Kundera ci osserva dalla sua nuvoletta con lo sguardo di chi ha visto troppo. L’insostenibile leggerezza dell’essere? No: l’insostenibile leggerezza dei monte ingaggi di Serie C, stagione 2025/26. Centonovantanove milioni di euro, uno sproposito che lascia senza fiato, trentatré milioni in più rispetto all’anno scorso, mentre dal 2000 al 2024 sono fallite 185 società, centoottantacinque. E l’unica riforma degna di questo nome è stata eliminare la doppia divisione e ridurre a 60 squadre. Sessanta bocche da sfamare in un sistema che non le può nutrire.
Il comunicato della Lega Pro arriva puntuale come una cartella esattoriale. Girone A: 52,7 milioni. Girone B: 58,8 milioni. Girone C: 87,5 milioni, escluse le Under 23 e il Rimini, già fallito. Già fallito, capite? Il Catania da solo spende 14,2 milioni, la Ternana quasi 9, il Brescia e il Vicenza sopra i 6,5. In Serie C, dove i ricavi non bastano nemmeno a pagare l’affitto degli stadi. Dove il break even è una leggenda metropolitana come il Mostro di Loch Ness, solo meno credibile.
Analizzate i numeri con la lucidità che meritano: nessun club arriva al pareggio di bilancio. Nessuno. Solo quattro promozioni in Serie B per sessanta squadre; un imbuto che strozza le ambizioni e gonfia i bilanci, mentre i ricavi (ticketing, merchandising, sponsor, diritti TV) sono una goccia nel deserto. Ma i costi? Quelli lievitano come il pane in forno, alimentati dall’ambizione delle piazze, dalla vanità dei presidenti, dalla disperazione di chi cerca la gloria a occhio e croce, senza badare a spese.
Il sistema è congegnato per non crollare mai
Il calcio italiano ha imparato una lezione sola dalla storia: assorbire gli shock. Non prevenirli, non curarli. Assorbirli. La Turris fallisce? Il Taranto fallisce? Nessun problema, si raddoppia l’importo della fideiussione per chi non rispetta l’indice di liquidità, barriere all’entrata più alte, come se fossero dighe contro un’alluvione, ma l’acqua passa lo stesso. Il Rimini fallisce. La Triestina vacilla, tenuta in piedi da un sindaco-tifoso che conferma la garanzia assicurativa a titolo personale. Ma il sistema se ne frega, perché ha bisogno di “folli consapevoli” che immettano liquidità a babbo morto.
Aldous Huxley lo disse con una chiarezza devastante: “Che gli uomini non imparino molto dalle lezioni della storia è la più rilevante di tutte le lezioni di storia.” Chi siamo noi per contraddirlo? Il calcio italiano è la dimostrazione vivente di questa massima; un circolo vizioso che si morde la coda: serve denaro fresco per evitare il collasso, ma chi lo immette sa già che lo perderà. E continua comunque. Perché? Perché i club di calcio hanno uno stakeholder che nessuna azienda normale possiede: il tifoso. Fedele, testardo, disposto a tutto pur di non vedere scomparire la propria squadra.
Alzi la mano chi ha visto recentemente un club sparire definitivamente dopo un fallimento. Nessuno? Appunto. Il merito è dei tifosi, perché il calcio è comunità, ma questa comunità sta pagando per tenere in piedi una farsa. Il moral hazard (quel bellissimo concetto economico per cui si assumono rischi eccessivi sapendo che qualcun altro pagherà il conto) è diventato la norma. Non l’eccezione. La norma. I presidenti investono oltre ogni ragionevolezza perché sanno che, nello scenario peggiore, i tifosi ripartiranno dalla Serie D e ricostruiranno — il sistema lo permette, anzi, lo incoraggia — e quindi i monte ingaggi aumentano. Trentatré milioni in più in un anno. In un campionato dove la sostenibilità non è nemmeno un miraggio, è un concetto alieno.
Il salary cap? Una foglia di fico
A questo punto starete pensando al salary cap voluto dal presidente Marani. Cinquantacinque per cento massimo del rapporto tra monte ingaggi e fatturato; obbligatorio dal prossimo campionato, sulla carta, una rivoluzione. Nella pratica? Una barzelletta. I finanziamenti in conto capitale (quelli a fondo perduto che i soci usano per ripianare le perdite) si trasformeranno magicamente in sponsorizzazioni. Aziende riconducibili alla stessa proprietà che gonfieranno il fatturato. Fatturato più alto, tetto salariale più capiente. Fatta la legge, trovato l’inganno, sostenibilità di facciata.
Lo sappiamo tutti, ma facciamo finta di niente. Come sempre, il calcio italiano è una piramide di distorsioni stratificate nel tempo, a chi propone il semiprofessionismo per alleggerire tasse e contributi, mostriamo i bilanci folli di molti club di Serie D; a chi sogna una Serie C formativa per i giovani, capace di vivere di plusvalenze, rispondiamo che i grandi club hanno rotto la filiera e fanno concorrenza nello scouting con appeal e budget che le piccole non possono nemmeno immaginare. Non c’è via d’uscita facile. Non c’è soluzione che non comporti dolore.
Eppure, in questo scenario apocalittico, qualcosa di buono si intravede. Nel girone A, il Trento è quarto con 2 milioni di monte ingaggi, l’Alcione e il Renate sono in zona playoff con 1,6 milioni ciascuno, la Giana Erminio si salva con 970mila euro. L’Ospitaletto (il monte ingaggi più basso del girone, 664mila euro) è fuori dalla zona playout. Il Vicenza, capolista, ha ridotto il monte ingaggi di 300mila euro rispetto all’anno scorso. Dimostrazione che i soldi bisogna anche saperli spendere.
Nel girone B, la Pianese è sesta con 1,2 milioni, il Carpi è dodicesimo con 870mila euro. il Pineto, ottavo con 1,9 milioni, ha venduto Bruzzaniti al Catania per una cifra monstre. Nel girone C, l’Altamura è undicesimo con 1,7 milioni, il Picerno, quattordicesimo con 1,2 milioni, merita ogni onore, Casertana, Monopoli, Cerignola e Casarano (tutte in zona playoff) spendono tra i 3 e i 3,6 milioni. Piccole realtà che competono contro giganti gonfi di debiti. I maligni diranno che è più facile in piazze senza pretese. Vero, in parte. Ma rimane il fatto che su 59 squadre (scusate, 59, perché il Rimini è già fallito) nessuna è davvero sostenibile, nessuna. Neanche quelle virtuose, neanche quelle che fanno miracoli con budget risibili. Perché il sistema non lo permette, e congegnato per assorbire, non per guarire.
E allora? Allora non c’è soluzione a tutti i mali. Perché è l’intera piramide calcistica italiana ad essere marcia, distorta, insostenibile; la sostenibilità dei conti non è un concetto cardine: è un fastidio da evitare, un dettaglio noioso di cui parlare solo quando i creditori bussano alla porta. E intanto i monte ingaggi salgono. I fallimenti si accumulano. I tifosi pagano. I presidenti investono sapendo di perdere. Il sistema assorbe, sempre.
Kundera ci osserva ancora dalla sua nuvoletta. Ma non è disapprovazione, quella nel suo sguardo. È rassegnazione. Perché anche lui lo sa: gli uomini non imparano dalle lezioni della storia. E il calcio italiano è la prova più cristallina di questa verità. Centonovantanove milioni bruciati, trentatré milioni in più rispetto all’anno scorso, centoottantacinque società fallite in ventiquattro anni. E nessuno che guardi davvero, nessuno che abbia il coraggio di dire basta.
