Vi hanno mai parlato dei deportati di Gorizia? No, dico sul serio, ve ne hanno mai parlato a scuola, al telegiornale, in uno di quei bei dibattiti dove tutti sanno tutto e nessuno sa niente? No, perché questa è una storia che puzza, che scotta, che fa saltare le comode simmetrie del politicamente corretto. E allora… silenzio. Un silenzio che dura dal maggio del 1945.
Guardate questi nomi, leggeteli uno per uno, se avete il coraggio. Sono centinaia, centinaia di esseri umani, agenti di pubblica sicurezza, finanzieri, carabinieri, bersaglieri, civili, perfino donne e malati d’ospedale; rastrellati dalle loro case, dalle loro caserme, dai loro letti di degenza. Da chi? Dalle milizie partigiane comuniste del maresciallo Tito. Per quale colpa? Essere italiani a Gorizia. Essere un ostacolo, anche solo potenziale, anche solo immaginario, all’annessione di Gorizia alla Jugoslavia.
Pochi giorni, bastarono pochi giorni dopo l’ingresso delle truppe titine, dal 2 maggio 1945, perché cominciasse la macchina del terrore. Porta sfondata, fucile puntato, via, nel buio. E di molti, di troppi, non si seppe più nulla, mai più.
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I deportati di Gorizia: agenti, finanzieri e carabinieri portati via come bestie
Partiamo da quelli che avrebbero dovuto garantire l’ordine. Macché ordine. Furono i primi a essere divorati dal disordine altrui. Guardate l’elenco degli agenti di Pubblica Sicurezza deportati in Jugoslavia nel 1945. Vengono da ogni angolo d’Italia, e questo già vi dice qualcosa. Da Napoli, da Ragusa, da Enna, da Frosinone, da Rovigo, da Sassari. Gente mandata a Gorizia per servire lo Stato, e dallo Stato poi dimenticata nella maniera più vergognosa che si possa concepire.
Accampora Pasquale, nato a Resina. Adamo Emilio, da Ripi. Adamo Gennaro, da Pozzuoli. E poi Anfuso Aurelio, Anzaloni Bruno, Antuoro Guido, Aurisicchio Francesco, Avellino Luigi, Aloè Nicola. Barbierato Umberto da San Martino di Venezze. Bellanza Giovanni da Mussomeli. Berti Giuseppe Ottavio da Pianiga. Bertela Giuseppe da Salle delle Langhe. Bianco Rosario da Modica. Blundetto Tommaso da Scicli. E avanti, avanti, Borelli Carlo, Bosso Giuseppino, Bucchieri Giuliano, Buffoni Mario, Burlo Giovanni, Buccino Roberto. Cairone Giuseppe da Comittini. I due fratelli Cantile Domenico e Vigilante entrambi da Villa di Briano. Cantone Domenico da Catania. Caratozzolo Salvatore da Messina.
La lista è lunga. Terribilmente lunga. Casini Luigi da Massaro, Cesaro Armidio da Torreglia, Chianese Antonio da Villarico, Cnipa Lionetto da Tubo sul Trasimeno, Chiuzzelin Nazzareno da Fiume. Ciccarone Giovanni da Bitonto, Cinerari Guerrieri Antonio da Vazzola, Colussi Antonio da Cormons, Coppola Ciro da San Giovanni Teduccio, Corderò Michele da Vernate. Crea Giuseppe dalla Calabria. De Dominicis Assunto, Delle Vergini Antonio, Dell’Orco Angelo, De Petri Mario Valentino. Di Lauro Vincenzo Pietro da Manduria, Di Stefano Severino da Ocre. Eremita Carlo da Noia.
E poi? Farzaglia Giuseppe, Fezzi Walter, i due Forcisi Francesco e Paolo da Catania, Giliberto Rosarsio, Giordano Raffaele, Garzarelli Giuseppe, Ingrao Antonino, Isidori Vincenzo, Lamberti Vincenzo, Licitra Giovanni, La Micela Carmelo. Manzione Domenico da Postiglione, Mizza Santo Paolino, Montresor Umberto, Mazzacca Tullio, Monaco Nicola. Olivieri Pasquale da Corato, Pasquale Carmelo, Pennelli Vito, Pezzato Augusto, Pezzone Giovanni, Pierasco Luigi, Puglisi Giovanni, Putignano Aurelio, Pasqual Carlo, Promutico Franco, Querini Cosimo, Romeo Delfio. Scarabei Aldo, Sciammanini Bruno, Severino Stefano, Sortino Gaetano, Savo Sardaro Gerardo. Tenavi Giulio, Tomadini Dino, Tagliasacchi Francesco. Ventin Giovanni, Ventura Giorgio, Zuccoli Mario, D’Ermo Orlando, Gobbo Antonio, Piscopello Amleto.
