La scritta Tito sul Sabotino diventa patrimonio culturale sloveno?

Giuseppe Sartore

Agosto 14, 2026

La scritta Tito sul Sabotino

In questi giorni è trapelata una notizia che merita di essere raccontata senza giri di parole, senza diplomazia volta al dialogo interculturale. La scritta TITO incisa sul Monte Sabotino, quel massiccio che domina il confine tra Italia e Slovenia, potrebbe presto ottenere il riconoscimento ufficiale di monumento culturale sloveno. Avete capito bene, un’iniziativa civica ha chiesto all’Istituto sloveno per la tutela del patrimonio culturale di esprimere parere tecnico favorevole, e il sindaco di Nova Gorica, Samo Turel, attende risposta da Lubiana.

Siamo onesti, tutto ciò non mi stupisce, mi può indignare, ma stupire no. Perché questa è la logica conseguenza di anni di abbracci, di mani intrecciate, di fotografie sorridenti sul confine che fu teatro di uno dei crimini più oscuri del Novecento europeo. La cosiddetta Capitale Europea della Cultura 2025, quella trovata geniale di fare di Gorizia e Nova Gorica un unico soggetto culturale transfrontaliero, ha prodotto esattamente questo: l’altra sponda del confine si sente abbastanza incoraggiata da poter elevare a monumento culturale il nome del dittatore che ha ordinato lo sterminio di migliaia di italiani.

Chi era Tito, per chi avesse dimenticato

Josip Broz Tito non era un partigiano romantico, era un dittatore; l’uomo che ha guidato un regime comunista totalitario per quasi quattro decenni, che ha represso ogni forma di dissenso con la violenza di Stato, che ha trasformato la Jugoslavia in una prigione a cielo aperto per chiunque osasse pensare diversamente. Ma soprattutto, e questo per noi italiani è il punto che non si negozia, non si ammorbidisce, non si relativizza, è stato il mandante delle foibe.

Nelle foibe, quelle voragini carsiche del confine orientale, furono gettati vivi o morti, a volte entrambe le cose, nell’ordine che preferite, migliaia di italiani. Civili, militari, sacerdoti, insegnanti, uomini, donne, bambini la cui unica colpa era essere italiani e abitare terre che Tito voleva annettere alla sua Jugoslavia. A questo si aggiunge l’esodo trecentocinquantamila istriani, fiumani e dalmati costretti ad abbandonare le loro case, le loro città, i loro morti. Non fuggirono da un’astrazione storica, fuggirono da lui, dall’ordine che portava il suo nome, da una nuova dittatura, quella comunista.

E adesso quella scritta, quel nome, dovrebbe diventare patrimonio culturale protetto della Slovenia. Qualcuno dovrà spiegare con quale faccia, qualcuno dovrà spiegare come si può giustificare qualcosa del genere, con quale coscienza, con quale senso della storia e dell’umanità.

Nova Gorica 2025: la pagliacciata che ha prodotto i suoi frutti avvelenati

L’ho pensato fin dall’inizio e lo ripeto: l’operazione Nova Gorica-Gorizia Capitale Europea della Cultura 2025 è stata una delle imprese più ingenue (o più disoneste, fate voi) che la classe dirigente italiana potesse architettare. Sindaci che si stringono la mano, fotografi che immortalano il momento storico, discorsi sull’Europa unita e sui ponti tra i popoli. Tutto bellissimo, tutto commovente, ma assolutamente cieco di fronte alla realtà.

La realtà è che dall’altra parte di quel confine c’è una cultura politica che non ha mai fatto i conti con il titoismo. Certamente non come la Germania ha fatto i conti con il nazismo, non come l’Italia ha fatto i conti con il fascismo. La Slovenia ha ereditato dal regime jugoslavo una certa comodità nel guardare a Tito come a un padre della patria, un liberatore, un eroe. E quando l’Italia tende la mano sorridendo senza condizioni, quella comoda narrazione si consolida invece di essere messa in discussione; dalla nostra classe politica ci aspetteremmo schiena diritta e pretesa di rispetto per ciò che è stato e per la nostra storia.

