C’è una storia che non si racconta mai abbastanza, una storia di sangue, di sciabole sguainate, di case bruciate, di tribunali complici. Una storia che l’Europa preferisce ignorare perché rompe la narrativa consolante degli italiani come eterni aggressori del Novecento. Io quella storia la racconto qui, è una storia di terrorismo di stato con i nomi, le date, i morti, perché i morti meritano di essere nominati.
Partiamo da una testimonianza che vale oro. Ernesto Sestan, storico nato ad Albona in Istria, uno dei più seri che l’Italia abbia avuto nel Novecento, scrive che l’irredentismo italiano adriatico fu «tra tutti uno dei più pacifici, legalitari». Niente cospirazioni, niente spionaggio militare, niente comitati di tipo balcanico. Gli animi erano carichi di passione, dice Sestan, ma «non armavano la mano». Quando la pressione slava si fece più forte, gli atti di violenza da parte italiana «si contano sulle dita di una mano».
Dall’altra parte, però, c’era qualcosa di molto diverso. Una macchina sistematica di terrore politico, tollerata o addirittura in alcuni casi direttamente alimentata dall’apparato statale asburgico. Questa purtroppo non è una tesi di parte ma è ciò che risulta dagli archivi del Ministero degli Esteri italiano, dalle testimonianze dei diplomatici, dai verbali parlamentari, dai resoconti giornalistici dell’epoca, quindi i dati ci sono, bisogna solo volerli leggere.
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Il «Metodo Galiziano» e le radici del terrore anti-italiano
Per capire quello che accadde tra il 1866 e il 1915 in Venezia Giulia e Dalmazia, occorre tornare più indietro, occorre capire cosa significava, nel gergo politico dell’epoca, il «metodo galiziano».
Nel 1846, in Galizia, regione allora sotto la corona asburgica, una grave crisi agraria scatenò un’insurrezione contadina. I contadini ruteni massacrarono centinaia di proprietari terrieri polacchi, le autorità imperiali non intervennero, anzi peggio esiste la convinzione storica che gli amministratori di Vienna avessero fomentato la rivolta per dividere le etnie e tenere la regione sotto controllo. Il divide et impera applicato con il coltello.
Il feldmaresciallo Josef Radetzky non fece mistero di voler esportare quel modello, si espresse recisamente sulla slavizzazione forzata della Dalmazia e arrivò a minacciare esplicitamente, nei suoi proclami dopo il 1848, di ripetere in Lombardia e Veneto le stragi viste in Galizia; poiché anche nel Lombardo-Veneto c’erano stati tumulti nel 1846-1847, e Carlo Cattaneo registrò nelle sue memorie come Radetzky «agognava al momento di far sangue e roba». Analoghe minacce vennero dal generale Ferencz Gyulai, governatore di Trieste, che nel 1848 pubblicò sull’Osservatore Triestino (foglio governativo) un articolo in cui avvisava che si potevano sobillare le masse slave dell’Istria contro gli italiani, provocando una guerra civile.
Poi, nel 1866, arrivò il sigillo imperiale, Francesco Giuseppe ordinò direttamente la snazionalizzazione forzata degli italiani in Venezia Giulia e Dalmazia: slavizzazione obbligatoria. Non era una rottura con la tradizione: era la sua logica conclusione.
Il Pogrom di Trieste del 1868 e la lunga catena di violenze
Il 13 luglio 1868 è una data che ogni italiano dovrebbe conoscere, poiché quella notte, nel centro di Trieste, alcuni centinaia di italiani si trovavano pacificamente sotto i Portici di Chiozza; contro di loro fu predisposto un piano militare preciso, i miliziani sloveni, scesi dall’entroterra dopo una giornata di discorsi nazionalisti a Roiano, marciarono armati verso il centro della città con sciabole e fucili a baionetta inastata. Erano accompagnati da ufficiali in divisa, Li precedeva il tricolore slavo (bianco, rosso, blu) che le autorità austriache permettevano, mentre quello italiano era rigorosamente proibito.
Il luogotenente Eduard von Bach e il comandante della polizia Krauss non solo non fermarono la colonna, ma rinforzarono i miliziani con reparti delle guardie cittadine. D’un tratto fu sparato un colpo era il segnale d’attacco, l’assalto fu condotto da un ufficiale che aveva già represso i patrioti nel Veneto, il quale guidò la carica urlando: «Dagli, dagli giù a questi cani! Ammazzateli: rispondo io!»