Roba da matti, eh? Novanta e passa nomi. Solo di agenti. E non è finita, non è finita per niente.
I finanzieri. Adorno Riccardo da Napoli, Anacoreto Umberto, Candileno Salvatore, Capodiferro Antonio da Gioia del Colle. Carbone Michele, Della Zona Giovanni, Diez Francesco, Faè Giuseppe da Sassari. Genda Antonio, Indiani Gennaro, Mariniello Agostino, Marra Francesco, Masara Pietro, Michele Bruno, Mirabella Ignazio, Mucelli Giacomo, Occhioni Pasquale, Pintore Gianbattista, Santariello Felice, Scopelliti Luigi, Sias Antonio, Suligoj Paolo, Vassilich Pietro, Bruno Michele, Chiapparmi Giovanni, Fusco Michele.
E i carabinieri? Una strage nella strage. Abate Umberto da Santo Lucido. Abeni Sante da Loria. Affrunti Francesco. Andaloro Giuseppe da San Cataldo. Allegretti Giovanni, Bassani Paolo da Volterra, Bergognini Giacomo, Betti Guido, Cimino Pasquale, Cossetto Albino da Visinada d’Istria. Dalle Nogare Otello da Vicenza. Dalla Valle Antonio da Santa Maria Capua Vetere. Di Donna Antonio, Dugo Giuseppe da Patagonia, Famichetti Giuseppe, Fiore Agostino, Frisco Salvatore, Fusano Mario. E decine d’altri, Gagliato Francesco, Gagliotti Gino, Gattiglia Carlo da Rimini, Grispo Angelo da Palermo, Guarini Pasquale, Guarnieri Carmelo. Intilisano Biagio da Messina, Laura Silvio da Baiardo, Leone Salvatore da Cinisi, Lorenzini Raffaele, Luisi Luigi, Lombardo Giovanni. Marone Alfonso, Marzocca Ruggero da Barletta, Miccoli Rocco Ciro, Mirenzi Gaetano, Moretti Guido da Roma. Musumeci Orazio da Giarre, Nastasi Sante, Pino Addelico, Pavan Giuseppe, Prescianotto Mario. Cesare Rosario, Rossi Isaia, Ricci Ernesto, Rioldi Giordano. Salari Fiore da Fabriano, Saletti Giuseppe, Scrioni Francesco, Silvestri Mario da Monfalcone, Spada Cosimo. Tancredi Giuseppe, Totaro Natale, Volante Gerardo, Zilli Cosimo, Zuch Massimo, Zanotti Luciano, Zaninelli Giovan Battista, Pellegrino Raffaele, Dessi Ignazio, Garbino Antonio, Totaro Libero, Orlandini Benigno, Valente Gerardo, Draicchio Rocco, Salta Agostino.
Dall’ospedale al lager: deportati perfino dai letti di degenza
E qui casca l’asino. Perché se pensate che almeno i malati fossero stati risparmiati, vi sbagliate di grosso. Dall’ospedale militare del seminario minore di Gorizia vennero prelevati, capite? Uomini che stavano ricoverati. Bandeli Luigi, Bologna Umberto, Brescia Antonio, Brighetto Tullio, Brosolo Duilio, Contin Bruno, Covacich Umberto. De Lorenzo Domenico da Milano. De Simon Aldo, nato addirittura a Maipu in Argentina e finito in un “buco” per colpa dei partigiani titini. Ferrerò Ferruccio da Genova, Fornasetti Romeo, Furlani Oliviero Antonio, Gabrijelcic Rudolf, Gerussi Benito, Giovanetti Diego da Genova, Li Gioì Corrado, Mirengo Fulvio, Moscarda Luciano, Nucci Luigi, Orel Elios, Pochet Felice da Napoli, Puissa Giovanni Matteo, Risotti Natale, Spazzai Mario, Suggin Francesco, Ubaldini Cesare, Vidic Pietro, Anzil Liberale, Rupe Milan, Crosato Massimo, Vaneti Filippo.
