Cinque nomi che questa città, no, che questo Paese intero, dovrebbe recitare ogni mattina come una preghiera laica. Claudio Burla, ventun anni. Giovanna Drassich, sessantanove. Carlo Murra, diciannove. Graziano Novelli, venti. Mirano Sancin, ventisei. Sono i caduti di Via Imbriani a Trieste, il 5 maggio 1945, falciati dalle raffiche titine mentre chiedevano una cosa sola: tornare italiani. E io vi chiedo come è possibile che la maggior parte degli italiani non sappia nemmeno chi fossero?
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Via Imbriani, dove l’Italia morì e rinacque
La guerra era finita, finita, capite? L’Europa respirava, Berlino era un cumulo di macerie, i cannoni tacevano, la gente piangeva di sollievo. Ma a Trieste no, a Trieste si moriva ancora; perché le truppe jugoslave di Tito, quelle truppe che una certa storiografia di comodo ha trattato coi guanti bianchi per decenni perché faceva comodo a tutti, occupavano la città. E i triestini, gente che aveva sopportato l’orrore della guerra con la schiena dritta, scesero in strada, disarmati, senza un coltello, senza un sasso, con le bandiere tricolori e basta.
Manifestazione pacifica, la prima manifestazione pacifica del dopoguerra a Trieste; sapete come finì? Col piombo. I soldati titini aprirono il fuoco sulla folla inerme, Giovanna Drassich aveva sessantanove anni e un tricolore tra le mani. La ammazzarono come si ammazza un nemico sul campo di battaglia, solo che lei non era un nemico e quello non era un campo di battaglia, era una strada della sua città.
Ventun anni, diciannove, venti: l’età che non perdoni
Ecco il punto che devasta ogni volta, l’età, guardatela bene; Claudio aveva ventun anni, l’età in cui pensi alla ragazza, all’università, al futuro. Carlo ne aveva diciannove, non aveva ancora fatto niente della sua vita e la vita gliel’hanno tolta perché voleva essere italiano. Graziano, venti. Mirano, ventisei, il più «vecchio» dei giovani. Ragazzi che oggi sarebbero centenari e che invece sono polvere dentro una medaglia d’oro al merito civile conferita troppo tardi, troppo sottovoce.
E qui casca l’asino. Perché l’Italia, la nostra bella Italia distratta, smemorata, vigliacca quando si tratta di fare i conti con certe pagine; ha impiegato decenni a riconoscere quel massacro, decenni, come se quei cinque morti bruciassero troppo, come se nominarli significasse disturbare equilibri diplomatici, sensibilità politiche, no, aspetta… convenienze. Ecco la parola giusta: convenienze.
Ottantuno anni dopo, e il silenzio è ancora assordante
Oggi è il 5 maggio 2026, dopo ottantuno anni, a Trieste qualcuno ha deposto una corona. Qualcuno, pochi sempre gli stessi, i giusti, starà in piedi davanti a quella lapide e sentirà il peso di quei nomi sulle spalle. Ma il resto d’Italia? Il resto d’Italia guarderà altrove, come sempre. Col cavolo che ne parleranno i telegiornali nazionali con l’enfasi che meriterebbero.
Proviamo a farlo noi, con queste parole che non valgono quanto una sola goccia del sangue versato in Via Imbriani. Ma almeno non taciamo. Claudio, Giovanna, Carlo, Graziano, Mirano: voi volevate solo essere italiani. E io lo siete, lo siete stati nel modo più alto e più terribile, con la vita.
Vergogna a chi dimentica. Vergogna a chi tace. E tu, che stai leggendo, adesso lo sai. Non hai più scuse.
