A maggio scorso, quando il gruppo dei Viaggi del Ricordo organizzato dall’Unione degli Istriani si presentò all’Abisso Plutone, trovò l’accesso sbarrato da cartelli di proprietà privata e divieto di accesso. Massimiliano Lacota, presidente dell’associazione, denunciò pubblicamente la situazione e annunciò l’intenzione di rivolgersi alla Prefettura, al Comune di Trieste e ai rappresentanti politici del territorio, definendo l’accaduto un fatto gravissimo. Plutone non è una cavità carsica qualsiasi: è uno dei luoghi più diretti e meno frequentati della memoria del confine orientale, legato alle uccisioni avvenute nel maggio 1945 durante l’occupazione jugoslava di Trieste.
Oggi qualcosa si muove. Il Comune di Trieste ha approvato il progetto di fattibilità tecnico-economica per la sistemazione e la messa in sicurezza dei percorsi nell’area dell’Abisso Plutone, con un intervento da 111.370 euro destinato alla fruizione naturalistica e all’accessibilità del sito (delibera del Comune di Trieste). È un atto concreto, verificabile, inserito in una procedura amministrativa pubblica. Ma è anche il punto di partenza di un ragionamento che non può fermarsi alla sentieristica.
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La denuncia di Lacota e il quadro istituzionale
L’Unione degli Istriani inserisce l’Abisso Plutone nei propri Viaggi del Ricordo da anni, in un percorso che comprende la Foiba di Basovizza, il Museo di Padriciano e le località istriane dell’Esodo. La denuncia di maggio è arrivata alle istituzioni in un momento in cui il sito non era più sconosciuto alla politica.
Il 5 marzo 2026 la VII Commissione (Cultura) della Camera ha approvato a maggioranza una risoluzione, a prima firma dell’on. Nicole Matteoni, dedicata all’Abisso Plutone (l’atto era stato depositato a febbraio). Il documento riconosce al sito un rilevante valore storico, culturale e memoriale, ne richiama il legame con le uccisioni del maggio 1945 e impegna il Governo a valutare l’avvio delle procedure per il riconoscimento come luogo della memoria, anche ai fini di un’eventuale dichiarazione di monumento nazionale. Il richiamo normativo è la legge 30 marzo 2004, n. 92, che ha istituito il Giorno del ricordo il 10 febbraio.
Da allora il fronte istituzionale si è allargato su due piani. Sul piano legislativo c’è la proposta di legge AC 2898 per la dichiarazione di monumento nazionale della foiba: assegnata a maggio, ha concluso l’esame in Commissione il 23 giugno 2026 e risulta in stato di relazione. Sul piano amministrativo, alla fine di agosto la Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio del Friuli-Venezia Giulia ha avviato il procedimento per dichiarare l’abisso «di interesse culturale particolarmente importante». La cavità si trova su terreno privato, ed è anche per questo che la tutela formale non è un dettaglio.
Perché Plutone resta ancora poco conosciuto
In un articolo pubblicato a febbraio su questo sito avevo definito l’Abisso Plutone «la foiba che l’Italia ha preferito dimenticare». La formula era volutamente netta, perché la situazione lo è. Basovizza è monumento nazionale dal 1992 (decreto dell’11 settembre), visitata ogni anno il 10 febbraio in occasione del Giorno del Ricordo, con una stele, una targa, una presenza istituzionale consolidata. Plutone, legato alle stesse settimane del maggio 1945 e alla stessa logica di eliminazione fisica degli oppositori al regime di Tito, non ha nulla di tutto questo: niente pannelli esplicativi, niente percorso didattico, niente presenza stabile nelle cerimonie ufficiali. Ha avuto, fino a pochi mesi fa, un accesso sbarrato da cartelli privati.
Questo squilibrio non è casuale. Basovizza è stata oggetto di battaglie politiche e culturali che risalgono almeno agli anni Ottanta ed è entrata da tempo nei circuiti della memoria pubblica. Plutone, più defilato sul Carso triestino e su proprietà privata, ne è rimasto fuori per decenni. L’Unione degli Istriani ne ha mantenuto la presenza nei percorsi educativi, portandoci gruppi di studenti quando le istituzioni non avevano ancora deciso cosa farne. Questo dato conta, perché chiarisce chi ha tenuto in piedi la memoria del sito nei decenni in cui lo Stato non se ne occupava.
Il rischio di fermarsi alla sentieristica
Il progetto approvato dal Comune riguarda, secondo quanto comunicato, la fruizione naturalistica e l’accessibilità del sito. La formula è corretta dal punto di vista tecnico-amministrativo, ma se l’intervento si esaurisse in un sentiero percorribile e in qualche cartello di sicurezza, sarebbe un’occasione mancata. Un luogo della memoria deve essere raggiungibile fisicamente, certo, ma deve anche essere leggibile. Chi arriva all’Abisso Plutone senza conoscere la storia del confine orientale, senza sapere cosa accadde a Trieste durante i quaranta giorni di occupazione jugoslava, dal 1° maggio al 12 giugno 1945, senza avere un riferimento cronologico o documentale, non capisce dove si trova. Vede una cavità carsica, non un luogo della storia italiana.
Servono pannelli storici con date, nomi e fonti documentate. Serve un racconto accessibile anche a chi non ha una formazione specifica sulla questione giuliano-dalmata. Servono indicazioni chiare sul legame tra il sito e gli eventi del 1945, con riferimenti agli studi storici disponibili. Quello che manca, in sostanza, è ciò che Basovizza ha costruito in trent’anni e che Plutone non ha ancora.
Se la proposta di legge AC 2898 completasse l’iter e Plutone diventasse monumento nazionale, il quadro cambierebbe in modo sostanziale: ci sarebbero risorse nazionali, un obbligo di manutenzione e una presenza nelle cerimonie istituzionali del 10 febbraio. Il passaggio decisivo resta il voto dell’Aula, che richiede una volontà politica ancora da misurare.
Cosa manca ancora
Il Comune di Trieste ha fatto la sua parte, almeno per ora, e la Soprintendenza ha aperto la strada alla tutela formale. L’Unione degli Istriani ha visto muoversi qualcosa dopo la propria denuncia, e questo conta. Quello che manca è il passaggio successivo: trasformare un intervento di messa in sicurezza in un progetto di memoria strutturato, con una regia che coinvolga il Ministero della Cultura, la Regione Friuli-Venezia Giulia, il Comune di Trieste, la proprietà del terreno e le associazioni degli esuli.
Ho scritto a febbraio che Plutone era la foiba che l’Italia aveva preferito dimenticare. Oggi posso dire che qualcosa è cambiato, ma che il rischio di una seconda dimenticanza è reale. Non quella brutale degli anni Cinquanta e Sessanta, quando la questione delle foibe era politicamente impronunciabile, ma quella più sottile di chi mette in sicurezza un sentiero e ritiene di aver risolto il problema. Alcuni luoghi, se lasciati senza spiegazione, vengono dimenticati una seconda volta. Plutone ha bisogno di un sentiero percorribile, certo, ma ha bisogno soprattutto di un racconto che regga nel tempo.
