L’aria di Teheran oggi scotta, non solo per il fumo delle macerie del compound di Khamenei colpito a morte dai raid di USA e Israele, ma anche perchè è stato travolto un regime che per quarant’anni ha tenuto in ostaggio un popolo intero e la stabilità del mondo. Sabato 28 febbraio 2026, l’operazione “Epic Fury” ha centrato l’obiettivo: Ali Khamenei è stato ucciso, grazie ad un “attacco preventivo” chirurgico che ha decapitato il vertice della Repubblica Islamica, il tutto mentre i suoi gerarchi pianificavano l’ennesima mossa sulla scacchiera nucleare. Ovviamente il gabinetto iraniano parla di “grande crimine”, i Pasdaran promettono la vendetta più feroce della storia e le basi americane nel Golfo sono già sotto il fuoco dei droni. Ma mentre le bandiere nere del lutto salgono, sui santuari di Mashhad, nelle piazze di Karaj e nei vicoli di Teheran si sentono urla diverse: quelle di chi festeggia la fine di un incubo, un incubo durato circa 40 anni, che ha tolto le più basilari libertà ad un popolo che nella sua storia ha saputo essere grande e baluardo di sviluppo e prosperità.
Ma il punto vero è un altro, la morte di Khamenei non è solo la fine di un leader religioso, è il fallimento terminale di una dittatura economica di stampo collettivista. L’Iran era già un gigante dai piedi d’argilla, mangiato dall’interno da una burocrazia asfissiante e da un controllo dei prezzi che ha ridotto la popolazione alla fame. Per decenni ci hanno spacciato questa teocrazia come un “modello alternativo” all’Occidente liberale, qualcuno molto a sinistra sentirà fischiare le orecchie. Ovviamente tutte balle, era solo socialismo reale con il turbante: risorse centralizzate, iniziativa privata soffocata e un apparato militare-industriale (i Pasdaran) che banchettava sulle spalle dei commercianti e degli imprenditori esasperati. Ora che il vertice è saltato, rimane solo la miseria prodotta da anni di gestione statalista e ideologica. Il “successo” della rivoluzione del ’79 si riassume oggi in uno Stretto di Hormuz chiuso e in un’economia che non esiste più.
Il volto atroce della teocrazia socialista
Non è più il momento di fare i filosofi da tastiera. Mentre l’Europa balbetta e la task force della Farnesina corre ai ripari, la realtà ci urla in faccia che la repressione esistenziale ha un limite, in Iran non si moriva solo per un missile o per un golpe; si moriva (e si muore ancora nelle ore convulse della transizione) per come ci si veste, per come si pensa, per il solo desiderio di vivere in un sistema che non sia una prigione a cielo aperto. C’è chi urla all’aggressione “immotivata”, ma dimentica che un regime che affama i propri figli per costruire bombe atomiche ha già dichiarato guerra alla propria gente molto prima che arrivassero i Tomahawk. È finita l’epoca della pazienza strategica, la caduta di Khamenei è la prova brutale che non si può governare all’infinito contro la natura umana e contro le leggi elementari del mercato e della libertà.
Il mondo è cambiato in 48 ore e l’Occidente si trova davanti a un bivio profetico, possiamo continuare a piangere sulle macerie del diritto internazionale o possiamo capire che questo è il “momento della verità” per chiunque creda ancora nella dignità dell’individuo. La caduta di quella teocrazia socialista è un monito per noi, per i nostri salotti che flirtano col collettivismo, per chi odia la propria libertà definendola un “privilegio”. L’Iran oggi è il campo di battaglia tra il passato oscuro del totalitarismo e un futuro che parla finalmente la lingua della libertà. Non lasciatevi ingannare dalle lacrime di chi è stato sodale con il tiranno: la rabbia e l’orgoglio di chi oggi scende in strada a Teheran sono la nostra stessa rabbia e il nostro stesso orgoglio. Abbiate il coraggio di vedere la realtà per quello che è: il muro di Teheran è caduto.
Ed è per questo che c’è da festeggiare nel vedere le immagini che ci mostra la rete da Tehran, un popolo che festeggia per la morte di un tiranno è qualcosa che va compreso e sostenuto, c’è chi forse ha dimenticato ciò che gli Alleati hanno fatto per noi qualche decennio fa. Gioire nel vedere la morte di Khomeini potrebbe sembrare umanamente riprovevole, ma parimenti non ho visto levate di scudi o manifestazioni eclatanti per le migliaia di iraniani uccisi nelle scorse settimane da questo regime teocratico. La libertà è un bene prezioso, dobbiamo averne cura ed essere in guarda da chi dall’esterno prova subdolamente a minarla.
