L’Esercito Italiano salvò gli ebrei in Dalmazia: eroi scomodi, storia sepolta

Giuseppe Sartore

Luglio 14, 2026

C’è una storia che l’Italia non ha mai voluto raccontarsi fino in fondo, o meglio ha fatto di tutto per non doverlo fare. Non per pudore, probabilmente per convenienza. Questa storia riguarda quegli ufficiali del Regio Esercito Italiano che, tra il 1941 e il settembre del 1943, in Dalmazia e nella Jugoslavia occupata, si misero di traverso alla macchina dello sterminio nazista e ustascia. Non con le armi, almeno non subito, ma con la burocrazia, con i rinvii, con i cavilli, con quella capacità tutta italiana di far finta di obbedire senza obbedire davvero. Spesso contro l’ordine superiore, a volte rischiando la fucilazione. Non erano eroi da romanzo, erano militari di carriera, uomini abituati a eseguire. Eppure, davanti alle SS che chiedevano la consegna degli ebrei, dissero no, e quel no salvò migliaia di vite.

La Dalmazia occupata e la «questione ebraica»

Inquadriamo la situazione. Aprile 1941: dopo il colpo di stato nel Regno di Jugoslavia, la Germania e l’Italia invadono la Jugoslavia e così ci si ritrova a gestire un territorio enorme e ostile, oltre alle zone della Dalmazia abitate da italiani, finirono sotto la giurisdizione della II Armata, la Supersloda, parte della Slovenia, il Montenegro e pezzi di Croazia. Dall’altra parte della linea di demarcazione, vi era lo Stato Indipendente di Croazia (NDH) di Ante Pavelić, le SS e gli ustascia stavano già attuando quella che i tedeschi chiamavano «soluzione finale»: un programma di persecuzione etnica e biologica contro serbi, ebrei e rom. Gli ustascia non si limitavano a deportare, massacravano sul posto, con una ferocia che impressionò persino alcuni ufficiali tedeschi; e certamente non erano facilmente impressionabili.

La brutalità dei massacri e l’apertura di campi di sterminio autoctoni, Jasenovac su tutti, spinsero migliaia di profughi a cercare salvezza oltre la linea, nei territori presidiati dalle truppe italiane. Arrivavano a piedi, per mare, con quello che potevano portare, poca roba. I vertici italiani sapevano tutto. Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri, era informato. Lo erano il generale Mario Roatta, comandante della II Armata, il governatore della Dalmazia Giuseppe Bastianini, il generale dei Carabinieri Giuseppe Pièche, organizzatore della Polizia militare in Croazia, e Luca Pietromarchi, plenipotenziario per i Balcani al ministero degli Esteri. Tutti sapevano cosa significava «consegnare» un ebreo ai tedeschi o agli ustascia nel 1942, nessuno lo disse ad alta voce, per fortuna qualcuno agì.

Pièche, Negri e il telegramma

Il caso più documentato è quello del generale Pièche. Autunno 1942: Berlino chiede formalmente la consegna di circa tremila ebrei presenti nelle zone di giurisdizione italiana. Richiesta precisa, protocollata, accompagnata da pressioni diplomatiche pesanti, il tipo di richiesta che in tempo di guerra si esegue senza fare domande.

Pièche scrisse a Roma. Disse, con una franchezza che ancora oggi colpisce a rileggere quegli atti, che sarebbe stato «un disonore per la nostra bandiera mandare a morte tanti innocenti». Il segretario lo scongiurò di non inviare la lettera: «Non la mandi, si farà silurare». Pièche non solo non desistette, ma coinvolse Roatta, che lo appoggiò, e Mussolini fece marcia indietro sull’ordine di consegna.

Stessa stoffa il generale Paride Negri, comandante della Divisione Murge. Nel 1942, a Mostar, rifiutò di consegnare gli ebrei al comando tedesco dichiarando senza giri di parole al tenente generale Karl Schnell che «la deportazione degli ebrei è contraria all’onore dell’esercito italiano». Schnell incassò e non insistette, e dal comando della II Armata partì per Roma un promemoria, l’estensore fu il colonnello Giacomo Zanussi, nell’ambito del comando di Roatta, che definiva la consegna degli ebrei «un atto riprovevole dal punto di vista umanitario che avrebbe recato un durissimo colpo al nostro prestigio». Chi lo scrisse stava mettendo in gioco la carriera, lo sapeva, e lo scrisse lo stesso.

