Stefano Gaj Taché, il bambino di due anni ucciso alla Sinagoga di Roma il 9 ottobre 1982

Giuseppe Sartore

Ottobre 9, 2026

Aveva due anni. Una mattina di ottobre del 1982, il 9, si trovava con la sua famiglia davanti al Tempio Maggiore di Roma come centinaia di altri fedeli venuti a celebrare Sheminì Atzeret, la ricorrenza che chiude il ciclo di Sukkot. Si chiamava Stefano Gaj Taché, era un bambino italiano nato in una famiglia ebrea della capitale, e un commando terroristico palestinese lo uccise mentre usciva dal Tempio. Non c’è modo di raccontare questa storia senza partire da quel dato: un bambino di due anni, ucciso perché ebreo, nel centro di Roma, quarantatré anni fa.

Erano circa le 11.55 di un sabato mattina. I fedeli stavano lasciando la sinagoga dopo le celebrazioni quando il commando aprì il fuoco con i mitra e lanciò bombe a mano. Famiglie, anziani, bambini: nessuno stava facendo altro che uscire da un luogo di culto. Un morto, trentasette feriti. Tra i feriti c’era Gadiel, il fratello di Stefano, che aveva quattro anni. Gadiel sopravvisse, e negli anni è diventato una delle voci più costanti nel tenere viva la memoria di quel giorno e di suo fratello.

Un attentato contro civili, non un episodio di guerra

Nel corso dei decenni si sono visti tentativi, più o meno espliciti, di inquadrare quell’attacco dentro una logica di conflitto armato tra parti contrapposte. L’argomento non regge all’esame dei fatti. Il Tempio Maggiore di Roma non era un obiettivo militare. I fedeli che uscivano dalla sinagoga non erano combattenti: erano cittadini italiani che esercitavano il diritto di professare la propria fede in un luogo di culto, nel centro della loro città. Stefano Gaj Taché aveva due anni, Gadiel ne aveva quattro. Nessuna lettura geopolitica trasforma questo in qualcosa di diverso da quello che è stato: un massacro di civili, pianificato e deliberato, motivato dall’odio verso gli ebrei.

L’azione fu ricondotta all’organizzazione di Abu Nidal, gruppo terroristico palestinese responsabile di decine di attentati in Europa e nel Medio Oriente tra gli anni Settanta e Ottanta. Le indagini italiane portarono alla condanna all’ergastolo di Abdel al-Zomar, ritenuto uno degli organizzatori. La vicenda giudiziaria non si chiuse con quella sentenza: restarono aperti interrogativi sull’identificazione di tutti gli esecutori materiali e sulle circostanze operative che resero possibile l’attentato a Roma. Una giustizia parziale, come accade spesso quando il terrorismo internazionale incrocia le difficoltà della cooperazione giudiziaria tra Stati.

Nel 2012, trent’anni dopo l’attentato, Stefano Gaj Taché ricevette alla memoria la Medaglia d’oro come vittima del terrorismo. A ritirarla fu il fratello Gadiel. Un riconoscimento tardivo, come quasi sempre accade con le vittime del terrorismo in Italia, ma non privo di peso: lo Stato italiano riconobbe ufficialmente che quel bambino era morto per mano di chi voleva colpire la comunità ebraica italiana, e che quella morte riguardava l’intera nazione.

«Era un nostro bambino»: le parole di Mattarella nel 2015

Il 3 febbraio 2015, nel discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica, Sergio Mattarella citò Stefano Gaj Taché. Lo fece con una frase breve, senza retorica: «Era un nostro bambino, un bambino italiano». Quelle parole ebbero una risonanza che andò oltre il momento cerimoniale, perché toccavano un punto che il dibattito pubblico italiano aveva a lungo eluso. Stefano non era un simbolo del conflitto mediorientale, non rappresentava una causa, non era la vittima di una guerra lontana finita per caso a Roma. Era un bambino italiano, figlio di una famiglia italiana, ucciso nella sua città da chi lo considerava un nemico per il solo fatto di essere ebreo.

La distinzione ha un peso preciso. L’antisemitismo non è mai stato soltanto un problema delle comunità ebraiche: è un problema delle società che lo tollerano, lo minimizzano o lo reinterpretano in chiave politica fino a renderlo accettabile. L’Italia del 1982 aveva già attraversato gli anni di piombo, aveva conosciuto il terrorismo di destra e di sinistra, aveva imparato a proprie spese quanto sia fragile la convivenza civile quando la violenza politica trova giustificazioni ideologiche. L’attentato alla Sinagoga di Roma rimase per anni ai margini della memoria pubblica nazionale, trattato più come un episodio della storia del conflitto israelo-palestinese che come quello che era: un attacco terroristico contro cittadini italiani sul suolo italiano.

L’antisemitismo non è un residuo del Novecento

A quarantatré anni da quella mattina, sarebbe comodo archiviare la vicenda come storia, come un’epoca che non ci appartiene più. I dati dicono altro. Gli episodi di antisemitismo in Europa sono documentati e in crescita da almeno un decennio, con un’accelerazione marcata dopo il 7 ottobre 2023 e l’inizio delle operazioni militari israeliane a Gaza. In Italia, il Rapporto sull’antisemitismo curato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane registra ogni anno centinaia di episodi: scritte sui muri, aggressioni verbali, minacce sui social, intimidazioni fisiche. Non sono numeri astratti. Sono persone che decidono di non indossare la kippah per strada, famiglie che valutano se sia prudente accompagnare i figli alla sinagoga, studenti che tacciono sulla propria identità in classe.

