Legge elettorale e ingovernabilità: la farsa italiana

Giuseppe Sartore

Marzo 28, 2026

La legge elettorale che ci ritroviamo chiamata Rosatellum, concepita per un mondo tripolare che non esiste più, è una macchina perfetta per produrre ingovernabilità. Una macchina creata nel 2017 che macina voti nei suoi ingranaggi di collegi e proporzionale, e alla fine sputa fuori un Parlamento in cui nessuno comanda e tutti ricattano.

Due milioni di voti di scarto e un pareggio: la legge elettorale che beffa gli italiani

Lo Studio Cattaneo ha fatto un esercizio, ha preso i voti del referendum, Sì da una parte e No dall’altra, li ha trasferiti pari pari su uno scenario da politiche. Sapete cosa ne esce? Un sostanziale pareggio. Con due milioni di voti di differenza, due milioni! Vi rendete conto? In qualunque democrazia liberale seria, due milioni di voti significano una vittoria netta, un mandato chiaro, un governo che governa. Qui no, qui significano un Senato con un senatore di maggioranza, forse due, se va bene. Cose folli, appunto.

E perché succede questa assurdità? Semplicemente perchè il meccanismo è contorto, i due terzi dei seggi sono assegnati con collegi i plurinominali a sistema proporzionale, mentre un terzo con l’uninominale. E siccome gli uninominali pesano di più proprio nelle regioni dove ha vinto il sì, ecco che il vantaggio numerico si dissolve, come un trucco di prestigio mal riuscito, solo che qui non c’è nessun mago, ci sono solo politici che hanno costruito regole su misura per il proprio tornaconto e poi si sono ritrovati intrappolati nella loro stessa trappola.

Lo abbiamo visto succedere troppe volte, ogni legislatura la stessa commedia, si scrive una legge elettorale pensando al presente e poi il presente cambia, il vento gira, e quella legge diventa una camicia di forza per tutti.

Il campo largo scopre l’acqua calda (e la destra finge di non vedere)

Ecco dove la farsa diventa comica fino alle lacrime. Il campo largo, quella coalizione liquida, gassosa, che cambia forma a seconda del contenitore, si è accorto del problema. Finalmente! E adesso che fa? Chiede di rifare la legge elettorale, gli stessi che per settimane hanno accusato la maggioranza di voler cambiare le regole del gioco per paura di perdere.  Si sta ribaltando la situazione, in Italia le situazioni si ribaltano ogni tre mesi. Quisquilie, certo, già viste, certo, ma non per questo meno vergognose.

Perché guardate, nel rispetto della volontà popolare come fondamento sacro della democrazia, il problema non è chi chiede la riforma. Il problema è che la riforma serve, e serve a tutti. E il fatto che nessuno la voglia fare per ragioni di principio, ma solo quando gli conviene, è la fotografia perfetta della miseria politica italiana. Sarebbe bello che ogni parlamentare fosse scelto, singolarmente, dai cittadini, sarebbe bello che ogni cittadino sapesse realmente quali sono i parlamentari che sono stati eletti nel proprio territorio, sarebbe bello che i parlamentari debbano tener conto solo dell’opinione pubblica e non dei capipartito.

La democrazia liberale ha bisogno di governi che governano

Proporzionale puro? Maggioritario secco? Un sistema misto con premio di maggioranza? Non serve fare i costituzionalisti da salotto. C’è da pretendere, solo una cosa, che chi prende più voti governi. Punto. È così che funziona una democrazia. È questo il patto tra cittadini e istituzioni. Tu voti, il tuo voto conta, chi vince governa.

Invece no. Invece in Italia abbiamo avuto, e rischiamo di avere ancora, governicchi accrocchio. Coalizioni tenute insieme con lo spago e la paura. Maggioranze dove vale tutto e il contrario di tutto, dove un senatore qualunque può alzarsi una mattina e far cadere un esecutivo perché non gli hanno dato il sottosegretariato che voleva. Manco a dirlo, questa non è democrazia liberale, è il suo contrario, è la negazione del mandato popolare, è l’aristocrazia dei mediocri.

La soluzione per ridare voce ai cittadini è sotto gli occhi di tutti, via i listini bloccati, reintroduzione integrale delle preferenze, oppure uninominale puro. Lasciare che siano i cittadini a scegliere chi li rappresenta, nome per nome, faccia per faccia. Un principio liberal-democratico elementare: il potere che viene assegnato dal basso verso l’alto, non calato dall’alto come un editto.

Ma sappiamo già che questa resterà un’utopia, perché le preferenze non convengono a nessuno; non alla destra, non alla sinistra, non al centro se ancora esiste. Le preferenze significano competizione vera, significano che il deputato deve rendere conto al suo elettore e non al capopartito che l’ha piazzato in lista. E questo, per la classe dirigente politica italiana, è terrore puro.

Un piccola parentesi personale, qualche anno fo ricordo quando, un parlamentare mi disse candidamente che le preferenze erano “un pericolo per la stabilità dei partiti”; gli risposi che forse i partiti instabili meritavano di crollare. Dopo questa risposta non mi rivolse più la parola, pazienza! Si andrà avanti così, con una legge elettorale che produce stallo, con partiti che la cambieranno solo quando gli farà comodo; con elettori che vanno a votare e scoprono che il loro voto non vale quasi niente. E intanto il Paese resta fermo, ostaggio non dei cittadini, ma di un meccanismo che nessuno ha il coraggio di smontare davvero.

Vergogna? Sì. Ma ormai è una vergogna così familiare che non la sentiamo nemmeno più.

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