Non è retorica, è tutto documentato. Gli atti sono negli archivi dello Stato Maggiore, in parte pubblicati, in parte ancora semi-sepolti sotto decenni di imbarazzo istituzionale. Purtroppo non c’è molto interesse a mostrarli, dovremmo chiederci perchè.

Fingere di obbedire: il finto internamento

Il Ministero degli Esteri e il Comando della II Armata elaborarono un vero scudo legale, per aggirare i decreti di consegna firmati formalmente a Roma sotto pressione del Reich, i diplomatici italiani introdussero distinzioni giuridiche tra le categorie di profughi e sostennero che l’ordine pubblico nei territori occupati spettasse esclusivamente alle autorità italiane. L’escamotage decisivo fu il provvedimento di «finto internamento» dell’11 novembre 1942: agli occhi di Berlino, una misura restrittiva severa. Nei fatti, l’unica via per garantire l’incolumità dei perseguitati. La burocrazia come scudo, un meccanismo kafkiano usato all’incontrario, e funzionò.

Le principali distinzioni applicate si articolavano su tre livelli:
Ebrei “Residenti” rispetto a Ebrei “Rifugiati”. I primi facevano parte dei nuclei storicamente stanziati nei territori sotto l’amministrazione Italiana (come il Governatorato della Dalmazia o la Provincia di Lubiana) mentre i secondi facevano parte delle migliaia di civili sopraggiunti in fuga dai massacri operati dagli ustascia e dalle SS nella Croazia interna. Agli occhi di Berlino, le autorità italiane catalogavano formalmente i secondi come “rifugiati indesiderabili” o “soggetti temporanei”, fingendo di spianare la strada a un loro futuro allontanamento. Nei fatti, questa etichetta offrì il pretesto legale per disporne il confinamento coatto in campi sotto il controllo diretto dei militari italiani (come Porto Re e il settore ebraico di Arbe), blindandoli dentro le strutture del Regio Esercito e impedendone la deportazione nei lager nazisti.
Cittadini dei Territori Occupati rispetto a “Individui Sospetti”. Mentre i residenti stanziali erano formalmente protetti dalle convenzioni belliche di occupazione, i comandi italiani giocarono sull’ambiguità del declassamento giuridico per motivi di sicurezza. Definire un profugo sprovvisto di documenti come “elemento pericoloso per l’ordine pubblico” o “individuo perturbatore” permetteva alla Polizia militare italiana di avocare a sé qualsiasi procedura di fermo e isolamento. In questo modo, veniva neutralizzato sul nascere ogni tentativo di ingerenza o estradizione avanzato dalle autorità di Zagabria o dai comandi germanici.
Profughi di Stati Nemici rispetto a Stati Alleati. Sfruttando la dissoluzione formale del Regno di Jugoslavia, i diplomatici e gli ufficiali italiani catalogavano i profughi in base alla loro precedente appartenenza geopolitica. Affermare che un individuo rispondesse al diritto di uno Stato nemico ormai collassato consentiva all’Italia di dichiararsi l’unica potenza occupante dotata del titolo legale e del mandato esclusivo per amministrare la giustizia, la pubblica sicurezza e l’internamento all’interno della propria fascia di competenza territoriale, respingendo le pretese degli alleati dell’Asse.

Attraverso questo sistema, circa cinquemila ebrei vennero sottratti alla deportazione e dislocati in aree protette: circa 900 ebrei bosniaci alloggiati in alberghi a Ragusa (oggi Dubrovnik) e nelle isole vicine; oltre 1.200 ebrei croati in un campo autogestito a Porto Re (oggi Kraljevica); circa 600 persone in abitazioni private tra Brazza e Lesina (oggi Brač e Hvar); e un nucleo numeroso trasferito ad Arbe (Rab) nella primavera del 1943. Sorveglianza minima, autonomia comunitaria, scuole per i bambini, contatti con la DELASEM, l’organizzazione di soccorso ebraica italiana. Non era libertà, ma era vita, un altro paio di maniche rispetto a ciò che li aspettava oltre la linea che delimitava la fine della zona italiana.

