C’è un discorso che ogni italiano dovrebbe leggere almeno una volta. Non perché lo dica io, perchè è un passo importante della storia italiana e perchè a pronunciarlo fuun Presidente della Repubblica di sinistra, davanti alla presenza di parlamentari di ogni appartenenze e delle associazioni degli esuli, il 10 febbraio 2007. Giorgio Napolitano, l’uomo che veniva dal PCI (Partito Comunista Italiano), che aveva difeso l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 e che poi, da Capo dello Stato, trovò le parole che nessun suo predecessore aveva mai pronunciato sulle foibe e sull’esodo giuliano-dalmata. Parole nette, scomode, ancora oggi indigeste a una parte ideologizzata del paese.
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Il discorso integrale del 10 febbraio 2007
Lo riporto per intero, senza tagli, perché ogni omissione sarebbe un tradimento. Il documento è disponibile negli archivi dell’Istituto Levi. Eccolo:
«Lo scorso anno il Presidente Ciampi volle che si svolgesse qui la prima cerimonia
di conferimento della medaglia del “Giorno del Ricordo” a famigliari delle vittime
– come recita la legge dell’aprile 2004 – “delle foibe, dell’esodo e della più
complessiva vicenda del confine orientale”. Raccolgo l’esempio del mio
predecessore a conferma del dovere che le istituzioni della Repubblica sentono
come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato.
Nell’ascoltare le motivazioni che hanno questa mattina preceduto la
consegna delle medaglie, abbiamo tutti potuto ripercorrere la tragedia di
migliaia e migliaia di famiglie, i cui cari furono imprigionati, uccisi, gettati nelle
foibe. E suscitano particolare impressione ed emozione le parole: “da allora non
si ebbero di lui più notizie”, “verosimilmente” fucilato, o infoibato.
Fu la vicenda degli scomparsi nel nulla e dei morti rimasti insepolti. Una
miriade di tragedie e di orrori; e una tragedia collettiva, quella dell’esodo dalle
loro terre degli istriani, fiumani e dalmati, quella dunque di un intero popolo.
A voi che siete figli di quella dura storia, voglio ancora dire, a nome di tutto
il paese, una parola di affettuosa vicinanza e solidarietà.
Da un certo numero di anni a questa parte si sono intensificate le ricerche
e le riflessioni degli storici sulle vicende cui è dedicato il “Giorno del Ricordo” : e
si deve certamente farne tesoro per diffondere una memoria che ha già rischiato
di esser cancellata, per trasmetterla alle generazioni più giovani, nello spirito
della stessa legge del 2004.
Così, si è scritto, in uno sforzo di analisi più distaccata, che già nello
scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del
1943, si intrecciarono “giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo
nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento” della presenza italiana
da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia.
Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno
annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e
che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”. Quel che si può dire di
certo è che si consumò – nel modo più evidente con la disumana ferocia delle
foibe – una delle barbarie del secolo scorso.
Perché nel Novecento – l’ho ricordato proprio qui in altra, storica e pesante
ricorrenza (il “Giorno della Shoah”) – si intrecciarono in Europa cultura e
barbarie. E non bisogna mai smarrire consapevolezza di ciò nel valorizzare i
tratti più nobili della nostra tradizione storica e nel consolidare i lineamenti di
civiltà, di pace, di libertà, di tolleranza, di solidarietà della nuova Europa che
stiamo da oltre cinquant’anni costruendo.
È un’Europa nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da
quello espressosi nella guerra fascista a quello espressosi nell’ondata di terrore
jugoslavo in Venezia Giulia, un’Europa che esclude naturalmente anche ogni
revanscismo.
Il caro amico Professor Paolo Barbi – figura esemplare di rappresentante
di quelle terre, di quelle popolazioni e delle loro sofferenze – ha mirabilmente
ripercorso la sua esperienza: specie quando ha parlato del “sogno” e del
progetto europeo in cui egli ed altri cercarono in modo illuminato il risarcimento
e il riscatto oltre l’incubo del passato e l’amarezza del silenzio.
