Alice Abbà, tredici anni e una foiba

Giuseppe Sartore

Ottobre 7, 2026

Alice Abbà tredici anni e una foiba

Alice aveva tredici anni. Abitava a Rovigno d’Istria, in una di quelle famiglie che nel 1943 formavano l’impalcatura civile di una città italiana sul mare: padre vigile urbano, madre casalinga, una vita ordinaria che l’autunno di quell’anno spezzò senza possibilità di ricomposizione. Il nome di Alice Abbà non compare nei libri di testo, non viene pronunciato nei discorsi ufficiali del Giorno del Ricordo con la frequenza che il caso richiederebbe, e già questo, per chi segue questa materia, dice qualcosa.

Alice abbàGiorgio Abbà, il padre, scomparve nel settembre del 1943, durante la prima ondata di infoibamenti che seguì l’armistizio dell’8 settembre. Quella stagione di violenza aveva una logica precisa, che non era la vendetta antifascista che ancora oggi qualcuno si ostina a invocare come spiegazione sufficiente. Il fascismo era caduto il 25 luglio, le sue strutture si erano dissolte, e Badoglio governava da Roma. Quello che il Partito comunista jugoslavo di Tito stava costruendo in Istria era qualcosa di diverso: la cancellazione sistematica di ogni presenza istituzionale italiana su un territorio che intendeva annettere. Per questo finivano nel mirino i maestri, i segretari comunali, i messi, i postini, i carabinieri, i vigili urbani. Chiunque rappresentasse, anche solo con un’uniforme municipale, la continuità dello Stato italiano.

Giorgio Abbà fu presentato ai suoi assassini come «fascista-squadrista». Era un vigile urbano che faceva il suo lavoro con onestà e rigore, e questo, in quel contesto, bastava per condannarlo. Sua moglie Giuseppina non si rassegnò al silenzio: chiese, cercò, fece domande su dove fosse il marito e chi l’avesse portato via. Era la richiesta elementare di ogni famiglia che in quelle settimane si trovava a fare i conti con una sparizione senza spiegazione, senza corpo, senza notizia. Dopo l’offensiva tedesca di inizio ottobre 1943, la provincia di Pola era passata sotto il controllo militare germanico, e le formazioni partigiane titine si stavano riorganizzando nelle campagne e nelle cave. Una donna sola con una figlia tredicenne che chiedeva conto di un marito scomparso dava fastidio. Il lutto, in quel sistema, era un atto politico pericoloso.

Il documento dell’OZNA e la logica del sistema

Il 13 gennaio 1945 l’OZNA, la polizia segreta jugoslava, fece sparire Giuseppina e Alice. Madre e figlia furono gettate nella foiba di Moncodogno. Esiste una relazione dell’OZNA che spiega il motivo, ed è un documento che chiunque voglia discutere seriamente di questo periodo storico dovrebbe leggere prima di aprire bocca. Giuseppina e Alice vi risultano «collaborazioniste dei tedeschi», diventate tali per «vendicarsi della morte del rispettivo marito e padre». La colpa, dunque, era il lutto. Una bambina di tredici anni classificata come collaborazionista, con tanto di movente psicologico vergato in bella copia da un funzionario di polizia segreta.

Quel documento dice due cose che conviene tenere separate prima di rilegerle insieme. Il sistema che eliminò Alice e sua madre non era caotico né improvvisato: era burocratico, aveva i suoi moduli, le sue categorie, le sue motivazioni scritte. E quel sistema temeva le domande più delle armi. Giuseppina Abbà non aveva imbracciato un fucile, non aveva collaborato con nessuno. Aveva cercato suo marito. Per questo fu uccisa insieme a sua figlia, che la seguì tenendole la mano.

Si ripete spesso, in certi ambienti, che le foibe furono un regolamento di conti con il fascismo. Vorrei che qualcuno spiegasse quale conto dovesse saldare Alice, che nel 1945 aveva tredici anni e dunque ne aveva undici quando il regime era caduto. Vorrei che spiegassero quale fosse la colpa di Giorgio Abbà, vigile urbano di Rovigno. La risposta non esiste, perché la premessa è falsa. Le foibe non furono una risposta al fascismo: furono uno strumento di pulizia etnica e politica applicato a un territorio conteso, con una sistematicità che i documenti d’archivio, compresi quelli sloveni e croati aperti dopo il 1991, confermano senza margini di ambiguità.