Il paradosso di Arbe

C’è però un capitolo che va non si può glissare, e va maneggiato con onestà. L’isola di Arbe ospitava il campo di Kampor, istituito dalle autorità militari italiane nel quadro delle misure di sicurezza per il controllo del territorio. Per una parte di civili sloveni e croati provenienti dalle zone di attività partigiana titina fu un luogo di sofferenza vera: il forte sovraffollamento, unito alle gravissime carenze logistiche, agli approvviggionamenti alimentari e sanitari ridotti che colpivano l’intera area balcanica in tempo di guerra, causò la diffusione di malattie ed un doloroso tributo di vite umane. Storicamente è risaputo che non si trattò di un campo di sterminio sul modello tedesco, niente camere a gas, nessun piano sistematico di uccisione, ma un campo di concentramento, un campo di internamento i cui drammatici esiti furono determinati dalle contingenze e dal collasso della linea di sussistenza della II Armata. La parola pesa, deve pesare.

Una rigorosa analisi dei documenti d’archivio rivela una realtà più articolata di quella tramandata per convenienza ideologica nel dopoguerra. Dentro la guerra civile balcanica, i campi presidiati dal Regio Esercito non furono solo luoghi di reclusione coatta: per centinaia di civili slavi l’internamento fu una richiesta volontaria, l’unica via di scampo dalle purghe, dalle violenze e dalle esecuzioni sommarie perpetrate dai loro stessi conterranei del movimento rivoluzionario comunista. Lo stesso accadde a Lubiana, dove il recinto eretto per ragioni militari attorno alla città si trasformò, fino al settembre 1943, in uno scudo per migliaia di sloveni in fuga dal terrore titino o dalla vicina zona d’occupazione tedesca. E va ricordata l’opera di Angela Grazioli, moglie slovena dell’Alto Commissario Emilio Grazioli, che strappò alle vendette delle fazioni comuniste locali centinaia di suoi connazionali.

In questo quadro, il settore ebraico di Arbe ricevette un trattamento diametralmente opposto a quello repressivo. Il trasferimento in massa dei profughi ebrei sull’isola, nel marzo 1943, fu pianificato proprio perché Arbe rientrava nella zona formalmente annessa al Regno d’Italia: portarveli significava sottrarli definitivamente alla giurisdizione croata e tedesca, e alla caccia all’uomo delle milizie ustascia, che catturavano civili ebrei per consegnarli ai tedeschi in cambio di trenta marchi a testa. Una mossa burocratica, calcolata, fredda, geniale. Una mossa che salvò vite, e a conti fatti, è quello che conta.

La notte dell’8 settembre 1943, mentre la catena di comando italiana si dissolveva, l’organizzazione interna degli internati ebrei prese il controllo del campo in coordinamento con i militari rimasti. I più giovani costituirono il Battaglione ebraico di Arbe (Rab Battalion) e si unirono alle formazioni partigiane per contrastare l’invasione tedesca. Grazie alla protezione ricevuta fino a quel momento dall’Esercito italiano, che ne aveva preservato le forze e la struttura sociale, la stragrande maggioranza dei cinquemila protetti riuscì a ripiegare nei territori liberi della Bosnia e della Croazia centrale. Salvi. Chi non poté fuggire fu catturato dalle SS nell’estate del 1944 e deportato ad Auschwitz. Pochi tornarono. Pochissimi.

Ragusa, settembre 1943: il generale Amico e il tradimento

Da Ragusa, il generale Giuseppe Amico, comandante della Divisione Marche, aveva diretto l’opera di salvataggio. Nei discorsi alla truppa non nascondeva il suo giudizio sulla disumanità di nazisti e ustascia. I tedeschi lo notarono: partirono verso Berlino rapporti durissimi contro di lui, un nemico giurato, nonostante questo lui continuò.