Ed è giusto quel che egli ha detto: va ricordato l’imperdonabile orrore
contro l’umanità costituito dalle foibe, ma egualmente l’odissea dell’esodo, e del
dolore e della fatica che costò a fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita
nell’Italia tornata libera e indipendente ma umiliata e mutilata nella sua regione
orientale.
E va ricordata – torno alle parole del Professor Barbi – la “congiura del
silenzio”, “la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante
dell’oblio”. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità
dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità
politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze
internazionali.
Oggi che in Italia abbiamo posto fine a un non giustificabile silenzio, e che
siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un amichevole partner e
nella Croazia un nuovo candidato all’ingresso nell’Unione, dobbiamo tuttavia
ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra
i popoli, parte della riconciliazione, che fermamente vogliamo, è la verità.»Perché quel discorso a qualcuno ancora brucia
Napolitano disse «pulizia etnica», disse che il silenzio fu «una colpa collettiva». Lo disse un uomo che dal PCI non era mai uscito sbattendo la porta, che aveva fatto la sua carriera politica dentro quella cultura; e proprio per questo le sue parole pesarono, e pesano, il doppio.
Io quelle parole le conosco da sempre, non dai libri di storia, che per decenni non le hanno contenute. Le conosco perché vengo da una famiglia di esuli, mio nonno lasciò Pola nel 1947 con una valigia e la certezza di non tornare mai più e non tornò. Trecentocinquantamila persone come lui (il numero lo cita Napolitano stesso, e non è un’iperbole) è il dato riconosciuto dalla storiografia, si dispersero per l’Italia, accolti spesso con sospetto, a volte con aperta ostilità. I treni degli esuli bloccati nelle stazioni, le uova marce, gli insulti. «Fascisti.»
Quella parola fascisti fu il modo più comodo per archiviare una tragedia scomoda. Se gli esuli erano fascisti, il loro dolore non contava. Se le foibe erano una risposta al fascismo, i morti nelle cavità carsiche se l’erano cercata. La logica era brutale nella sua semplicità, e funzionò per cinquant’anni.
Napolitano la smontò pezzo per pezzo. Le foibe non furono una risposta al fascismo, furono un crimine autonomo, pianificato, sistematico. Tre aggettivi, nessuno dei quali lascia spazio all’equivoco.
Il problema che resta aperto
Quel discorso fu pronunciato diciotto anni fa, da allora, ogni 10 febbraio, i giornali pubblicano qualche articolo, i politici depongono corone, le scuole (alcune, non tutte) organizzano momenti di riflessione, r poi si volta pagina.
Il problema è che l’impegno invocato da Napolitano che non può essere soltanto una cerimonia, è rimasto in gran parte sulla carta. I libri di testo italiani dedicano ancora oggi spazio risibile all’esodo e alle foibe. Un sondaggio nel 2019 rilevò che meno del 30% degli studenti delle scuole superiori sapeva collocare correttamente le foibe nel dopoguerra italiano. Il dato è vecchio di sette anni, ma nessuno ha smentito la tendenza.
Con Slovenia e Croazia (entrambe nell’Unione Europea dal 2004 e dal 2013 rispettivamente) il dialogo sulla memoria condivisa è avanzato a singhiozzo. Lubiana ha fatto qualche passo, Zagabria meno. Le commissioni storiche bilaterali sono nate, ma i loro lavori lasciamo molti dubbi e difficilmente entrano nei programmi scolastici o nel dibattito pubblico. Serbirebbero per una verità condivisa ma ci si è avvicinati più a verità parallele.
E questo è il punto che brucia davvero. Non la cerimonia mancata, non il fiore non deposto, il fatto che un discorso così netto, così coraggioso per chi lo pronunciava, sia rimasto sostanzialmente sospeso nel vuoto. Letto, citato, commemorato e poi rimesso nel cassetto fino al febbraio successivo.
Trecentocinquantamila persone meritano di meglio, i morti nelle foibe meritano di meglio, e anche l’Italia, a conti fatti, meriterebbe di fare i conti con sé stessa una volta per tutte, non una volta l’anno, per poi tornare a dimenticare.
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