CNEL: a cosa serve davvero?

Flavia Parlati

Giugno 24, 2026

Ventidue milioni di euro l’anno. Forse trenta, se si contabilizzano bene i costi indiretti. Soldi dei contribuenti. Soldi che finanziano un organo costituzionale di cui la stragrande maggioranza degli italiani ignora persino il nome, figurarsi le funzioni. Io il CNEL lo conosco. O meglio: so a cosa dovrebbe servire.

Cos’è e cosa fa (in teoria)

Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro nasce con la Costituzione del 1948, articolo 99. Organo di consulenza delle Camere e del Governo su materie economiche e sociali, con facoltà di iniziativa legislativa. Sulla carta, un ponte tra le parti sociali (sindacati, associazioni datoriali, terzo settore) e il potere legislativo. Nella pratica? Pareri che nessuno legge. Proposte di legge che spariscono nel nulla. Rapporti che replicano pari pari lavoro già svolto da ISTAT, Banca d’Italia, uffici studi parlamentari e ministeri vari.

I numeri parlano da soli. Per decenni il CNEL ha presentato la miseria di 14 disegni di legge in totale. Oggi, pur avendo pompato i numeri e sfornato decine di nuove proposte sotto la recente presidenza, il risultato concreto non cambia: il tasso di conversione in leggi effettivamente approvate dal Parlamento rasenta lo zero. Un tasso di conversione che farebbe arrossire anche l’ufficio più inefficiente della pubblica amministrazione italiana — e la concorrenza, in questo Paese, è spietata.

Il referendum del 2016 e la questione irrisolta

Nel 2016 Matteo Renzi ci ha provato. Il referendum costituzionale del 4 dicembre prevedeva, tra le altre cose, l’abolizione del CNEL. Gli italiani hanno bocciato la riforma nel suo insieme — 59,1% di No — ma non perché volessero salvare il Consiglio. Il quesito era un pacchetto unico, e la riforma del Senato era la parte più urticante. Appunto. Il CNEL è sopravvissuto per caso, trascinato da un voto che non lo riguardava davvero.

Da allora, silenzio. Nessun governo ha rimesso mano alla questione con la serietà che meriterebbe. L’ente è rimasto lì, a Villa Lubin — sede storica a Roma, patrimonio immobiliare dello Stato — a produrre documenti che alimentano archivi digitali consultati da pochissimi. Qualcosa non torna, e lo sanno tutti. Eppure nessuno vuole davvero staccare la spina. Perché? Bella domanda. Nessuno ha ancora trovato il coraggio di risponderci.

L’argomento della ridondanza

Chi chiede l’abolizione — e non sono solo i liberisti di professione — parte da un dato concreto: le funzioni del CNEL sono già coperte, e meglio. ISTAT pubblica ogni anno analisi sul mercato del lavoro di qualità superiore a qualsiasi documento prodotto da Villa Lubin. La Banca d’Italia sforna rapporti sull’economia italiana che le università straniere citano nelle loro bibliografie. Gli uffici studi di Camera e Senato hanno personale qualificato e accesso diretto ai lavori parlamentari. I ministeri del Lavoro e dell’Economia hanno strutture tecniche interne. Robuste, a tratti.

Messa così: perché pagare un ente separato per fare peggio ciò che altri già fanno meglio?

I difensori del CNEL tirano fuori l’argomento della rappresentanza. L’ente garantirebbe alle parti sociali un canale diretto nel processo legislativo. Un ragionamento che aveva senso nel 1948, quando i sindacati erano tagliati fuori dai tavoli istituzionali e la concertazione era ancora un’idea da costruire mattone su mattone. Nel 2025, con la contrattazione collettiva, i tavoli di crisi al Ministero del Lavoro, le audizioni parlamentari aperte a chiunque, quell’argomento regge molto meno. Non regge quasi per niente, a dire il vero. La storia lo ha svuotato dall’interno.

I costi reali e il personale

Il bilancio preventivo del CNEL per il 2024 si attestava attorno ai 22 milioni di euro. La voce più pesante è il personale: circa 70 dipendenti di ruolo, più i consiglieri — 64 in totale, tra rappresentanti delle categorie produttive, esperti e rappresentanti delle associazioni di promozione sociale — che incassano indennità di carica. I consiglieri non sono parlamentari. Non hanno mandato elettivo. Non rispondono agli elettori: vengono designati dalle organizzazioni di categoria. È un meccanismo che funziona per cooptazione, non per consenso.

È un altro paio di maniche rispetto a un organo democraticamente legittimato. E questo, per chi crede nella responsabilità politica diretta, è un problema che nessuna riforma interna risolve. Mai. Si può aggiustare il meccanismo quanto si vuole: la natura resta quella. Inamovibile.

Non ho mai avuto timore di dirlo chiaro il CNEL va abolito. Non per ideologia, non per antipolitica: per ragioni di efficienza e di rispetto verso chi paga le tasse. Quei 22 milioni andrebbero investiti nel potenziamento degli uffici studi parlamentari, che lavorano con risorse cronicamente insufficienti e producono materiale che qualcuno, nei palazzi, legge davvero. Materiale utile. Concreto.

Villa Lubin è un edificio bellissimo, costruito nel 1911 su progetto di Gustavo Giovannoni. Potrebbe diventare sede di un’istituzione che serva davvero. O, se vogliamo essere pragmatici, potrebbe essere valorizzata diversamente. Quello che non può continuare a essere è il monumento a un’idea di rappresentanza corporativa che il tempo ha reso obsoleta. Un bel palazzo. Uno spreco.

Il 4 dicembre 2016 gli italiani hanno detto No a Renzi. Non hanno detto Sì al CNEL. È una differenza che la politica italiana ha scelto di ignorare. A conti fatti, quella scelta ci è costata qualcosa come 150 milioni di euro in sette anni. Almeno ora sappiamo il prezzo dell’inerzia. Qualcuno lo metta a verbale.

Domande frequenti

Quanto costa il CNEL ogni anno allo Stato italiano?

Il bilancio preventivo del CNEL per il 2024 si attestava attorno ai 22 milioni di euro, voce principale il personale. Includendo i costi indiretti legati alla sede di Villa Lubin e alle indennità dei 64 consiglieri, la cifra complessiva può avvicinarsi ai 25-30 milioni annui.

Perché il CNEL non fu abolito con il referendum del 2016?

Il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 era un quesito unico che includeva la riforma del Senato, l’abolizione del CNEL e altre modifiche. La bocciatura — 59,1% di No — fu determinata soprattutto dalla controversa riforma del Senato e dalla sfiducia verso il governo Renzi, non da una volontà di conservare il CNEL.

Le funzioni del CNEL non potrebbero essere semplicemente riformate invece di abolire l’ente?

È l’argomento dei riformisti moderati: snellire la struttura, ridurre i consiglieri, concentrare il mandato. Il problema è che riforme simili sono state promesse più volte senza risultati concreti, e che la ridondanza con ISTAT, Banca d’Italia e uffici studi parlamentari non è un difetto organizzativo correggibile — è strutturale. Un CNEL più piccolo costerebbe meno, ma resterebbe un organo la cui produzione legislativa è stata zero in 77 anni.