Dopo l’8 settembre, Amico ordinò ai suoi uomini di combattere le SS che cercavano di occupare il porto. Fu catturato a tradimento durante una trattativa, ottenne di poter parlare ai suoi soldati per indurli alla resa, o almeno, questa fu la versione servita ai tedeschi. Condotto dove il 56° Reggimento Marche era attestato, con un cenno d’intesa al maggiore Eugenio Pirro lanciò i suoi uomini all’attacco del comando germanico, costringendo i tedeschi a fuggire e ad asserragliarsi nella città antica. Un bluff ben riuscito.

Tre giorni, poi, circondati da forze soverchianti, gli italiani trattarono la sospensione delle ostilità, considerandosi prigionieri ma con gli ufficiali che conservavano la pistola. Il 13 settembre restavano a Ragusa solo Amico e il tenente colonnello zaratino Piero Testa, a disciplinare il movimento dei prigionieri italiani. Amico fu invitato dal colonnello Schmidthuber a raggiungere in serata gli altri generali già a Mostar. Durante il viaggio fu assassinato a Slano, con un colpo alla nuca, dal maresciallo Krick che scortava l’auto in motocicletta.

«Se i nazisti avessero voluto punire qualcuno per la resistenza del VI Corpo d’Armata, avrebbero dovuto fucilare tutti i generali», commentò il colonnello Carlo Cigliana, capo di Stato Maggiore della II Armata. Come a dire: a costargli la vita fu l’odio giurato dei tedeschi per aver difeso gli ebrei. Qualcosa non torna, in quella morte, o meglio: torna fin troppo bene.

Roatta, la doppia faccia del comando

Mario Roatta non si presta a semplificazioni, dopo la guerra fu processato per crimini di guerra in Jugoslavia, fuggì in Spagna nel 1945, fu condannato in contumacia. Eppure è anche l’uomo che appoggiò Pièche nella resistenza alla consegna degli ebrei e che coprì il promemoria diretto a Roma. Non parlava di umanità perché ci credesse, o almeno non solo: parlava di onore e di prestigio perché era l’unico linguaggio che Roma poteva accettare. E funzionò, la sua opposizione alla consegna ha un peso, va misurato, non ignorato.

Questi uomini non erano filosemiti, erano militari cresciuti in un sistema che aveva prodotto le leggi razziali del 1938 e le aveva applicate. Ma davanti alla richiesta concreta, consegna questi uomini, queste donne, questi bambini, si fermarono. Qualcosa non tornava, e quella cosa che non tornava li fece agire, perché l’onore di un corpo va sempre mantenuto.

I numeri, e i carnefici di Pavelić

Gli storici seri come Jonathan Steinberg, Daniel Carpi, Menachem Shelah, Davide Rodogno, hanno ricostruito i fatti con rigore. Steinberg, nel suo All or Nothing del 1990, stima che l’esercito italiano abbia protetto tra i 4.000 e i 5.000 ebrei nelle zone di sua giurisdizione, e definì quel comportamento «uno dei fenomeni più straordinari della Seconda guerra mondiale». Non lo disse per assolvere l’Italia, lo disse perché era vero. Degli ebrei dalmati, almeno 5.000 sopravvissero grazie all’intervento diretto o indiretto dell’esercito italiano. Il dato oscilla tra le fonti, ma l’ordine di grandezza è quello, e ogni vita salvata è un tesoro.

Per capire cosa significasse «non consegnare», bisogna guardare oltre la linea. Gli ustascia non erano semplici collaborazionisti: erano carnefici autonomi, con un’ideologia genocida propria che mescolava nazionalismo estremo e razzismo biologico. Jasenovac, attivo dal 1941 al 1945, tra le 77.000 e le 99.000 vittime secondo le stime più accreditate: ebrei, serbi, rom, oppositori, non l’avevano costruito i tedeschi, l’avevano costruito loro, senza istruzioni, non per comando, per scelta. E in molti casi anticiparono le richieste di Berlino, con rastrellamenti autonomi. I vertici italiani lo sapevano, non era ignoranza, non era disorganizzazione. Era scelta, una scelta che qualcuno fece, e qualcun altro no.