Probabilmente per ingenuità chi ha abbracciato acriticamente questo progetto di gemellaggio culturale ha creduto, che la buona volontà bastasse, che bastasse volersi bene per costruire una memoria condivisa, ma la memoria condivisa non si costruisce ignorando le asimmetrie; non si costruisce facendo finta che le foibe siano una questione secondaria da affrontare in un sottoparagrafo del programma culturale. I risultati sono questi, mentre i goriziani facevano i balletti della fraternità europea, gli abitanti di Nova Gorica preparavano la pratica per proteggere la scritta del dittatore sul monte che sovrasta entrambe le città.

Qualcuno vorrà dirmi che sono due cose separate, che l’iniziativa civica che ha proposto il riconoscimento non c’entra con il Comune di Nova Gorica, vorrà dirmi che Samo Turel si è limitato a inoltrarla, come si fa con tutte le pratiche. Forse, ma si può immaginare la stessa storia al contrario? Si può immaginare che un comune italiano proponesse di tutelare come monumento culturale qualcosa che celebra un criminale responsabile di massacri di civili sloveni?

Il problema non è solo Tito, è il principio

Chiariamo una cosa, non si tratta solo di Tito. Tito è il simbolo, ma la questione è più profonda e riguarda un principio che non dovrebbe essere controverso nel 2025, nell’Europa che ha costruito la sua architettura politica sui valori della democrazia e dei diritti umani le dittature non meritano monumenti. Nessuna, mai, per nessun motivo.

Non merita monumenti il fascismo, non merita monumenti il nazismo, non merita monumenti lo stalinismo, non merita monumenti il titismo e non lo meritano tutte le altre dittature comuniste. Questa non è una posizione ideologica di parte, è una posizione civile elementare. Chiunque abbia usato il potere dello Stato per massacrare i propri cittadini o i cittadini di altri paesi non merita di essere celebrato, tutelato, o iscritto nei registri del patrimonio culturale da proteggere per le generazioni future.

La scritta TITO sul Sabotino non è cultura, è propaganda, è il residuo di un regime che ha bruciato libri, imprigionato oppositori, gettato italiani nelle foibe e costretto centinaia di migliaia di persone all’esilio, cancellato (o provato a cancellare) una cultura millenaria dall’Istria e dalla Dalmazia. Trasformarla in monumento culturale non è un gesto di identità slovena: è un insulto a tutte le vittime del totalitarismo, slovene comprese, perché anche la Slovenia ha avuto i suoi oppositori al regime che sono finiti male.

E allora mi chiedo, e lo chiedo a chi si occupa di cultura europea, a chi firma i programmi delle Capitali della Cultura, a chi stringe le mani e sorride nelle fotografie ufficiali, dove sono adesso? Dove sono le dichiarazioni, le prese di posizione, i comunicati stampa? Dov’è quella bella sensibilità interculturale che tanta retorica ha prodotto in questi mesi? Silenzio, perché quando si tratta di rispondere a una provocazione vera, concreta, documentata, improvvisamente la voce si abbassa e il coraggio culturale evapora.

Le associazioni degli esuli più “timide” (per fortuna non tutte, esiste anche chi mantiene la schiena diritta come l’Unione degli Istriani), quelle che preferiscono il diplomatico al vero, pubblicano note di contestualizzazione storica. Contestualizzazione, come se la storia di migliaia di italiani gettati nelle foibe avesse bisogno di essere contestualizzata prima di meritare rispetto. Come se il dolore dell’esodo richiedesse una nota a piè di pagina prima di essere riconosciuto. No, alcune cose non si contestualizzano, si chiamano con il loro nome e si rifiutano senza se e senza ma.

La scritta Tito sul Sabotino non è patrimonio culturale, è una ferita aperta. E chi ha la sfrontatezza di chiederne la tutela istituzionale sa esattamente cosa sta facendo: sta dicendo agli italiani del confine, agli eredi degli esuli, ai figli e nipoti di chi è stato infoibato, che la loro storia vale meno; che il loro lutto è negoziabile, che il nome del loro assassino può diventare, con una pratica burocratica e un parere tecnico favorevole, un bene da proteggere.

A questa roba non c’è risposta diplomatica che tenga. C’è solo la chiarezza di chi non accetta che il passato venga riscritto, né sul Sabotino né altrove. E c’è la speranza, sempre più flebile, ma ancora viva, che qualcuno in questo paese abbia la schiena abbastanza dritta da dirlo ad alta voce, senza aspettare il prossimo abbraccio fotografico sul confine.

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