3 novembre 1918: Trento e Trieste italiane

Giuseppe Sartore

3 Novembre 2026

Il Tricolore su Trento e Trieste

Il tricolore su Trento e Trieste, e tutto ciò che quella data non risolse

Il 3 novembre 1918, alle ore 20, il generale Armando Diaz diffuse un comunicato di poche righe che circolò in tutta Italia nel giro di ore: «Le nostre truppe hanno occupato Trento e sono sbarcate a Trieste. Il tricolore sventola sul Castello del Buon Consiglio e sulla Torre di San Giusto. Punte di cavalleria sono entrate in Udine». Parole militari, asciutte, come si addiceva a un bollettino di guerra. Chi le lesse capì subito che non era un comunicato come gli altri: annunciavano qualcosa che molte famiglie aspettavano da una generazione, qualcuno da due.

Ricordo quella data ogni anno, e ogni anno mi accorgo che le commemorazioni ufficiali tendono a fermarsi alle bandiere. Le bandiere ci sono, e ci devono essere. La storia che portò a quel 3 novembre, però, è più lunga, più complicata e, per certi versi, più dolorosa di quanto le cerimonie lascino intendere. Provo a raccontarla per intero, con i fatti.

La strada verso il 1918: irredentismo, Vienna e la questione delle nazionalità

Dopo il 1861, quando fu proclamato il Regno d’Italia, la Venezia Giulia e la Dalmazia restarono fuori dai confini del nuovo Stato. Trieste era il principale porto dell’Impero austro-ungarico, Pola la sua base navale nell’Adriatico, Zara la capitale amministrativa della Dalmazia. La popolazione di lingua e cultura italiana in quelle città era consistente, radicata da secoli, e guardava a Roma con un’intensità che Vienna non poteva ignorare.

L’irredentismo non fu un movimento omogeneo, ci fu chi lo visse come sentimento culturale, chi come progetto politico, chi come scelta di vita che comportava rischi concreti. Vienna governò quei territori con una politica delle nazionalità che gli italiani della Venezia Giulia sperimentarono, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, come sistematicamente sfavorevole grazie alla volontà di snazionalizzare gli italiani espressa da Francesco Giuseppe. I provvedimenti sull’istruzione, sull’uso delle lingue nell’amministrazione pubblica, sulla composizione dei consigli comunali: non è un giudizio retrospettivo. È il modo in cui lo documentarono, allora, giornali, lettere e atti pubblici delle comunità italiane di Trieste, Pola, Parenzo, Zara. Gli sloveni e i croati, che non avevano un altro Stato a cui guardare, erano considerati sudditi più affidabili, quindi la politica imperiale arrivò a favorire, in diversi settori dell’amministrazione e dell’istruzione, l’elemento slavo a discapito di quello italiano, alimentando ulteriormente l’irredentismo (questa percezione alimentò il risentimento e rafforzò le ragioni di chi chiedeva l’annessione all’Italia).

Il 26 aprile 1915, con il Patto di Londra, Francia, Gran Bretagna e Russia promisero all’Italia, in cambio dell’intervento in guerra contro gli Imperi centrali, il Trentino, l’Alto Adige fino al Brennero, Trieste, le contee di Gorizia e Gradisca, l’intera Istria con Cherso e Lussino, e una parte della Dalmazia: Zara, Sebenico, Lissa, Lesina, Curzola. Era un elenco preciso, negoziato per settimane, e rappresentava il prezzo dell’intervento. Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria.

Tre anni di guerra e i volontari che non tornarono

Seguirono tre anni che non hanno bisogno di aggettivi. Le undici battaglie dell’Isonzo, Caporetto nell’ottobre 1917, la ritirata al Piave, poi la riscossa. Secondo le stime ufficiali del dopoguerra caddero oltre seicentomila soldati italiani. Tra loro ci furono anche uomini che avevano compiuto una scelta che Vienna considerava tradimento, e che noi abbiamo sempre chiamato con un altro nome.

Nazario Sauro era nato a Capodistria nel 1880, figlio di una famiglia di marinai. Quando scoppiò la guerra lasciò l’Austria-Ungheria e si arruolò nella Marina italiana. Catturato dagli austriaci nell’agosto 1916 dopo l’affondamento del sommergibile Pullino, fu processato per alto tradimento e impiccato a Pola il 10 agosto 1916. Aveva trentasei anni.

Fabio Filzi era di Pisino d’Istria, classe 1884. Studente universitario a Firenze, si arruolò volontario nel Regio Esercito. Catturato sul Monte Corno nel luglio 1916 insieme a Cesare Battisti, fu condannato a morte e giustiziato a Trento il 12 luglio 1916, lo stesso giorno di Battisti. Francesco Rismondo, nato a Spalato nel 1885, aveva lasciato la Dalmazia per combattere con gli italiani. Catturato sul Monte San Michele nel luglio 1915, morì nelle mani austro-ungariche.

Per Vienna erano disertori, e la legge militare austro-ungarica non lasciava margini. Per le famiglie giuliane e dalmate che li conobbero, che ne sentirono parlare, che li videro partire, erano qualcosa di diverso. Questa distinzione non è retorica: è il modo in cui una comunità costruisce la propria memoria, e quella memoria ha radici precise in atti precisi, in date precise, in nomi precisi.

