Mentre a Milano i partigiani sfilavano per le strade e a Torino si sparava ancora sui tetti, in un’altra parte d’Italia ci si preparava al peggio; perché il 25 Aprile al Confine Orientale non fu liberazione, fu sostituzione. Un oppressore se ne andava, un altro arrivava; e quest’altro portava con sé violenze, discriminazione, le foibe, i campi di concentramento, la cancellazione sistematica di un’identità, quella italiana che abitava quelle terre da secoli. Lo dico senza mezzi termini: chi celebra il 25 Aprile senza menzionare Istria, Fiume e Dalmazia, celebra una mezza verità, e una mezza verità, spesso, è peggio di una bugia intera.
Aspettate, non sono qui per fare il guastafeste delle commemorazioni, ma la storia quella vera, quella che puzza di sangue e di paura, non si può tagliare a fette come una torta, tenendo solo la fetta che ci piace. E allora provo a raccontarvi quello che nei manuali scolastici italiani per decenni è stato un buco nero, un silenzio assordante.
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Quando la «Liberazione» arrivò con la stella rossa
Fine aprile/inizio maggio 1945, le truppe di Tito, l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (così si facevano chiamare, roba da matti), dilagano nell’Istria,occuperanno Trieste l’1 di Maggio, poi prenderanno Fiume il 3 e Pola il 5. E qui casca l’asino, perché la parola «liberazione» assume un significato che nessuno a Roma o a Milano voleva sentire, liberazione da chi? Dai tedeschi, certo. Dai fascisti della RSI, sì. Ma per gli italiani di quelle terre, italiani da secoli, da prima che l’Italia esistesse come Stato, l’arrivo dei partigiani comunisti jugoslavi significò l’inizio di un incubo.
Vi spiego cosa accadeva. Nei primi giorni, nei primissimi giorni, ci fu chi festeggiò davvero. Alcuni partigiani italiani del CLN avevano combattuto fianco a fianco con i titini. Credevano (poveretti, ingenui, tragicamente ingenui) che la lotta comune contro il nazifascismo avrebbe garantito il rispetto delle comunità italiane. Quello che seguì lo conosciamo, o dovremmo conoscerlo; arresti di massa, deportazioni, sparizioni notturne, le foibe (quelle voragini carsiche che inghiottivano i corpi) divennero lo strumento di una pulizia etnica che l’Italia democratica ha impiegato sessant’anni a riconoscere ufficialmente. Sessant’anni, ve lo ripeto: sessant’anni di silenzio.
E tu, giovane lettore che oggi cerchi su Google «cosa si festeggia il 25 Aprile», lo sai che a Fiume quel giorno non ci fu nessuna festa? Che a Pola la gente si barricava in casa? Che a Zara, già devastata dai bombardamenti alleati, l’arrivo delle truppe partigiane comuniste jugoslave segnò la parola fine su sette secoli di cultura italiana?
L’esodo che nessuno voleva vedere
Ecco il punto che mi fa impazzire di rabbia, ancora oggi, dopo tutti questi anni che studio queste vicende. L’esodo giuliano-dalmata, trecentocinquantamila persone, forse di più, i numeri ballano perché a nessuno importava contarli, è stato il più grande spostamento forzato di popolazione nella storia italiana del Novecento. E l’Italia lo ha trattato come un fastidio.
Ho ascoltato e letto le testimonianze dei profughi (e se non le avete lette voi, fatelo, fatelo adesso non domani.), raccontano dei treni che arrivavano a Bologna, a Venezia, a Roma, e la gente sui marciapiedi delle stazioni li insultava. «Fascisti!» gli gridavano. Fascisti. A persone che avevano perso tutto (la casa, la terra, i morti senza sepoltura) l’accoglienza della madrepatria fu uno sputo in faccia. Perché nel clima politico dell’epoca, dire qualcosa contro la Jugoslavia di Tito significava automaticamente essere reazionari, nostalgici, fascisti appunto. La sinistra italiana, e qui prendo una posizione netta, me ne frego delle polemiche, ha le mani sporche di quel silenzio. Per decenni il PCI ha scelto la fratellanza comunista internazionale rispetto alla verità storica. Togliatti siglò un accordo con Tito, e gli italiani del Confine Orientale furono la moneta di scambio.
La memoria come campo di battaglia (e perché dovrebbe importarti)
Adesso qualcuno penserà: «Sì, va bene, storia triste, ma è passato tanto tempo.» Macché, non è passato, non passa mai la storia quando non la si affronta. E noi italiani, popolo di smemorati professionisti, abbiamo questa capacità formidabile di dimenticare le cose scomode.
Vi faccio un esempio. Il Giorno del Ricordo è stato istituito nel 2004. Duemilaquattro, quasi sessant’anni dopo i fatti. E ancora oggi, lo vedete coi vostri occhi, sui social, nei dibattiti televisivi, c’è chi contesta quella data. Chi la considera una concessione alla destra, chi minimizza le foibe, chi dice «ma anche i fascisti in Jugoslavia…» e certo, anche i fascisti (omettendo per ignoranza o con dolo la slavizzazione forzata iniziata nell’ottocento e subita dagli italiani del posto). Ma una violenza non giustifica l’altra, mai! Non funziona così, non può funzionare così. Se accettiamo questa logica, allora giustifichiamo qualunque orrore.
La complessità del 25 Aprile al Confine Orientale sta tutta qui: in questa impossibilità di ridurre la storia a una narrazione unica, pulita, confortante. A Trieste una sorta di liberazione arrivò il 12 Giugno, con gli Alleati che entrarono in città e imposero a Tito di ritirarsi. Quaranta giorni di occupazione jugoslava erano bastati per seminare il terrore. Anche se la liberazione vera ci fu solo nel 1954 quado Trieste si ricongiunse realmente alla Madrepatria, in quei nove anni ci fu l’amministrazione alleata. Ma per Istria, Fiume e Dalmazia la liberazione non arrivò mai, quelle terre rimasero divennero slave, E gli italiani che ci vivevano dovettero scegliere: restare e subire, o partire e perdere tutto.
Scelsero di partire, nella stragrande maggioranza. E io penso (ci penso spesso) a cosa significa lasciare la casa dove sei nato, il cimitero dove riposano i tuoi cari, l’albero che hai piantato da bambino. Non per guerra, non per un bombardamento, ma per decreto. Perché qualcuno ha deciso che tu, lì, non ci puoi più stare, perché parli la lingua sbagliata, perché sei dalla parte sbagliata del confine che altri hanno tracciato.
Bisogna festeggiare il 25 Aprile?
E allora quando il 25 Aprile qualcuno vi chiederà di festeggiare la Liberazione, fatelo, festeggiate la cacciata dei nazifascisti, ma ricordate che vi è un’ombra lunga su questa festa, un’ombra che si allunga verso est, verso Pola, verso Dignano, verso Capodistria, verso Parenzo. Verso i nomi di strade che oggi portano nomi croati e sloveni, e che un tempo erano veneziane, erano italiane. Ma comprendete che chiedere ad un istriano, ad un fiumano o ad un dalmata di festeggiare la Liberazione, vuol dire rinvangare un dolore per qualcosa che non c’è mai stato, anche si scava un ulteriore solco in una ferita che ha visto passare un’intero popolo dalla padella alla brace, dai nazifascisti ai comunisti titini.
Non vi chiedo di non festeggiare, vi chiedo di sapere, di conoscere tutta la storia, non solo la versione comoda. Perché un popolo che dimentica i propri figli abbandonati non è un popolo libero, è un popolo vigliacco. E noi, vigliacchi, non possiamo più permetterci di esserlo.
