Un elicottero CH-47 Chinook dell’Esercito italiano è precipitato nei pressi di Brčko, nel nord-est della Bosnia-Erzegovina, durante una missione nell’ambito di EUFOR Althea. Il bilancio comunicato dalle autorità locali nelle prime ore successive all’incidente è di quattro militari morti e dodici feriti. Le cause restano da accertare: l’ipotesi di un guasto tecnico circola tra i primi riscontri, ma l’inchiesta ufficiale è appena aperta e ogni conclusione sarebbe prematura.
In fondo è allegato il video che documenta le operazioni di soccorso nelle ore immediatamente successive all’impatto. Le immagini parlano da sole, e preferisco non aggiungere commenti a caldo su ciò che mostrano.
Indice dei contenuti
EUFOR Althea e il ruolo dell’Italia in Bosnia
EUFOR Althea è la missione militare dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina, attiva dal dicembre 2004 quando subentrò alla forza NATO SFOR. Il mandato deriva dagli Accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra bosniaca, e si fonda sulla risoluzione 1575 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il compito assegnato è garantire un ambiente sicuro nel paese, sostenere le autorità locali nel mantenimento dell’ordine pubblico e contribuire alla formazione delle Forze Armate bosniache.
L’Italia è tra i contributori storici della missione. Al culmine dell’impegno nei Balcani, nei primi anni Duemila, il paese aveva schierato migliaia di militari tra Bosnia, Kosovo e Macedonia. I numeri si sono ridotti, ma la presenza resta concreta: personale, mezzi, capacità logistiche, tra cui gli elicotteri CH-47, velivoli da trasporto pesante prodotti da Boeing e in servizio nell’Esercito italiano da decenni. Il Chinook ha un record operativo esteso su teatri ben più ostili della Bosnia odierna, il che rende questo incidente particolarmente inatteso.
Brčko ha uno statuto giuridico singolare: è un distretto autonomo, amministrato separatamente sia dalla Federazione di Bosnia ed Erzegovina sia dalla Republika Srpska, esito di un arbitrato internazionale del 1999. La posizione geografica, al confine con la Croazia e la Serbia, ne fa un nodo logistico rilevante per le operazioni nell’area.
Le missioni internazionali, quello che non fa notizia nei giorni normali
Ogni volta che accade qualcosa di simile, torna evidente quanto poco spazio occupino le missioni internazionali nel dibattito pubblico italiano al di fuori delle crisi. Se ne parla quando arriva il voto parlamentare per il rifinanziamento, con i rituali di approvazione quasi unanime e le dichiarazioni di rito, poi il silenzio. I militari italiani operano in Bosnia, in Libano con UNIFIL, in Iraq, in Somalia, nel Sahel, in acque internazionali con operazioni antipirateria: un impegno che coinvolge stabilmente alcune migliaia di uomini e donne, con rischi reali, in contesti che non si possono definire pacificati.
La Bosnia-Erzegovina del 2024 non è quella del 1995, ma non è nemmeno un paese stabilizzato nel senso pieno del termine. Le tensioni politiche tra le entità che compongono lo stato restano alte: Milorad Dodik, leader della Republika Srpska, ha portato avanti negli ultimi anni una retorica secessionista sempre più esplicita, e i rapporti con Belgrado e Mosca complicano il quadro. EUFOR Althea opera dentro questo contesto, non in un museo della pace.
Quattro militari italiani non torneranno a casa. Dietro quei numeri ci sono nomi, famiglie, città di provenienza che hanno appreso la notizia con le modalità che nessuno vorrebbe mai sperimentare. I dodici feriti affrontano un percorso di recupero la cui durata dipenderà dalla gravità delle lesioni, ancora non resa nota nei dettagli. Ai feriti va l’augurio di una ripresa piena; alle famiglie dei caduti, la vicinanza che si può esprimere sapendo che non basta.
Chi serve il paese in uniforme, lontano da casa, lo fa con una consapevolezza del rischio che la maggior parte di noi non è chiamata a mettere alla prova. Questo non trasforma ogni militare in un eroe da agiografia, ma impone almeno il rispetto dei fatti: questi uomini erano lì per una missione legittima, in un quadro multilaterale, svolgendo un compito che l’Italia ha scelto di assumere. Quando qualcosa va storto, il minimo è ricordarlo con precisione, senza retorica e senza fretta di passare ad altro.
