Il 25 ottobre 1973 moriva ad Addis Abeba Abebe Bikila, quarantun anni, paralizzato da quattro anni per le conseguenze di un incidente stradale. Una fine che stride con l’immagine che il mondo aveva di lui: un uomo che correva come se il terreno sotto i piedi fosse un prolungamento naturale del proprio corpo. Quella sera del 10 settembre 1960, sulle strade di Roma, Bikila aveva fatto qualcosa che nessuno si aspettava, e che nessuno avrebbe dimenticato.
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Roma, settembre 1960: la maratona che nessuno aveva previsto
Le Olimpiadi di Roma del 1960 furono le prime trasmesse in televisione in Europa con una copertura ampia, e la maratona era stata programmata di sera, al tramonto, per ragioni di caldo e di spettacolo. Il percorso partiva dal Campidoglio, scorreva lungo la via Appia Antica e si concludeva nei pressi dell’Arco di Costantino, con i monumenti illuminati dalle fiaccole. Una scenografia pensata per i telespettatori europei, non per un atleta etiope di ventotto anni che nessuno conosceva.
Bikila era arrivato a Roma come riserva della delegazione etiope. Il titolare designato, Wami Biratu, si era infortunato, e così il posto era toccato a lui. Le scarpe che gli avevano assegnato gli stringevano i piedi in modo insopportabile, e dopo vari tentativi decise di non metterle. Aveva già corso scalzo durante gli allenamenti sull’altopiano etiopico, a oltre duemila metri di quota, e quella scelta non era una trovata pubblicitaria né un gesto simbolico: era la soluzione più comoda che aveva a disposizione.
Partì senza che quasi nessuno lo notasse. I favoriti erano il marocchino Rhadi Ben Abdesselam, il sovietico Sergei Popov, il belga Aurèle Vandendriessche. Bikila rimase in gruppo per buona parte della gara, poi cominciò ad accelerare intorno al trentesimo chilometro, quando la maggior parte dei concorrenti stava già cedendo. Arrivò al traguardo in 2 ore, 15 minuti e 16 secondi, nuovo record mondiale, con un distacco di quasi due minuti su Rhadi. Scalzo, composto, con un’espressione che i fotografi dell’epoca descrissero come distaccata, come se avesse appena finito un allenamento ordinario.
Era il primo atleta dell’Africa subsahariana a vincere un oro olimpico individuale. Un dato che, letto oggi, dice molto su quanto lo sport internazionale fosse ancora, nel 1960, un affare prevalentemente europeo e nordamericano. L’Etiopia era uno dei pochi paesi africani a non essere mai stati colonizzati da potenze europee, con la breve eccezione dell’occupazione italiana tra il 1936 e il 1941, e quella vittoria aveva una valenza che andava ben oltre il cronometro.
Tokyo 1964: il bis con le scarpe e un’appendice di mezzo
Quattro anni dopo, alle Olimpiadi di Tokyo, Bikila si presentò in condizioni che avrebbero scoraggiato chiunque. Quaranta giorni prima della gara era stato operato di appendicite. I medici della federazione etiope erano divisi sull’opportunità di farlo gareggiare, lui insistette e fece bene.
Questa volta indossava le scarpe, un paio di Puma fornite dallo sponsor tecnico della delegazione. Corse la maratona del 21 ottobre 1964 in 2 ore, 12 minuti e 11 secondi, migliorando il proprio record mondiale di tre minuti e cinque secondi. Arrivò al traguardo con tale margine sugli inseguitori che si concesse di fare ginnastica a corpo libero mentre aspettava il secondo classificato, il connazionale Mamo Wolde, che tagliò il traguardo circa quattro minuti dopo.
Nessun atleta aveva mai vinto due maratone olimpiche consecutive. Nessuno lo ci sarà riuscito fino ad oggi. Eliud Kipchoge, il keniano che ha dominato la maratona mondiale negli anni Dieci e Venti del Duemila, ci ha provato a Parigi 2024 senza riuscirci, arrivando sesto. Il primato di Bikila resta un caso unico nella storia dell’atletica olimpica.
L’incidente, la paralisi e gli anni finali
Nel marzo del 1969, mentre guidava la sua Volkswagen Beetle nei pressi di Addis Abeba, Bikila perse il controllo del veicolo e si schiantò. Le lesioni al midollo spinale lo lasciarono tetraplegico, aveva trentasette anni.
La riabilitazione fu lunga e parziale. Recuperò un uso limitato delle braccia, ma non tornò mai a camminare. Chi lo seguì in quegli anni rimase colpito dalla determinazione con cui si avvicinò allo sport paraolimpico: partecipò a competizioni di tiro con l’arco e di bob su sedia a rotelle in Norvegia nel 1970, tre anni dopo l’incidente. Non era un gesto per le telecamere: Bikila aveva un rapporto con la competizione che non dipendeva dalla forma fisica contingente.
Morì il 25 ottobre 1973 per le complicazioni di un’emorragia cerebrale, probabilmente legata ai postumi dell’incidente. Il governo etiope gli tributò funerali di Stato. L’imperatore Hailé Selassié, che lo aveva accolto come un eroe dopo Roma 1960, aveva già perso il potere da quasi un anno quando Bikila morì, deposto dal colpo di Stato del Derg nell’estate del 1974, anche se le due vicende si sfiorano soltanto.
Perché quella storia merita di essere raccontata ancora
Ci sono storie sportive che resistono al tempo perché contengono qualcosa di più di un record o di una medaglia. La maratona di Roma del 1960 è una di quelle. Non per il folklore dei piedi nudi, che rischia di diventare l’unica cosa che la gente ricorda, ma per quello che rappresentò nel contesto di quegli anni: un atleta di un paese africano, allenato da un ex militare svedese di nome Onni Niskanen che aveva lavorato in Etiopia come istruttore sportivo, che batteva i favoriti europei su un percorso costruito per essere cinematografico, davanti a telecamere che trasmettevano in tutta Europa.
Niskanen aveva intuito qualcosa che la fisiologia sportiva avrebbe confermato decenni dopo: gli atleti cresciuti e allenati ad alta quota sviluppano una capacità aerobica strutturalmente diversa da quella dei concorrenti abituati al livello del mare. Addis Abeba è a 2.355 metri. Gli allenamenti di Bikila si svolgevano spesso oltre i 2.500. Quando scendeva a correre a Roma, i suoi muscoli lavoravano in condizioni di ossigeno relativamente abbondante rispetto a quelle a cui erano abituati.
Questo non toglie nulla all’impresa. Spiega, semmai, perché Kenya ed Etiopia dominano la maratona mondiale da sessant’anni, e perché quella vittoria del 1960 non fu un caso isolato. Mamo Wolde vinse la maratona a Città del Messico nel 1968, Miruts Yifter dominò i 5.000 e i 10.000 a Mosca nel 1980, e la lista continua. Bikila non fu il primo di una serie per caso: era il prodotto di condizioni geografiche e di una preparazione che il resto del mondo atletico impiegò anni a capire e altri anni ad adattare.
Cinquantadue anni dopo la sua morte, Abebe Bikila resta il punto di riferimento con cui si misura chiunque voglia capire da dove viene la supremazia africana nella corsa di fondo. Quella sera sull’Appia Antica, con i sampietrini sotto i piedi e le fiaccole ai lati della strada, qualcosa cambiò nello sport mondiale.
