Slovenia restituisce 500 salme alla Croazia: i fucilati da Tito tornano a casa ottant’anni dopo

Giuseppe Sartore

Maggio 21, 2026

Slovenia restituisce 500 salme alla Croazia

Ci sono voluti ottant’anni perché qualcuno avesse il coraggio di aprire quelle fosse, raccogliere quei resti e restituirli ai familiari. Il 17 maggio 2026, a Marburgo (Maribor), la Slovenia ha consegnato alla Croazia i resti di 500 persone uccise dai partigiani di Tito nell’immediato dopoguerra. Il tutto durante una cerimonia solenne, un valico di frontiera, e una pagina di storia che l’Europa ha preferito ignorare per decenni.

Una storia che brucia ancora, perché questi non erano fantasmi: erano uomini tra i 18 e i 40 anni, alcuni minorenni, ritrovati in fosse nei dintorni di Trebiciano (Trebče), Podstenice, Košnica pri Celju e Cerklje ob Krk. Erano membri delle milizie ustascia, sospetti collaborazionisti e civili; furono fucilati senza processo, “inghiottiti” dalla terra slovena, dimenticati dalla storia ufficiale di una Jugoslavia che su quei crimini aveva calato il sipario, imponendolo anche agli altri, basti ricordare ciò che è successo a noi istriani.

La colonna della morte e i massacri del ’45

Il contesto è quello del maggio 1945, il regime di Ante Pavelić crolla e centinaia di migliaia di persone (ustascia, collaborazionisti sloveni, cetnici serbi e montenegrini, e semplici civili terrorizzati) fuggono verso l’Austria sperando di consegnarsi agli Alleati occidentali e di vedere la propria vita salva nonostante i partigiani comunisti titini li inseguissero. Era una colonna di 200.000 anime, gli inglesi li accettano, poi li riconsegnano all’Armata di liberazione jugoslava che li stava inseguendo.

Quello che successe dopo, come ammesso dallo storico Milovan Pisarri dell’Università di Belgrado «rimane confuso». Ma i numeri parlano: solo a Tezno, vicino alla stessa Marburgo dove ieri si è svolta la cerimonia, si stima vennero massacrate 15.000 persone. Furono esecuzioni sommarie, marce forzate, campi di concentramento, la Slovenia fu teatro dei massacri principali, e tutto fu tenuto segreto fino alla dissoluzione della Jugoslavia.

A prescindere dalla ferocia del regime di Pavelić e dai crimini commessi dagli ustascia tra cui il genocidio dei serbi e lo sterminio di rom ed ebrei, bisogna sottolineare che anche le esecuzioni sommarie sono crimini, indipendentemente da chi le commette e da chi le subisce, la giustizia sommaria non è giustizia.

Un atto umanitario, non una riabilitazione politica

Alla cerimonia erano presenti il ministro croato dei Veterani, Tomo Medved, insieme al responsabile del Direttorato sloveno per i vederani Matjaž Ravbar. Medved ha tenuto a precisare che si tratta di un «atto umanitario e civile», non di un’operazione revisionistica poichè a detta sua la Croazia, ha dichiarato Medved, «condanna tutti i regimi totalitari: nazismo, fascismo e comunismo». Parole necessarie, in un’area geografica dove il revisionismo storico non è mai un rischio astratto, anche se quello stesso stato fatica a riconoscere gli orrori commessi dalla dittatura comunista di Tito e mancano atti e fatti che possano portare ad una reale conciliazione.

Tornando alla questione c’è un problema pratico che identificare quei resti è impossibile, poichè la «frammentazione» dei corpi, dopo ottant’anni, non consente di restituire un nome a nessuno di loro. Torneranno in Croazia senza identità, attraverso il valico di Macelj, diretti verso una sepoltura degna che avrebbero dovuto avere molto prima.

Questa è la prima operazione del genere mai realizzata tra Slovenia e Croazia, se ci pensate due paesi membri dell’Unione Europea, vicini di casa, impiegano ottant’anni per fare una cosa che la decenza umana avrebbe richiesto subito dopo la fine della guerra. Il ritardo non è un caso ma è il prodotto di decenni di silenzio politico, di storia di Stato, di verità scomode tenute lontane dalle aule universitarie e dai libri di testo. Conosciamo molto bene questo modo di fare e la capacità di insabbiare, nascondere e mistificare la storia da parte Sloveno-croata.

Pisarri lo dice con disarmante chiarezza: la ricerca storica su quei massacri «viene ancora spesso ostacolata dalla volontà politica di determinare a priori sia il numero delle vittime, sia la natura di quei crimini». Il che significa che nel 2026 c’è ancora qualcuno che preferisce la nebbia alla luce, qualcuno a cui conviene che quelle fosse restino chiuse, almeno nella memoria collettiva.

Io trovo che ci sia qualcosa di profondamente europeo in questa cerimonia a Mariburgo, e non nel senso burocratico del termine. L’Europa vera è quella che sa guardare i propri crimini in faccia, tutti, senza gerarchia tra le vittime, non quella che seleziona quali morti meritano dignità in base alla bandiera che portavano. Questi 500 sono stati restituiti alla terra, è poco, è tardivo, ma è un inizio (?).

 

Punti Chiave

  1. La Slovenia ha consegnato alla Croazia i resti di 500 persone uccise dai partigiani di Tito nell’immediato dopoguerra: si tratta della prima operazione del genere mai effettuata tra i due paesi.
  2. I resti, ritrovati in fosse in Slovenia, appartengono a uomini tra i 18 e i 40 anni — inclusi alcuni minorenni — tra cui ustascia, sospetti collaborazionisti e civili. L’identificazione individuale è impossibile a causa della frammentazione dei corpi.
  3. Il contesto storico è il maggio 1945: la fuga di una colonna di 200.000 persone verso l’Austria, la riconsegna all’Armata jugoslava e i massacri di massa che ne seguirono, tra cui quello di Tezno con circa 15.000 vittime stimate.
  4. Zagabria ha definito l’operazione un atto umanitario, non revisionistico, ribadendo la condanna di tutti i regimi totalitari. La ricerca storica su quei massacri rimane tuttavia ostacolata da pressioni politiche.

Le persone chiedono anche

1. Dove sono stati ritrovati i resti dei 500 croati restituiti dalla Slovenia?

I resti sono stati recuperati da siti di sepoltura in Slovenia, in particolare nelle località di Trebiciano (Trebče), Podstenice, Košnica pri Celju e Cerklje ob Krk. Sono stati consegnati alla Croazia con una cerimonia a Mariburgo e trasferiti attraverso il valico di Macelj.

2. Chi erano le vittime dei massacri partigiani del 1945 in Slovenia?

Si trattava principalmente di membri delle milizie ustascia croate, collaborazionisti sloveni (domobranci) e cetnici serbo-montenegrini, ma anche di civili. Fuggivano verso l’Austria dopo il crollo del regime di Pavelić. Gli inglesi li consegnarono all’Armata di liberazione jugoslava, che procedette a esecuzioni sommarie e marce forzate verso campi di concentramento.

3. La restituzione delle salme non rischia di riabilitare i crimini ustascia?

È una preoccupazione legittima, ma storicamente fondata solo in parte. Il governo croato ha esplicitamente condannato tutti i regimi totalitari, nazista, fascista, comunista, incluso quello ustascia, responsabile del genocidio dei serbi e dello sterminio di rom ed ebrei. Garantire una sepoltura dignitosa non equivale a una riabilitazione politica: anche le esecuzioni sommarie di prigionieri sono crimini di guerra, indipendentemente dalla colpevolezza individuale delle vittime. Il principio è giuridico, non ideologico.