Le carceri dell’OZNA a Lubiana ricevettero altri corpi. Battello Marino da Brno, Caloro Giuseppe da Tricase, Cassanego Emilio da Gorizia, Luciani Oscar da Fiume, Marcosig Mario da Mossa, Mosche Vito, Olivi Licurgo, Olivo Engilberto, Pagliaini Mario, Panebianco Santo da Cerignola, Rufolo Alberto da Eboli, Rupeni Furio, Sverzutti Augusto. Prelevati dal carcere tra la fine del ’45 e l’inizio del ’46. Manco a dirlo: dimenticati.
Il XIV Battaglione Costiero perse decine di uomini. Corrente Giordano, Cosulich Teofilo da Gradisca d’Isonzo, Micheloni Silvano, Rigo Angelo, Scrobogna Walter, Vellenich Antonio da Portole d’Istria, Zanuttini Gino. I fratelli Corrazzato Benito e Rodolfo entrambi da Fiume. Deconi Antonio, Genisa Francesco, Luccarini Marino, Schmidt Nevio, Superina Silvio, Marsanich Aurelio, Gallovich Valentino, Januale Raffaele, Zulich Mario, Negro Andrea, Canto Giovanni, Ricabon Aureliano, Luciani Marino, Zanarolo Giuseppe.
I bersaglieri. Vi dico solo questo: l’elenco è talmente lungo che dovrei riempirci un libro. Argenti Fabio da Terni, Asterini Mario da Vicenza, Borghese Mario, Bichelli Nicola, Cadoppi Vittorio da Reggio Emilia, i due Debei Armando e Augusto da Chioggia, Dubbini Giorgio, De Cleva Bruno, Julita Francesco, Landò Caterino, Mastinu Giovanni da Nuoro, Muracca Antonio, Principato Carmelo, Pregnolato Vittorio, Ravenna Giovanni da Milano, Stefani Marcello. E poi un altro fiume di nomi, Bertoluzzi Marino, Busatti Oscar, Degoli Franco, Di Giorgi Giovanni, Di Stefano Salvatore, Ferro Pietro, i due Flaminio Silvano e Vladimiro, Gagliotti Roberto, Marigliano Ennio, Porro Riccardo, Scaringi Domenico, Simone Giacomo, Toderini De Gagliardis Dalla Volta Vincenzo. E ancora Miotto Dante, D’Alessio Alberto, Macchi Giorgio, Spongia Romeo, Pisano Giuseppe. E una quarantina d’altri di cui spesso non si conosce nemmeno il luogo di nascita. Solo un cognome. Un’ombra.
Civili, donne, famiglie intere: la lista che fa tremare
Ma la parte che fa venire il groppo alla gola, che fa venire la rabbia, diciamolo è quella dei civili. Perché qui non parliamo di uomini in divisa. Parliamo di persone qualunque. Donne. Padri di famiglia. Gente che aveva l’unica colpa di essere italiana — o di non essere abbastanza comunista, o di non essere abbastanza jugoslava, o semplicemente di non essere abbastanza invisibile.
Abrile Alberto da Torino. I suoi figli Enzo e Renato nati a Gorizia. Angelini Tullio da Cremona. Appiani Renato. Baggiani Lelio. Baiz Stanislao da Prosecco. Barbasetti Paolo, Barbieri Alfonso, Battigelli Francesco. E poi Bellincar Carolina. Una donna. Tenaglia Liana Lucinda da Trento. Un’altra donna. Chiades Carmen e Chiades Fernanda entrambe da Gorizia. Ciani Sofia da Spalato. Ciuffarin Anna Maria. Cocianni Emilia. Colla Maria. Cracchi Angela Maria Ginetta. Derndich Milena. Dessi Eugenia. Grapulin Dolores. Grion Olga. Gronelli Orestina. Kravos Stanislava. Mastrandea Maria Carmen. Modes Elizabeta. Morassi Flora. Nicolaucig Lidia. Paternolli Giuseppina. Peresson Regina. Picech Maria Luigia. Podgornik Maria. Podgornik Emma. Rajer Marija. Rissdorfer Erminia. Rustia Olga. Sirca Maria. Tercuz Assunta. Pegan Anna.
Donne deportate. Donne scomparse. E ci credo che questa storia la vogliono seppellire.
