«Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, il sole non sorge più ad est.» Pier Francesco Pingitore scrisse quei versi nel 1966, dieci anni dopo i fatti, e da allora quella canzone è rimasta il modo più diretto che abbiamo in Italia per ricordare qualcosa che le nostre scuole hanno trattato, quando lo hanno fatto, con una certa reticenza. Il 23 ottobre 1956 è una delle date che l’Europa fatica ancora a guardare in faccia, perché obbliga a fare i conti con responsabilità precise, nomi precisi, scelte precise.
Settant’anni fa, nelle strade di Budapest, migliaia di studenti, operai e cittadini ungheresi si sollevarono contro il regime comunista e la dominazione sovietica. Non era una rivolta di fanatici o di reazionari: era una richiesta di libertà di espressione, di elezioni pluripartitiche, di indipendenza nazionale e del ritiro delle truppe dell’Unione Sovietica. Sedici punti, elaborati dagli studenti universitari il 22 ottobre, messi per iscritto con la precisione di chi sa di stare rischiando la vita.
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Da piazza a rivoluzione: la cronaca di dodici giorni
Il 23 ottobre la manifestazione partì come atto di solidarietà verso i polacchi, che in quei mesi premevano per riforme interne al blocco sovietico. La folla che si radunò a Budapest era enorme, e la dinamica cambiò nel giro di ore. In serata venne abbattuta la statua di Stalin, una figura in bronzo alta circa otto metri su un imponente basamento. Poi, nei pressi della sede della radio di Stato, la polizia politica comunista (l’ÁVH) aprì il fuoco sui manifestanti. Quella raffica trasformò una protesta in una rivolta armata.
Il 24 ottobre i primi carri armati sovietici entrarono a Budapest. Imre Nagy, comunista riformatore già epurato e poi riabilitato, tornò alla guida del governo. La popolazione non si disperse. Giovani, operai e studenti organizzarono la resistenza nelle strade della capitale con le armi che riuscivano a trovare o a sottrarre ai soldati. Il 25 ottobre, davanti al Parlamento, una sparatoria contro la folla lasciò sul selciato decine di morti. Il numero esatto non è mai stato accertato, ma le stime parlano di almeno cento vittime in quella sola giornata.
Tra il 28 e il 30 ottobre arrivò quello che sembrò un cedimento del fronte sovietico. Nagy annunciò il cessate il fuoco, le truppe di Mosca cominciarono a ritirarsi da Budapest e si aprì la prospettiva di un sistema multipartitico. Per qualche giorno la libertà sembrò a portata di mano. Il 1° novembre Nagy fece il passo più audace: annunciò l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia e dichiarò la neutralità del paese. Era una sfida diretta all’architettura di controllo che Mosca aveva costruito sull’Europa orientale dopo il 1945.
Il 3 novembre, durante i negoziati formali sul ritiro delle truppe, il ministro della Difesa Pál Maléter venne arrestato dagli uomini dei servizi di sicurezza sovietici. L’arresto avvenne mentre si trovava al tavolo delle trattative. Era il segnale che l’operazione militare era già decisa. All’alba del 4 novembre l’Unione Sovietica lanciò l’attacco su larga scala. Le forze sovietiche in Ungheria erano state portate a diciassette divisioni, e decine di migliaia di soldati con oltre mille carri armati investirono Budapest e le altre città ungheresi. La resistenza durò giorni, ma non aveva possibilità reali contro quella forza. Il governo di Nagy fu rovesciato e al potere venne insediato János Kádár, l’uomo scelto da Mosca.
Il bilancio fu pesante: circa 2.500 ungheresi uccisi e migliaia di feriti. Circa 200.000 persone lasciarono il paese nei mesi successivi, per lo più attraverso il confine con l’Austria, allora ancora attraversabile. Imre Nagy trovò rifugio nell’ambasciata jugoslava e ne uscì con garanzie di salvacondotto che non vennero rispettate. Fu arrestato, processato in segreto e impiccato il 16 giugno 1958. La sua riabilitazione ufficiale arrivò solo nel 1989, quando il regime ungherese stava già crollando.