Quello che rende l’antisemitismo contemporaneo particolarmente difficile da isolare è la sua capacità di presentarsi sotto spoglie diverse da quelle storiche. Raramente si manifesta con la svastica in bella vista, almeno nelle sue forme più diffuse e socialmente accettate. Si manifesta nell’attribuzione agli ebrei, ovunque vivano e qualunque cosa pensino, di una responsabilità collettiva per le decisioni del governo israeliano. Si manifesta nella normalizzazione di slogan che equiparano Israele al nazismo, formula che non serve a criticare una politica militare ma a delegittimare l’esistenza stessa dello Stato ebraico e, per estensione, a rendere gli ebrei della diaspora corresponsabili di un crimine contro l’umanità. Si manifesta nella tolleranza selettiva: la stessa parte politica che si indigna giustamente per qualsiasi forma di discriminazione religiosa o etnica trova spesso ragioni per sospendere quel principio quando le vittime sono ebree.

Criticare le scelte del governo israeliano è legittimo, come è legittimo criticare qualsiasi governo. La critica politica ha però confini precisi: riguarda atti, decisioni, politiche, e non le persone in quanto appartenenti a un gruppo etnico o religioso. Quando la critica a Israele diventa un pretesto per aggredire una sinagoga a Berlino, per minacciare uno studente ebreo a Parigi o per imbrattare un memoriale della Shoah a Roma, non siamo più nel campo della politica. Siamo nel campo dell’odio. La distinzione non è sofistica: è la differenza tra una democrazia liberale e una società che tollera la persecuzione di minoranze.

Perché quella data appartiene a tutti gli italiani

Quello che accomuna le grandi persecuzioni del Novecento europeo, dal Porrajmos alla Shoah alle foibe, è la disumanizzazione che le precede: prima si convince la gente che certe persone non sono davvero persone, poi la violenza diventa possibile, poi diventa normale, poi diventa politica di Stato.

Stefano Gaj Taché non arrivò a vivere abbastanza da capire perché qualcuno lo volesse morto. Aveva due anni. Suo fratello Gadiel, che ne aveva quattro, porta quella memoria da quarantatré anni: nelle scuole, nelle commemorazioni, nelle interviste, con una compostezza che dice molto sulla dignità con cui certe famiglie reggono pesi che non avrebbero mai dovuto portare. Il 9 ottobre non è una data della sola comunità ebraica romana: è una data della Repubblica italiana, perché quella mattina fu attaccata la libertà religiosa, la sicurezza dei cittadini e il principio che nessuno debba temere per la propria vita nell’esercizio della propria fede.

Ogni anno che passa senza che quella data entri stabilmente nel calendario civile nazionale, senza che venga insegnata nelle scuole con la stessa attenzione riservata ad altri episodi del terrorismo italiano, è un anno in cui scegliamo di ricordare in modo selettivo. La memoria selettiva non è memoria: è politica travestita da commemorazione. Stefano Gaj Taché era un bambino italiano. Quella ferita appartiene all’intero Paese, e non si chiude finché continuiamo a trattarla come una questione di altri.

Per commenti:

Domande frequenti

Chi era Stefano Gaj Taché e come morì?

Stefano Gaj Taché era un bambino italiano di due anni, figlio di una famiglia ebrea romana. Fu ucciso il 9 ottobre 1982 durante l’attentato terroristico alla Sinagoga di Roma: un commando dell’organizzazione di Abu Nidal aprì il fuoco con mitra e lanciò bombe a mano contro i fedeli che uscivano dal Tempio Maggiore al termine delle celebrazioni di Sheminì Atzeret. Fu l’unica vittima; trentasette persone rimasero ferite.

Chi fu condannato per l’attentato alla Sinagoga di Roma del 1982?

Le indagini italiane portarono alla condanna all’ergastolo di Abdel al-Zomar, ritenuto responsabile dell’organizzazione dell’attacco. L’azione fu ricondotta all’organizzazione terroristica di Abu Nidal, attiva in Europa e nel Medio Oriente tra gli anni Settanta e Ottanta. La vicenda giudiziaria rimase tuttavia parzialmente aperta riguardo all’identificazione di tutti gli esecutori materiali.

L’attentato del 1982 ha davvero cambiato la percezione dell’antisemitismo in Italia, o è rimasto un episodio marginale nella memoria pubblica?

La risposta onesta è che l’impatto sulla memoria collettiva fu limitato per molti anni. L’attentato alla Sinagoga di Roma non entrò stabilmente nei programmi scolastici né nel calendario civile nazionale con la stessa evidenza riservata ad altri episodi del terrorismo italiano. Solo nel 2012, trent’anni dopo, Stefano Gaj Taché ricevette alla memoria la Medaglia d’oro come vittima del terrorismo. Fu il discorso di insediamento del presidente Mattarella nel 2015 a riportare quella storia al centro del dibattito pubblico. Il fatto che ci siano voluti oltre trent’anni per un riconoscimento ufficiale e oltre quaranta per una presenza stabile nel discorso nazionale dice qualcosa sulla difficoltà italiana di fare i conti con l’antisemitismo come problema proprio, non come eredità altrui.