Il barone Rodolfo Parisi fu trafitto con ventuno colpi di arma bianca e finito con uno stocco. Il cadetto Francesco Sussa fu fucilato alla schiena mentre fuggiva. Emilio Bernardini, ventitré anni, morì dopo cinquantaquattro giorni di agonia per i calci di fucile ricevuti al torace. Ventuno feriti gravi, circa duecento feriti lievi. Il funerale del barone Parisi raccolse ventimila persone nella cattedrale di San Giusto.
Da quella data inizia un catalogo di violenze che fa impressione solo a elencarle:
- Nel 1870 si tenta di incendiare il Teatro Verdi di Zara.
- Nel 1880 il giornalista Arturo Colautti è colpito a sciabolate da sette ufficiali croati.
- Nel 1882 una folla cerca di appiccare fuoco alla casa del direttore de L’Indipendente a Trieste.
- Nel 1887 il Teatro di Spalato, finanziato di tasca propria dal podestà italiano Antonio Bajamonti, brucia in un incendio doloso.
- Nel 1898, in un solo anno, vengono assaltati istituti scolastici italiani a Santa Croce, Borgo Erizzo, Sebenico, Duino.
- Nel 1898 a Trieste, tra l’11 e il 14 settembre, la morte dell’imperatrice Elisabetta fornì il pretesto: i triestini, indifferenti al lutto di corte, furono «puniti». I membri della società «Austria», in accordo con la polizia, sobillarono nazionalisti sloveni e sottoproletariato urbano. Risultato: saccheggio di proprietà italiane, assalti alle sedi liberali.
- Nel settembre 1906, a Fiume, alcune centinaia di membri del Sokol (associazioni paramilitari slave teoricamente «ginniche») invasero la città urlando «Questa è Croazia». La polizia, composta per lo più da slavi, stette a guardare. Devastati i caffè Europa e Il Centrale, assalita l’abitazione del podestà Francesco Vio.
- Il 13 marzo 1913 a Trieste, una squadra della società universitaria slovena «Balcan» condusse una spedizione paramilitare contro la scuola superiore di commercio Revoltella: uno studente italiano fu ferito con un colpo di pistola.
- Il 23 maggio 1915, giorno della dichiarazione di guerra italiana, un’orda assalì Trieste. I caffè San Marco, Edison, Chiozza, le sedi della Lega Nazionale e della Ginnastica Triestina, e soprattutto la redazione de Il Piccolo, il maggiore quotidiano della città «colpevole» di essere italiano, vennero incendiati. L’assalto al Piccolo era preparato con cura: un centinaio di persone, bombe incendiarie costruite in anticipo, i pompieri respinti dai violenti mentre la polizia restava a guardare. Gli aggressori erano della «Lega patriottica giovanile», favorevole alla dinastia asburgica. Dopo la guerra, le autorità cercarono di distruggere i documenti compromettenti.
La giustizia rovesciata: assassini assolti, vittime processate
Ma c’è qualcosa che va oltre le violenze fisiche, qualcosa che rivela la vera natura del sistema asburgico che spingeva per la slavizzazione delle terre irredente, la giustizia imperiale:
- Una guardia comunale uccide a Spalato un pescatore di Chioggia. Il tribunale gli riconosce l’infermità mentale: nessun carcere.
- Un austriaco assassina a Frangarto un diciassettenne italiano di Mori: condannato a quindici mesi, ne sconta cinque. La motivazione? L’odio etnico verso la vittima è ritenuto un’attenuante. Oggi quella stessa motivazione sarebbe un’aggravante in quasi tutto il mondo civile.
- Uno sloveno accoltella al cuore un ragazzino di Bari che vendeva giornali nel quartiere san Giacomo di Trieste, uccidendolo unicamente perché era italiano. Quattro mesi di carcere.
- Il 5 gennaio 1912 a Milnà, in Dalmazia, un gruppo di croati del Sokol massacra Girolamo Trebotich con coltelli e bastoni: muore con la gola squarciata. Il suo assassino Babarovic viene assolto dal tribunale di Spalato, reo confesso, davanti a un pubblico festante.
- Un sacerdote filo-imperiale e anti-irredentista, don Bernardo Malusà, viene accusato di essere un agitatore pericoloso unicamente perché aveva difeso una connazionale aggredita da un gruppo di violenti.
- Il maestro di una scuola italiana assalita da ubriachi a Santa Lucia, vicino Pirano, che si era limitato a dire «andè via, lassène, qua semo a casa nostra», finì arrestato e processato per istigazione ai tumulti.
