Civitavecchia, la targa del Parco Martiri delle Foibe coperta dall’ANPI

Giuseppe Sartore

Luglio 27, 2026

A Civitavecchia è successo il 25 luglio 2026. Qualcuno, l’ANPI locale, ha coperto la targa del Parco Martiri delle Foibe con uno striscione pubblicitario, volevano pubblicizzare la “Pastasciutta Antifascista per la Costituzione”. Chiaramente non può essere un errore di distrazione, ma un gesto deliberato, compiuto in un luogo che porta inciso nel nome il ricordo di migliaia di italiani trucidati dal 1943. Si potrebbe anche non aggiungere altro.

Cosa è successo davvero

Quel parco non è uno spazio neutro, mai lo è stato, è un luogo della memoria istituzionale, dedicato esplicitamente ai martiri delle foibe: quegli italiani, istriani, fiumani, dalmati che il regime di Tito fece sparire nelle cavità carsiche, spesso senza processo (o sommario). La targa è lì per una ragione precisa, la Repubblica italiana, con la legge 92 del 2004, ha riconosciuto quella tragedia come parte della propria storia nazionale e ha istituito il Giorno del Ricordo da celebrare ogni 10 febbraio. Quindi non parliamo di un’iniziativa di parte, ma legge dello Stato votata dalla quasi totalità del Parlamento Italiano.

Coprirla con uno striscione di festa, perché di questo si tratta, di una serata conviviale, non è un atto politico sofisticato, è una scivolata a gamba tesa, o peggio un segnale deliberato su quale memoria meriti visibilità e quale no. E la differenza tra le due cose è enorme.

L’ANPI di Civitavecchia ha il diritto di organizzare le proprie iniziative, nessuno glielo contesta. Però va sottolineato che scegliere proprio quella targa, proprio quel parco, per appendere il manifesto di una pastasciutta, questo è un altro paio di maniche. Chi sostiene che sia stato un caso, una coincidenza logistica, un’ingenuità, dovrebbe spiegarlo con più convinzione di quanta ne abbia mostrata finora.

Il regime di Tito non era un dettaglio

C’è un punto che torna ogni volta. Josip Broz Tito guidava una dittatura, comunista, nazionalista nella sua declinazione jugoslava, responsabile di deportazioni, esecuzioni sommarie, persecuzioni politiche sistematiche. Non è una lettura di parte, è storia documentata, riconosciuta da storici italiani e internazionali. Tra le vittime c’erano partigiani italiani che avevano combattuto il fascismo, c’erano operai, portuali di Pola e Trieste, insegnanti, impiegati comunali, sacerdoti, contadini. Persone comuni travolte da un progetto di snazionalizzazione forzata del confine orientale, o meglio di pulizia etnica, se vogliamo usare il termine che l’Europa ha imparato a pronunciare dopo Srebrenica, un termine duro ma corretto.

Ricordarlo significa non fare sconti a nessun totalitarismo. La Costituzione italiana, quella stessa Costituzione che l’ANPI invoca nella propria serata, nasce dal rifiuto di ogni forma di dittatura, qualunque colore abbia, rosso compreso.

La memoria selettiva è il problema

Ho visto, nel corso degli anni, come certa sinistra italiana abbia trattato la questione delle foibe, con imbarazzo, con silenzi strategici; con la tendenza a infilare ogni discussione dentro la cornice del «revisionismo di destra», come se sollevare il tema fosse già di per sé sospetto. È una trappola intellettuale che non regge più, non regge dal 2004, quando il Parlamento italiano (con voti trasversali, non con una maggioranza di bandiera) ha approvato la legge sul Giorno del Ricordo, grazie anche l’instancabile impegno del Senatore Roberto Menia. Non regge da quando presidenti della Repubblica di ogni colore politico hanno deposto corone a Basovizza.

La memoria non può essere selettiva, o si rispettano tutte le vittime dei totalitarismi, o si finisce per fare esattamente quello che si dice di combattere: usare la storia come clava politica. Non c’è una terza via decente. Coprire una targa dedicata ai martiri delle foibe con uno striscione di festa antifascista non è un atto di memoria, al contrario è un gesto che manda un messaggio preciso: quella memoria conta meno, quei morti pesano meno, si possono nascondere, almeno per una sera, dietro un cartellone; e magari mostra la volontà di nasconderli per sempre.

Io vengo da una famiglia che conosce l’esodo giuliano-dalmata non dai libri, sa cosa significa portarsi dietro un cognome, un dialetto, una geografia interiore che la storia ha cancellato dalle mappe ufficiali per decenni. So che ogni volta che qualcuno copre una targa, appende uno striscione sopra un nome inciso nella pietra, non sta facendo politica, sta dicendo a chi è sopravvissuto che il loro dolore è negoziabile. Ma non lo è e Non lo sarà mai.

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