Si chiama Najmeh Amini, ha 23 anni, studia contabilità e si trova nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nord-est dell’Iran. Un tribunale speciale l’ha condannata a morte per sabol-nabi, insulto al profeta, a causa di un contenuto pubblicato sui social media. La sentenza è datata 16 settembre 2026, secondo il messaggio audio che lei stessa ha diffuso dal carcere. Non è definitiva: può essere impugnata davanti alla Corte suprema iraniana. Il testo del post non è stato reso pubblico.
Lo scrivo subito, prima di entrare nei dettagli: non occorre sapere cosa abbia scritto per prendere posizione. Una vita umana non si bilancia con una frase, nemmeno con la più offensiva che si possa immaginare. Non ha eccezioni.
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Quello che sappiamo del caso
L’accusa formale è sabol-nabi, un reato che nel codice penale iraniano prevede la pena capitale. Secondo Iran Human Rights, organizzazione con sede a Oslo che monitora le esecuzioni nel Paese, Amini è stata fermata a Mashhad all’inizio di febbraio 2026, durante i mesi di repressione seguiti alle proteste di gennaio, dopo un’attività di monitoraggio online condotta dalla polizia informatica iraniana. Le fonti disponibili non coincidono sulla data esatta: Iran Human Rights indica il 3 febbraio, altre ricostruzioni parlano di un primo fermo a gennaio e di uno successivo a febbraio. Ho scelto di non fissare una data secca perché le discrepanze non sono state chiarite.
Il processo si è tenuto ad agosto davanti al Tribunale penale di Mashhad competente per i reati contro la religione. In aula, stando a quanto riferisce il quotidiano iraniano Khorasan del 7 ottobre 2026, che ha confermato l’esistenza del procedimento, Amini avrebbe sostenuto di aver scritto il post in uno stato di alterazione. La difesa è stata respinta. Il Khorasan è un giornale che opera all’interno del sistema di controllo dell’informazione iraniano: ho riportato questa versione attribuendola alla fonte, senza presentarla come accertata, perché le altre fonti consultate non la confermano in modo uniforme né specificano la natura dell’alterazione invocata.
Alla condanna a morte si affianca una seconda sentenza, a 12 anni, sei mesi e un giorno di reclusione, per accuse legate alla sicurezza nazionale e alla cosiddetta propaganda contro il regime. Entrambe sono impugnabili. Omettere questa seconda pena, come fanno alcune sintesi circolate sui social, significa semplificare un caso che è già abbastanza grave nella sua complessità reale.
In un messaggio audio diffuso dal carcere a settembre, Amini ha chiesto a giuristi, attivisti, organizzazioni per i diritti umani e Nazioni Unite di esaminare la sua situazione. «Siate la mia voce», è l’appello riportato dalle agenzie. Una frase da tenere a mente mentre si legge il resto.
Perché questo caso è più grave di quanto sembri
Le condanne a morte per blasfemia in Iran non sono frequenti, ma esistono e vengono eseguite: nel 2023 due uomini sono stati giustiziati per questo reato. Quello che preoccupa Iran Human Rights, e che distingue il caso di Amini dai precedenti, è che la condanna riguarda un contenuto pubblicato online, non un atto fisico, non un discorso in piazza, ma un post su una piattaforma digitale. Il direttore dell’organizzazione, Mahmood Amiry-Moghaddam, lo ha definito uno sviluppo estremamente allarmante, avvertendo che potrebbe estendere l’applicazione della pena capitale all’espressione pacifica su internet.
Il dato di contesto è questo: secondo Iran Human Rights, nel 2026 le esecuzioni in Iran hanno già superato quota 600. Seicento persone messe a morte in meno di un anno. È un numero che meriterebbe più spazio nelle cancellerie europee di quanto non ne ottenga, sepolto com’è nelle note a piè di pagina dei comunicati diplomatici.
Il caso è stato riportato dal Guardian e ripreso dall’AGI il 14 ottobre 2026; anche L’Espresso e The Week lo hanno trattato nella stessa data. La conferma del procedimento da parte del Khorasan il 7 ottobre ha reso la vicenda difficilmente negabile anche per le autorità iraniane. Alla data in cui scrivo, le fonti consultate non riportano esecuzioni. Ma questo può cambiare, e chi pubblica questo articolo dovrebbe verificarlo il giorno stesso della messa online.
Una questione di principio, non di contenuto
Capisco che qualcuno possa essere tentato di aspettare di sapere cosa ha scritto prima di schierarsi. È una posizione che rispetto, ma che non condivido. La libertà di espressione non è un privilegio che si concede alle opinioni che approviamo: vale proprio quando le opinioni ci urtano, ci offendono, ci sembrano sbagliate. È in quel momento che si misura quanto ci crediamo davvero.
Una fede può essere professata, discussa, criticata, anche con durezza. Quando un potere pretende di difenderla con il carcere e il patibolo, non sta proteggendo nulla di sacro: sta imponendo obbedienza attraverso la paura. La responsabilità di quello che sta accadendo a Najmeh Amini è del regime iraniano e del suo apparato repressivo, non di chi scrive un post su un telefono.
Vengo da una famiglia di esuli istriani, gente che ha conosciuto cosa significa perdere tutto per ragioni ideologiche, per essere dalla parte sbagliata della storia secondo chi deteneva l’autorità di decidere quale fosse quella giusta. Non è la stessa cosa, e non faccio paragoni. Ma so cosa succede quando uno Stato decide che certe parole, certe identità, certi pensieri non hanno diritto di esistere. Lo so da vicino, e non me ne faccio una ragione.
Cosa chiedo al governo italiano e alle istituzioni europee
Il governo italiano e le istituzioni europee devono chiedere pubblicamente l’annullamento della condanna a morte di Najmeh Amini e una moratoria immediata sulle esecuzioni in Iran. Non in un comunicato sepolto nell’agenda diplomatica, ma con voce alta e con il nome scritto per esteso. L’Italia ha una tradizione di impegno contro la pena di morte che non può fermarsi ai casi comodi o ai Paesi con cui non abbiamo interessi commerciali.
Iran Human Rights ha chiesto l’annullamento della sentenza. Le Nazioni Unite sono state invocate direttamente dalla condannata nel suo messaggio audio. Gli strumenti ci sono: quello che manca è la volontà politica di usarli con la stessa energia che si mette in altri dossier.
Il nome di Najmeh Amini non deve perdersi tra una notizia e l’altra. Ha 23 anni, studia contabilità, ha scritto qualcosa su un social. Per questo rischia di essere messa a morte.
Aggiornato al 16 ottobre 2026. Le fonti consultate non riportano esecuzioni alla data di scrittura. Verificare prima della pubblicazione.
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