Il testimone Raimondo Deranez documentò trentacinque casi di violenze politiche contro gli italiani nel solo 1909, in sole dieci località della Dalmazia, che contava più di ottanta comuni; trentacinque casi in un anno, in un decimo del territorio, moltiplicateli voi.
Quello che emerge da questi decenni di violenze non è il ritratto di scontri spontanei tra comunità in conflitto, è il ritratto di un sistema in cui il nazionalismo slavo fu armato, finanziato e protetto dall’apparato statale asburgico come strumento di pressione contro una minoranza, quella italiana, che desiderava la libertà. Radetzky lo aveva teorizzato, Gyulai lo aveva minacciato, Francesco Giuseppe lo aveva ordinato per decreto, i tribunali lo avevano ratificato con le loro sentenze. Il metodo galiziano, applicato metodicamente, per quasi mezzo secolo, sull’altra sponda dell’Adriatico.
Raccontare questa storia serve a debellare con la verità coloro che provano a giustificare la violenza, questa raccontata è semplicemente la verità, e la verità, anche quando è scomoda, merita di essere raccontata.
Key Takeaways
- L’irredentismo italiano adriatico fu, secondo lo storico istriano Ernesto Sestan, tra i movimenti nazionali più pacifici e legalitari d’Europa: gli atti di violenza da parte italiana si contano sulle dita di una mano.
- Il «metodo galiziano» — sobillare un’etnia fedele all’impero contro una che chiedeva libertà — fu teorizzato da Radetzky e Gyulai già prima del 1848 e applicato sistematicamente in Venezia Giulia e Dalmazia tra il 1866 e il 1915, con la copertura delle autorità imperiali.
- Il pogrom di Trieste del 13 luglio 1868 causò tre morti e oltre duecento feriti: fu condotto da miliziani sloveni armati con il diretto sostegno del luogotenente asburgico e del comandante della polizia.
- La giustizia imperiale funzionava al rovescio: assassini di italiani venivano assolti o condannati a pene irrisorie (quattro mesi per un omicidio a coltellate), mentre l’odio etnico verso la vittima era considerato un’attenuante, non un’aggravante.
- Le violenze erano spesso preorganizzate da strutture paramilitari come il Sokol e dalla «Lega patriottica giovanile», con la connivenza o la partecipazione diretta della polizia e della guardia territoriale.
People Also Ask
- Cosa fu il «metodo galiziano» applicato contro gli italiani in Dalmazia e Venezia Giulia?L’espressione si riferisce alla prassi, teorizzata da Radetzky e Gyulai e applicata dalle autorità asburgiche, di sobillare un’etnia più fedele all’impero (gli slavi) contro una che reclamava libertà nazionale (gli italiani), sul modello delle Stragi di Galizia del 1846, in cui i contadini ruteni massacrarono i proprietari terrieri polacchi con la tacita tolleranza delle autorità imperiali.
- Qual era il ruolo del Sokol nelle violenze contro gli italiani in Istria e Dalmazia?Il Sokol era una rete di associazioni teoricamente ginniche ma di fatto nazionaliste e paramilitari, nate a Praga nel 1862 e diffuse tra sloveni e croati. I suoi membri parteciparono a numerose azioni violente contro proprietà e persone italiane, come i devastazioni di Fiume nel 1906, gli assalti alle scuole italiane e l’assassinio di Girolamo Trebotich a Milnà nel 1912. La polizia, composta in larga parte da slavi, mostrava regolarmente connivenza con gli aggressori.
- Le violenze contro gli italiani non erano forse una risposta alle politiche espansioniste italiane e al nazionalismo italiano aggressivo?Le violenze documentate in questo articolo si concentrano nel periodo 1866-1915, prima di qualsiasi espansionismo militare italiano. Lo storico Ernesto Sestan attesta che l’irredentismo italiano fu tra i movimenti nazionali più pacifici d’Europa. Le violenze subite dagli italiani precedono e non seguono le politiche italiane: il decreto di snazionalizzazione forzata di Francesco Giuseppe data 1866, il pogrom di Trieste 1868, gli assalti alle scuole e ai teatri italiani si svolgono in un periodo in cui l’Italia non aveva alcuna proiezione militare nella regione. I dati archivistici, inclusi quelli del ministero degli Esteri italiano e le testimonianze parlamentari di Antonio Bajamonti, documentano una politica sistematica asburgica di slavizzazione forzata che precede e non dipende dalle azioni italiane.
