Ci sono situazioni in cui le appartenenze politiche smettono di essere rilevanti. Questa è una di quelle. Pina Picierno, Vicepresidente del Parlamento Europeo, ha annunciato uno sciopero della fame per chiedere una tregua umanitaria a Oleshky, città ucraina sulla riva sinistra del Dnipro occupata dall’esercito russo dall’estate del 2022. La sostengo, e spiego perché.
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Cosa sta succedendo a Oleshky
Oleshky si trova nella regione di Kherson, sulla riva orientale del Dnipro. Da quando le forze russe l’hanno occupata, la città è tagliata fuori dai corridoi umanitari che raggiungono i territori sotto controllo ucraino. Secondo le stime raccolte dall’iniziativa Save Oleshky, promossa dalla piattaforma Spazio Pubblico, circa 1.700 civili sono rimasti intrappolati, tra cui 47 bambini. Mancano cibo, medicinali, forniture di base. Chi tenta di uscire deve percorrere strade minate, chi rimane affronta condizioni che le organizzazioni umanitarie descrivono come al limite della sopravvivenza.
La distruzione della diga di Kakhovka nel giugno 2023, che ha allagato buona parte della riva sinistra del Dnipro, ha peggiorato una situazione già grave: infrastrutture danneggiate, pozzi contaminati, accesso all’acqua potabile ridotto a intermittenza. Le autorità di occupazione russe non hanno consentito l’ingresso sistematico di organizzazioni come il Comitato Internazionale della Croce Rossa, e le testimonianze che filtrano dalla città arrivano attraverso canali informali, spesso a rischio per chi le trasmette.
Perché il gesto di Picierno merita rispetto
Lo sciopero della fame è uno strumento di pressione politica antico e scomodo: chi lo pratica mette il proprio corpo in gioco, non le parole. Richiede una coerenza che la politica italiana raramente esibisce. La richiesta è precisa: tregua umanitaria localizzata, ingresso immediato degli aiuti, corridoi sicuri per i civili. Non è una dichiarazione di guerra a Mosca, né un manifesto ideologico. È la domanda minima che una civiltà può rivolgere a chi tiene sotto occupazione una città con dentro dei bambini che rischiano di morire di fame. Rifiutarsi di sostenerla in nome di qualche equidistanza sarebbe disonesto.
L’argomento della realpolitik non regge
Qualcuno obietterà che uno sciopero della fame non cambia i rapporti di forza sul campo, che Putin non modifica le sue posizioni per una protesta a Bruxelles, che la diplomazia umanitaria richiede canali diversi. Sono obiezioni legittime sul piano tattico, ma confondono due piani distinti: quello della pressione politica e quello della visibilità pubblica. Oleshky non è Mariupol, non è Bucha. Non ha avuto la stessa copertura mediatica, non ha generato la stessa indignazione. Portarla all’attenzione del Parlamento Europeo e dell’opinione pubblica europea è già un risultato concreto, indipendentemente da quello che deciderà o meno il Cremlino.
L’Unione Europea ha strumenti di pressione che non ha ancora usato fino in fondo: il congelamento di asset, le restrizioni sulle esportazioni di beni a doppio uso, la leva sulle organizzazioni internazionali per ottenere accesso umanitario. Nessuno di questi strumenti si attiva da solo. Richiedono volontà politica, e la volontà politica si costruisce anche attraverso gesti come quello di Picierno.
Si può aderire alla mobilitazione Save Oleshky attraverso la piattaforma Spazio Pubblico all’indirizzo spaziopubblico.eu/save-oleshky.