I numeri che non si citano e i nomi che non si pronunciano

Il nome più noto tra le vittime femminili è quello di Norma Cossetto, studentessa universitaria di Santa Domenica di Visinada, uccisa tra il 4 e il 5 ottobre 1943 dopo essere stata violentata, alla quale il presidente Ciampi conferì nel 2005 la Medaglia d’oro al merito civile. La storia di Norma è entrata, almeno parzialmente, nel discorso pubblico. Furono centinaia le donne uccise per mano delle formazioni jugoslave tra il 1943 e il 1946, e la lista non è composta di gerarche fasciste né di collaboratrici dei nazisti: è fatta di insegnanti, mogli, figlie, donne che avevano il torto di essere italiane in un territorio che qualcuno aveva deciso dovesse smettere di esserlo.

Voglio nominare Alice Abbà, perché i nomi sono l’unica forma di restituzione che abbiamo a disposizione quando i corpi sono stati gettati in una foiba e i processi non ci sono mai stati.

Nel 2022 il Comune di Lariano, in provincia di Roma, ha intitolato ad Alice Abbà un parco vicino al comprensorio scolastico cittadino. Il parco sorge accanto alle scuole, dove ogni mattina arrivano bambini della stessa età che aveva Alice quando l’OZNA la classificò come collaborazionista e la gettò nella foiba di Moncodogno. È un gesto piccolo, concreto, che vale più di molti convegni: un nome su una targa, in un posto dove i bambini giocano.

Il poeta esule Gianclaudio de Angelini scrisse per lei un compianto che non ha bisogno di commento:
«Già privata del padre
venivano a prenderti la madre.
La bicicletta appoggiata al muro
abbandonati i giochi e le bambole
non volesti lasciare la sua mano
la seguisti nello stesso destino.
Innocente vittima della belva umana.»

Ci sono storie che la poesia riesce a dire meglio della prosa, e questa è una di quelle. Non perché manchi la documentazione, ma perché quella relazione dell’OZNA, col suo freddo burocratico, è già di per sé una forma di orrore che la lingua ordinaria fatica a contenere.

Non chiedo odio verso i popoli di oggi, né verso gli sloveni né verso i croati con i quali l’Italia condivide confini e interessi comuni. Chiedo che i fatti vengano riconosciuti per quello che sono, senza minimizzazioni e senza ridurli a munizione da talk show. Chiedo che i nomi si pronuncino, tutti, non solo quelli che fanno comodo a una parte o all’altra. Alice Abbà aveva tredici anni. Questo è il fatto.

Per commenti:

Domande frequenti

Chi era Alice Abbà e perché fu uccisa dalle forze jugoslave?

Alice Abbà era una bambina di tredici anni di Rovigno d’Istria. Suo padre Giorgio, vigile urbano, era stato infoibato nel settembre 1943. Lei e sua madre Giuseppina furono gettate nella foiba di Moncodogno il 13 gennaio 1945 dall’OZNA, la polizia segreta jugoslava, ufficialmente accusate di collaborazionismo per aver cercato notizie del congiunto scomparso.

Cos’era l’OZNA e quale ruolo ebbe nelle foibe istriane?

L’OZNA (Odeljenje za zaštitu naroda, Dipartimento per la protezione del popolo) era la polizia segreta del movimento partigiano di Tito, poi dello Stato jugoslavo. Coordinò buona parte degli arresti, delle esecuzioni sommarie e degli infoibamenti in Istria, Fiume e Dalmazia tra il 1943 e il 1945, producendo documentazione scritta sulle motivazioni delle eliminazioni, come nel caso degli Abbà.

Le foibe furono davvero solo una risposta al fascismo, o questa lettura regge all’esame dei fatti?

La lettura antifascista non regge quando si esaminano i casi concreti. Alice Abbà aveva undici anni quando il regime cadde e tredici quando fu uccisa. Suo padre era un vigile urbano. La Commissione storico-culturale italo-slovena (rapporto 2000) e quella mista italo-croata hanno riconosciuto che le violenze includevano crimini contro l’umanità e avevano come obiettivo la cancellazione della presenza italiana su territori destinati all’annessione jugoslava, non la punizione di gerarchi fascisti.