Foiba: cosa significa davvero una parola diventata simbolo di una tragedia

Giuseppe Sartore

Ottobre 9, 2026

Ogni volta che in Italia si torna a discutere di foibe, il dibattito cade nelle stesse tre trappole. Chi liquida tutto come polemica di parte. Chi usa la parola come una clava identitaria. E chi risponde con la furbizia opposta: erano solo buche, cavità carsiche, quindi il nome sarebbe gonfiato e strumentale. Nessuna delle tre serve a capire. Tutte e tre servono a non sapere.

Cominciamo dalla parola, perché lì nasce l’equivoco.

Una fenomeno geologico, prima di tutto

Foiba deriva dal latino *fovea*: fossa, abisso. Fino a pochi decenni fa la si trovava solo nei manuali di geologia. Sono voragini naturali che sprofondano per decine di metri, a volte per due o trecento, con una bocca larga pochi metri e quasi sempre nascosta dalla vegetazione. Sotto si apre un labirinto di cunicoli dove spesso non si capisce nemmeno dove finisca il vuoto. La Società Alpina delle Giulie ne contò circa mille nella sola provincia di Trieste e oltre millesettecento in tutta la regione, ciascuna con il suo numero di catasto. La più vasta dell’Istria è quella di Pisino.

I contadini le conoscevano bene e le usavano per sbarazzarsi di sterpaglia, macerie, carcasse di animali, vecchie suppellettili. Questo era la foiba prima dell’autunno 1943. Dunque, foiba era un termine tecnico della geologia regionale. Quello che accadde dopo trasformò il termine in modo irreversibile, e capire questa trasformazione è il presupposto per qualunque discussione seria.

Il 1943, il 1945 e l’uso delle cavità

Nel settembre-ottobre 1943, dopo l’armistizio dell’8 Settembre, una prima ondata di violenza colpì l’Istria, e le persone infoibate furono circa un migliaio. A metà ottobre il Comandante Gaetano Vagnati incaricò il maresciallo dei Vigili del Fuoco di Pola Arnaldo Harzarich di perlustrare le cavità in cui si sapeva, o si temeva, che fossero state gettate centinaia di persone portate via dai partigiani comunisti di Tito e mai tornate a casa. Gli istriani lo chiamarono “l’Angelo delle foibe”. Non è un titolo che si dà a chi recupera buche.

La seconda ondata fu molto più ampia. Il 1° maggio 1945 i reparti jugoslavi entrarono a Trieste, un giorno prima dei neozelandesi, poi a Gorizia e Monfalcone, poi a Fiume e a Pola. Le formazioni partigiane italiane vennero disarmate subito (ci furono poi anche i collaborazionisti, ma ne parleremo poi). I membri del CLN giuliano furono arrestati, uccisi o ricacciati nella clandestinità. Con i nuovi poteri arrivò l’O.Z.N.A., la polizia segreta jugoslava, e con lei arresti e deportazioni di migliaia di persone. Colpiti furono soprattutto quelli che, agli occhi dell’O.Z.N.A., potevano ostacolare l’annessione: molti sacerdoti italiani, nativi di quelle terre, furono tra le vittime. Per quel maggio-giugno le stime parlano di 5.500-7.000 morti.

Perché non tutte le vittime morirono dentro una foiba

Qui chi vuole ridimensionare pensa di avere l’argomento decisivo: non tutti finirono nelle cavità, dunque il termine è improprio. È vero che non tutti finirono lì. Alcuni furono gettati nelle foibe carsiche, altri in fosse comuni, altri in fondo all’Adriatico. Molti vennero fucilati durante la deportazione, molti morirono di malattia e di stenti nelle carceri e nei campi sparsi per la Jugoslavia. E non pochi furono uccisi dagli organi di polizia jugoslavi parecchi mesi dopo la fine della guerra.

Le famiglie, in tutti questi casi, ebbero la stessa cosa: nessuna notizia. Nessun corpo, nessuna tomba, nessuna risposta. È questa scomparsa che ha fatto di “foiba” il simbolo dell’intera vicenda, a prescindere dal luogo esatto e dalle modalità di ogni singola uccisione. Si tratta di un uso simbolico nato dalla realtà e consolidato dal tempo, e pretendere di smontarlo con il vocabolario di geologia è un’operazione disonesta.

Anche lo scandalo del Carso triestino lo dimostra. Il 14 gennaio 1944 Celestina Pacchioni scomparve alla stazioncina di Santa Croce, mentre aspettava il treno. Non c’era nessuna battaglia, nessun fatto di guerra. C’era una giovane donna che sparì.