Perché questa storia è rimasta sepolta

Me lo sono chiesto spesso. La risposta più onesta è che questa storia disturba tutti, disturba chi vuole un’Italia fascista monoliticamente complice della Shoah, disturba chi vuole un’Italia resistenziale senza macchie, disturba chi, in Croazia e in Slovenia, preferisce non ricordare che i partigiani titini (quelli che poi riempirono le foibe) arrivarono ad Arbe nel settembre del 1943 e trovarono gli ebrei già protetti dagli italiani.

Il dopoguerra italiano aveva bisogno di un’identità resistenziale concentrata sulla lotta in patria, non sulle ambiguità di quella parte dell’adriatico. E c’era il nodo del confine orientale: la questione istriana, le foibe, l’esodo giuliano-dalmata, argomenti che per decenni la sinistra italiana preferì non toccare, perché complicavano la narrazione della resistenza e il ruolo della Jugoslavia di Tito. In quel silenzio ci finì dentro tutto: i crimini, ma anche le storie come questa. Uno stesso coperchio su cose molto diverse, una scorciatoia, comoda, ma costosa. Al prezzo della verità!

Chi viene da quelle terre, come gli esuli istriano-dalmati ed i discendenti, sa che la memoria adriatica è sempre stata una memoria a strati: sopra c’è quello che si può dire, sotto c’è quello che si sa ma non si dice, e ancora più sotto c’è quello che non si sa perché nessuno ha voluto cercarlo davvero. Tre piani, tutti occupati. Il Giorno della Memoria e il Giorno del Ricordo hanno aperto una breccia, ma quella breccia resta un esercizio retorico se non si collega alla storia intera di quella frontiera, dove fascismo, nazismo, comunismo titino e nazionalismo ustascia si sovrapposero in modi che nessuna formula semplice riesce a contenere. Chi ci prova mente, o semplifica, che a volte è la stessa cosa.

Nei libri di testo italiani questa storia non c’è, quando va bene c’è in nota, in mezza riga, sepolta sotto la narrazione principale del fascismo come blocco compatto, senza crepe, senza generali che rifiutano ordini e ne pagano il prezzo. Come se De Negri, Pièche, Amico non fossero mai esistiti. Niente di nuovo, verrebbe da dire. Se non fosse che il prezzo, stavolta, lo ha pagato davvero qualcuno: con un colpo alla nuca, su una strada della Dalmazia, il 13 settembre 1943.

Il generale Amico aveva 57 anni. Non è nel pantheon dei martiri, non ha una via intitolata in nessuna città italiana che io sappia. Quegli uomini, Pièche, Amico, De Negri, i loro sottoposti senza nome nei fascicoli polverosi che nessuno ha mai pensato di digitalizzare, meritano almeno che qualcuno sappia che esistettero, che fecero quello che fecero. Forse sarebbe il momento di rimediare. Chi pagherà il conto di questo silenzio lungo ottant’anni? Per ora, nessuno risponde.

Domande frequenti

Quanti ebrei salvò l’Esercito italiano in Dalmazia durante la Seconda guerra mondiale?

Le stime più accreditate parlano di almeno 5.000 ebrei sottratti alla deportazione grazie all’ostruzionismo sistematico di ufficiali del Regio Esercito e della diplomazia italiana in Dalmazia e nella Jugoslavia occupata tra il 1941 e il settembre 1943. Il dato preciso oscilla tra le fonti, ma l’ordine di grandezza è confermato da storici come Menachem Shelah e Jonathan Steinberg.
Il comportamento dell’Esercito italiano in Dalmazia è sufficiente a ridimensionare le responsabilità del fascismo nella persecuzione degli ebrei?
No. La resistenza di singoli ufficiali alla consegna degli ebrei fu reale e documentata, ma non modifica il quadro complessivo: l’Italia fascista approvò le leggi razziali nel 1938, partecipò attivamente alla persecuzione degli ebrei italiani e, dopo l’8 settembre 1943, la Repubblica Sociale Italiana collaborò con i nazisti nelle deportazioni.