capo del “tribunale del popolo”, elesse il castello dei Montecuccoli a suo regno personale e da lì scandì centinaia di sentenze. Il castello divenne una prigione, non bastando le celle, si occuparono gli androni: prigionieri buttati sul pavimento, sulle pietre, ammassati uno sull’altro. Il numero cresceva ogni giorno. La notte del 19 settembre i titini decisero di fare spazio a modo loro, il resto lo avete già letto all’inizio. Si faceva chiamare Drugi Tito, secondo Tito. Ma passò alla storia con un altro nome: “Il boia di Pisino“.
E vale la pena sapere da dove veniva, nacque a Sandali di Gimino il 3 agosto 1907, da madre contadina e padre ignoto, quando l’Istria era ancora austroungarica. Cominciò la scuola croata a Canfanaro, poi la madre lo mandò al ginnasio di Karlovac e si laureò in giurisprudenza a Zagabria. Nel 1941 fu arruolato nelle forze collaborazioniste slovene dopo essere stato arrestato dagli ustascia. Nel marzo 1942 disertò e passò ai partigiani di Tito.
Nel settembre 1943 era a Pisino.
Il mese che in Croazia si festeggia
C’è una simmetria che nessuno racconta mai, e andrebbe raccontata ogni volta. Il 13 settembre 1943, nella stessa Pisino, il Comitato popolare di liberazione per l’Istria proclamò unilateralmente l’annessione dell’Istria alla Croazia, strano che il tutto avvenga a guerra ampiamente in corso e senza ancora alcuna certezza sull’esito della stessa e con l’Italia appena passata con gli alleati dopo l’armistizio. Il 26 settembre l’assemblea dei rappresentanti del popolo istriano confermò la decisione, questa volta nominando la Jugoslavia. Tra i ventotto del comitato provvisorio compare Ivan Motika, qualificato come “giudice”. Pisino fu scelta perché Pola era ancora in mano italiana. Sono le Pazinske odluke, le decisioni di Pisino. In Croazia sono una data fondativa, oggetto di celebrazione ufficiale.
Tra il 13 settembre e i primi di ottobre, nel raggio di quelle stesse strade, furono uccise circa duecento persone. Poi arrivarono i tedeschi, e la carneficina si fermò, per il momento.
Il processo che non ci fu
Ivan Motika sopravvisse alla guerra, a Tito, alla Jugoslavia.
Dopo la legge sui tribunali popolari del settembre 1945 entrò nella Pubblica Accusa presso il tribunale circondariale per l’Istria. Nel settembre 1947 fu il delegato jugoslavo che ricevette le chiavi di Pola dal colonnello Baltzer, comandante della guarnigione britannica. Poi deputato a Belgrado, poi magistrato a Karlovac.
Negli anni Novanta Nidia Cernecca, nata nel 1936, figlia di Giuseppe Cernecca, segretario comunale di Gimino, che accusò Motika di aver torturato, ucciso e decapitato suo padre il 2 ottobre 1943 dopo avergli estratto dalla bocca due denti d’oro, si rivolse insieme ad altri parenti all’avvocato Augusto Sinagra e partì la denuncia. L’8 maggio 1996 il pm Giuseppe Pititto aprì a Roma l’indagine sui crimini commessi in Istria tra il 1943 e il 1947. Si scontrò quasi subito con le proteste ufficiali di Lubiana e Zagabria, che liquidarono l’inchiesta come un’operazione elettorale. Il 25 agosto 1996 il giornalista Fausto Biloslavo rintracciò Motika a Rovigno, dove trascorreva le vacanze. Pubblicò l’intervista su Epoca il 6 settembre, dandogli il nome che si è portato dietro: il “Priebke rosso“. Motika si proclamò innocente come Gesù Cristo.
Il 13 novembre 1997 il gup di Roma Alberto Macchia emise il non luogo a procedere. Motivazione: i reati commessi su parte del territorio nazionale successivamente ceduta ad altro Stato devono considerarsi commessi in territorio straniero (in barba al diritto scritto ed alla giustizia che meritava di essere applicata).
Non prescrizione, non insufficienza di prove, un cavillo di geografia amministrativa.
Le foibe erano in Italia quando ci buttarono dentro gli italiani, ma quando l’Italia decise di guardarci dentro non erano più Italia, e quindi non era affar suo. Ivan Motika morì a Zagabria il 20 ottobre 1999, senza mai essere stato processato. Fino all’ultimo giorno, da ex cittadino italiano, percepì una pensione dell’INPS. Quando la cosa fece scandalo, l’ufficio stampa dell’istituto rispose che le quasi trentaduemila pensioni erogate nell’ex Jugoslavia non erano accompagnate da una fedina penale.
Il parallelo con Priebke, alla fine, funziona solo a metà. Priebke fu processato, condannato all’ergastolo, e morì agli arresti domiciliari a Roma nel 2013. Motika no. Motika è morto nel suo letto.
Pisino, ottant’anni dopo
Oggi Pisino si chiama Pazin ed è il capoluogo della Regione istriana. Il castello dei Montecuccoli è un museo. Ogni giugno la società croata dedicata a Jules Verne organizza intorno alle sue mura un festival con ricostruzioni fedeli di Mathias Sandorf (il romanzo del 1885 in cui il protagonista evade dal castello e precipita nella foiba). Verne, a Pisino, non ci mise mai piede: lavorò su fotografie e resoconti di viaggiatori. La foiba è lì sotto, un abisso di un centinaio di metri con il torrente Foiba (porta lo stesso nome ed ora chiamato Pazinčica) che ci si inabissa dentro. È un paesaggio protetto, si visita con lo speleologo, c’è pure la zip line.
I nomi di Lino Gherbetti, Dario Leona, Riccardo e Rodolfo Zappetti, don Angelo Tarticchio non stanno su nessuna targa nelle strade di quella città. Cerimonie ufficiali croate per loro non ce ne sono. E per decenni non ce ne sono state nemmeno di italiane (fino alla legge 92 del 30 marzo 2004, che istituì il Giorno del Ricordo il 10 febbraio). Una conquista strappata con le unghie da chi non aveva smesso di ricordare, e una data che ancora oggi qualcuno fatica a collocare sul calendario.
Nerina Feresini è morta nel 2007. Piero Tarticchio, che aveva sette anni quando gli ammazzarono lo zio don Angelo, continua a raccontare. L’Unione degli Istriani continua il suo lavoro con le risorse che ha (l’anno scorso ha pubblicato Storia e “storie” di Pisino, curato da Virna Balanzin), perché queste cose vanno messe nero su bianco finché c’è qualcuno che le sa.
Ogni anno che passa i testimoni diretti sono meno, non è un’impressione ed è inutile girarci intorno: è aritmetica.
Io queste storie le ho sentite in casa, nelle sedi associative, durante i convegni e da chi le ha vissute. Fanno parte di quello che sono, non sono un argomento che ho scelto. So cosa significa essere istriano e spiegare, nel 2026, a qualcuno che non sa dove sia Pisino. O che non sa cosa sia una foiba. O che confonde il 10 febbraio con una data qualsiasi.
Il boia di Pisino è morto nel suo letto con la pensione italiana. Il colonnello Scrufari, fu ammazzato dagli stessi a cui aveva consegnato la città; che non è giustizia, è solo il conto che si presenta da solo. Gherbetti, Leona, i fratelli Zappetti, don Tarticchio in una cava di bauxite a Lindaro, scalzi, spogliati, a raffiche di mitra.
Qualcuno dovrebbe ricordarselo.