La realtà documentata è più articolata. Alcune persone furono effettivamente uccise e precipitate nelle foibe, spesso ancora vive o legate ad altri con il filo di ferro, come attestano le esumazioni condotte negli anni successivi e i referti medico-legali. Altre furono fucilate in luoghi diversi. Altre ancora morirono durante le marce di deportazione verso i campi jugoslavi, per fucilazione sommaria, per stenti, per malattia. Molti semplicemente scomparvero: le famiglie non ricevettero mai notizie, non videro mai un corpo, non ottennero mai una risposta. Questa sparizione di massa, questo silenzio prolungato per decenni anche da parte dello Stato italiano, è una delle ferite più difficili da rimarginare.

Nel linguaggio storico e nella memoria pubblica, la parola foibe ha quindi assunto un significato metonimico: indica l’intero fenomeno della repressione jugoslava sul confine orientale, non solo il metodo specifico dell’infoibamento. È un uso linguistico legittimo e documentato, del resto non insolito nella storia: anche Auschwitz indica qualcosa di più grande del solo campo di Birkenau, e nessuno lo contesta.

La legge del 2004 e la formulazione che conta

La legge 30 marzo 2004, numero 92, che ha istituito il Giorno del Ricordo, fortemente voluta dal Senatore Robeto Menia, è scritta con una precisione che vale la pena leggere. Il testo parla di «memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Non si limita alle cavità carsiche: comprende le deportazioni, l’esodo, la perdita delle case, la cancellazione di una presenza italiana plurisecolare da quei territori. È una formulazione che riconosce la complessità senza per questo diluire la responsabilità.

Quella legge arrivò con sessant’anni di ritardo rispetto agli eventi, e il ritardo non fu casuale. Per decenni la vicenda delle foibe e dell’esodo fu rimossa dalla memoria pubblica italiana, in parte per ragioni di politica estera (non si voleva complicare i rapporti con la Yugoslavia di Tito, che era un interlocutore prezioso nella Guerra Fredda), in parte per ragioni di politica interna, perché il Partito Comunista Italiano aveva difficoltà a fare i conti con crimini commessi da un regime comunista fratello. Il risultato fu che centinaia di migliaia di esuli giuliano-dalmati arrivarono in Italia e trovarono un paese che preferiva non sapere, non chiedere, non ricordare. Alcune navi di profughi furono accolte nei porti con fischi e insulti. La parola foibe era quasi impronunciabile nel dibattito pubblico.

Detto questo, la memoria delle foibe non ha bisogno di essere difesa con esagerazioni o con cifre non documentate. La storia reale è già abbastanza grave. Tra diecimila e quindicimila morti, tra duecentocinquantamila e trecentocinquantamila esuli che abbandonarono le loro case in Istria, a Fiume e in Dalmazia tra il 1943 e i primi anni Cinquanta: sono numeri che parlano da soli.

Una parola che porta il peso della storia

Le parole cambiano significato quando la storia le attraversa. Foiba era geologia, poi è diventata memoria. Gulag era originariamente un acronimo burocratico sovietico, e oggi indica qualcosa di molto più vasto del sistema amministrativo che designava. Le lingue funzionano così, e i dizionari registrano questi spostamenti di senso senza per questo tradire la precisione.

Quello che rimane, al di là del dibattito semantico, è una storia che l’Italia ha impiegato sessant’anni ad ammettere ufficialmente e che ancora oggi fatica a entrare nei programmi scolastici con la stessa sistematicità con cui vi entrano altre tragedie del Novecento. Le famiglie degli esuli, non chiedono vendetta e non chiedono revisionismo: chiedono che si sappia. Cosa accadde, dove, perché, e a opera di chi. È una richiesta ragionevole, che non obbliga a scegliere tra rigore storico e onestà intellettuale, perché in questo caso le due cose coincidono.

Domande frequenti

Cosa significa esattamente la parola foiba?

Foiba deriva dal latino fovea e indica una cavità naturale del terreno carsico, prodotta dall’azione dell’acqua sulle rocce calcaree. Può presentarsi come un inghiottitoio o un pozzo verticale che scende per decine o centinaia di metri nel sottosuolo. Era un termine della geologia regionale prima che la storia del Novecento gli attribuisse un significato più ampio.

Quante persone morirono nelle foibe?

Le stime degli storici, elaborate su fonti archivistiche e testimonianze, collocano il numero delle vittime della repressione jugoslava sul confine orientale tra i diecimila e i quindicimila morti.

Il termine foibe non è improprio, visto che molte vittime non morirono in una cavità carsica?

È una critica che merita risposta diretta. La storiografia seria non ha mai sostenuto che tutte le vittime della repressione jugoslava siano state precipitate in una foiba: molte furono fucilate altrove, deportate o scomparvero nelle carceri. Il termine ha assunto un significato metonimico, come accade con altri nomi di luoghi diventati simboli storici. Usare il significato letterale per negare la dimensione del fenomeno è un’operazione che confonde il piano linguistico con quello storico, e non regge al confronto con la documentazione disponibile.