Il 3 novembre: i fatti ora per ora

Nell’ottobre 1918 il fronte austro-ungarico si disgregò rapidamente dopo la battaglia di Vittorio Veneto, iniziata il 24 ottobre. Le armate italiane avanzarono su un fronte che non reggeva più, e il 3 novembre fu la giornata in cui quell’avanzata si materializzò nelle due città che avevano dato il nome all’irredentismo.

A Trento, nel pomeriggio, arrivarono i primi reparti italiani. Alle 15.15 tre squadroni dei Cavalleggeri di Alessandria, al comando del colonnello Ernesto Tarditi, attraversarono il ponte sul torrente Fersina e raggiunsero il centro. Seguirono gli Arditi, gli Alpini, gli artiglieri da montagna. Il Castello del Buonconsiglio, antica residenza dei principi-vescovi e luogo dove Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa erano stati rinchiusi prima dell’esecuzione, divenne il simbolo più carico di quella giornata. Il tricolore issato su quelle mura aveva un peso specifico che non richiedeva spiegazioni a chi conosceva la storia recente di quel posto.

A Trieste l’arrivo avvenne dal mare. Il cacciatorpediniere Audace entrò nel porto e attraccò al Molo San Carlo. A bordo si trovavano reparti del Regio Esercito agli ordini del tenente generale Carlo Petitti di Roreto. La folla che si radunò sul molo era grande. I bersaglieri presero possesso dei punti strategici della città e il tricolore comparve sulla Torre di San Giusto.

Nello stesso pomeriggio, a Villa Giusti presso Padova, i rappresentanti dell’Italia e dell’Austria-Ungheria firmarono l’armistizio. L’accordo stabiliva la cessazione delle ostilità per il giorno successivo, 4 novembre, alle ore 15, e le operazioni militari continuarono fino a quell’ora. A mezzogiorno del 4 novembre Diaz diffuse il Bollettino della Vittoria, che annunciava la fine della guerra contro l’Austria-Ungheria. Quella data divenne la Festa della Vittoria e poi, dopo il 1977, la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate.

Ciò che il 3 novembre non chiuse

Qui sta il punto che le commemorazioni di rito tendono a sorvolare, e che merita di essere detto con chiarezza. Il 3 novembre 1918 non risolse la questione del confine orientale. La aprì, semmai, in una forma nuova e più complicata.

Le promesse del Patto di Londra erano promesse di guerra, fatte da potenze che nel 1919 avrebbero avuto altre priorità. Il Trattato di Saint-Germain del 1919 sancì il passaggio all’Italia del Trentino-Alto Adige e della Venezia Giulia; il successivo Trattato di Rapallo del 1920 definì il confine con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, riconoscendo all’Italia l’Istria, Zara e alcune isole adriatiche.. La Dalmazia, promessa in larga parte nel 1915, rimase quasi interamente fuori. Zara fu italiana, Fiume rimase per anni in una condizione di contesa che sfociò nell’impresa di D’Annunzio e poi, nel 1924, nell’annessione al Regno d’Italia con il Trattato di Roma. Spalato, Ragusa e Sebenico passarono al nuovo Regno che riuniva serbi, croati e sloveni sotto una corona comune. Fu quella che la propaganda nazionalista chiamò la «vittoria mutilata», un’espressione che Mussolini avrebbe usato per anni come leva politica.

Le rivendicazioni slave su quei territori erano forti, ma riguardavano anche città e territori che non avevano alcuna precedente tradizione statuale jugoslava e nei quali l’elemento italiano aveva radici secolari e, nei principali centri urbani, una presenza spesso predominante. Trieste, Pola, Fiume, Zara e numerose città istriane non erano improvvisamente diventate “slave” perché qualcuno le rivendicava nel 1918. Il conflitto nasceva proprio da qui: dalla pretesa di incorporare in un nuovo Stato nazionale territori dalla storia complessa, nei quali l’italianità non era un’invenzione recente ma una realtà culturale, linguistica e civile consolidata da secoli. Chi racconta il 1918 come un lieto fine senza seguito racconta quindi una storia incompleta. Il confine orientale rimase una questione aperta per tutto il Novecento.

Il Trattato di Parigi del 1947 cedette alla Jugoslavia gran parte dell’Istria, Fiume, Zara e altri territori della Venezia Giulia e dell’Adriatico orientale, con l’eccezione del Territorio Libero di Trieste, diviso di fatto dal Memorandum di Londra del 1954; la frontiera tra Italia e Jugoslavia fu poi formalmente definita con il Trattato di Osimo del 1975. Tra il 1943 e il 1945, nelle foibe, furono uccisi migliaia italiani. Tra il 1945 e il 1956 circa trecentocinquantamila persone lasciarono l’Istria, Fiume e la Dalmazia per l’Italia: l’esodo giuliano-dalmata, uno dei più grandi esodi di popolazione italiana del Novecento, rimasta per decenni ai margini della memoria pubblica nazionale.

Tutto questo non cancella il significato del 3 novembre 1918. Lo complica, e complicarlo è l’unico modo per capirlo davvero. Nazario Sauro, Fabio Filzi, Francesco Rismondo non videro quel giorno. Le loro famiglie sì, e sapevano a quale prezzo era arrivato. Le generazioni successive avrebbero pagato un conto diverso, altrettanto pesante.

Quando si issano le bandiere, il minimo che si possa fare è ricordare anche chi non era lì per vederle, e perché. E ricordare che quelle bandiere, su certi campanili, sventolarono per pochi anni, ma nel cuore di tanti italiani di quelle terre sventolavano da decenni e continuano a farlo.

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