Il PCI e la scelta di stare con Mosca
Mentre Budapest bruciava, il Partito Comunista Italiano guidato da Palmiro Togliatti sostenne l’intervento sovietico. Non fu una posizione presa in silenzio o con imbarazzo. Fu una difesa politica esplicita, argomentata e pubblica. Giorgio Napolitano, allora dirigente di primo piano del partito, fu tra coloro che sostennero quella linea. All’VIII Congresso del dicembre 1956 polemizzò apertamente con i dissidenti. Decenni dopo, nella sua autobiografia politica Dal Pci al socialismo europeo (Laterza, 2005), definì quella scelta motivo di “tormento autocritico”. Nel 2006, appena eletto Presidente della Repubblica, andò a trovare Antonio Giolitti per riconoscergli di aver avuto ragione. Vale la pena ricordarlo con precisione, perché la storia non si semplifica né in un senso né nell’altro.
Non tutti i comunisti italiani accettarono quella posizione. Già alla fine di ottobre, mentre a Budapest si combatteva ancora, un gruppo di intellettuali comunisti firmò il cosiddetto Manifesto dei 101, che contestava la lettura dei fatti data dal partito. La segreteria della CGIL guidata da Giuseppe Di Vittorio prese le distanze dall’intervento, salvo poi rientrare nella linea ufficiale. Nei mesi successivi arrivarono lettere di protesta e abbandoni. Antonio Giolitti, allora deputato comunista, lasciò il PCI nell’estate del 1957. Pochi giorni dopo lo seguì Italo Calvino, la cui lettera di dimissioni fu pubblicata su l’Unità il 7 agosto 1957. Erano voci minoritarie, ma esistevano. Sarebbe disonesto cancellarle dalla memoria, come sarebbe disonesto cancellare la posizione ufficiale del partito.
Nella notte tra il 2 e il 3 novembre 1956, a Brioni, Tito diede a Chruščëv il proprio assenso all’intervento. Brioni è a pochi chilometri da Pola. Fu poi proprio dall’ambasciata della Jugoslavia, il paese da cui le nostre famiglie erano dovute fuggire, che Nagy uscì per finire nelle mani dei sovietici. Cambiavano le bandiere, ma la logica era la stessa: il partito decide, il popolo obbedisce, chi resiste viene eliminato.
Settant’anni dopo: memoria e responsabilità
Ogni anno, il 23 ottobre, mi chiedo se nelle scuole italiane si dedichi abbastanza spazio a questa pagina di storia. Per quanto posso osservare, no. La rivoluzione ungherese del 1956 compare nei programmi di storia contemporanea, spesso come nota a margine della Guerra Fredda piuttosto che come evento che interroga direttamente la cultura politica italiana. Le responsabilità del PCI in quella vicenda vengono menzionate raramente con la stessa insistenza con cui vengono ricordate, giustamente, le responsabilità di altri partiti in altri contesti storici.
Non servono processi retroattivi né condanne postume, serve che la memoria sia completa. Quei ragazzi di Buda e di Pest non chiedevano privilegi: chiedevano di vivere in un paese senza partito unico, senza polizia politica, senza carri armati stranieri nelle proprie strade. Richieste elementari, le stesse che qualunque democrazia liberale considera ovvie. Vennero schiacciate nel sangue, e una parte del mondo politico italiano di allora applaudì o tacque.
L’Ungheria celebra il 23 ottobre come festa nazionale dal 1989. L’Unione Europea ha riconosciuto il valore storico di quella rivolta. In Italia la ricorrenza passa spesso in sordina, almeno nel dibattito pubblico. Forse perché aprire davvero quel capitolo significa anche discutere di chi stava dalla parte sbagliata, e quella discussione è ancora scomoda per qualcuno. Al contrario, mi sembra esattamente il tipo di discussione che una democrazia matura dovrebbe saper fare senza tremare.