L’elenco dei civili è sterminato. Bonnesi Ettore, Bramo Giovanni, Brecelj Augusta, Bresciani Carlo, Bressan Guido, Brumatti Marino, Bullo Giuseppe, Burnich Elino. Cadamuro Antonio, i tre Calligaris Augusto, Mario, Emilio, Calvi Amedeo. Cartelli Eugenio da Fiume. Casasola Antonio, Cassanego Saturnino, Cerchier Nicolò, Ceschia Giuseppe. E poi un interminabile fiume di nomi che attraversa tutta l’Italia Cingolani da Recanati, Coniglio da Catania, Contino da Cattolica Eraclea, Cosmi da Palmanova, i due Cossovel, Cossutta Armando, Cuccurullo Girolamo nato ad Aleppo, in Siria, pensate un po’ Curti Fermo, Cussigh Antonio.
I D’Atri Mario e Oscar da Castrovillari. I Dean Antonio e Rodolfo. I De Ferri Bruno, Giuseppe e Mario tutti da Gorizia. Del Franco Eugenio, Della Ricca Lorenzo Luigi. Di Blas Alfredo, Donatini Armando. E poi i Fait Giovanni e Giulio, Ferfoglia Bruno, Fedon Aristide, Ferrari Ciro da Mantova. I Grapulin padre e figlio, entrambi Edoardo, senior e junior. Grossi Teresio, i Gueli Emilio padre ed Emilio Eugenio figlio.
E il campo di concentramento di Borovnica. Chi ci arrivò vivo non sempre ne uscì. Deceduti a Borovnica: Aiello Girolamo da Palermo, Brugo Giovanni da Novara, Carnevali Giustino da Carpi, Cesaro Annidio, Crepaldi Emilio, Landini Antonio da La Spezia, Richetti Ferdinando da Modena, Tischi Alberto da Cremona, Cozzi Serafino. Deceduti a Skofja Loka: Balos Isidoro, Consentino Sebastiano, Liaci Antonio, Mattiech Boris, Stacul Oreste, Tossut Claudio, Urdan Giuseppe, Chierego Manlio. Deceduti a Lubiana: Bach Riccardo, Del Ponte Oscar, Zoratti Pietro. Deceduti ad Aidussina: Chersovani Carlo. Deceduto a Gorizia stessa: Monaco Giuseppe da Palermo.
I militari del MDT IV Reggimento, Antonaci Nicola, Bastante Gino, Bosio Gino, Buiatti Antonio, Bonello Bruno, Candutti Mario, Cosulini Ugo, Fabiani Giuseppe, Gabrielcich Rodolfo, Goriup Guerrino, Josini Ervino, Jacopalli Francesco, Jakopelli Procopio, Lippi Virgilio, Loria Claudio, Massari Mario, Mazzolini Longino, Panizza Vincenzo, Quarantotto Augusto da Pola.
E l’ulteriore elenco di deportati quello che non rientra in nessuna categoria precisa, il che lo rende ancora più inquietante. Alfieri Guido, Assi Renato, Di Biaggio Giuseppe, Di Stefano Carlo, Donatella Orazio. I tre fratelli Medvescek Luigi, Rodolfo, Giuseppe. I tre Sfiligoi Alfredo, Ignazio, Rodolfo. I due Goljevscek Francesco e Raffaello, più Antonio. E poi Fait Giuseppe, Filetti Vittorio, Ferrari Vittorio, Ferrara Sigismondo, Finelli Federico. Gai Guerrino, Gantar Cirillo, i due Gabrielcich Bruno e Stanislao. Ecco il punto: intere famiglie. Non individui. Famiglie.
Vi racconto anche degli appartenenti ai Domobranzi le milizie anticomuniste slovene, altra categoria condannata alla damnatio memoriae. Begus Rodolfo, Crali Antonio, i due Gerbec Riccardo e Andrea da Rocinj, Hladnik Anton, Hvalica Giuseppe, i tre Jug Antonio, Valentino, Hilarij, i due Kogoj Francesco e Bruno, i due Kemperle Lodovico e Giustino, Leban Giovanni, Podreka Antonio, Presen Karel, Samec Albino, Snidersich Agostino, i due Sulligoi Bruno e Pietro. E altri ancora, Leskovic Dusan, Medved Frane, Rakar Alojz, Novak Ivan, Lukan Janez, Erzen Ludvik, Zgavec Frane, Leban Jozef.
Gli scomparsi prima del primo maggio ’45, quelli che non fecero in tempo nemmeno a essere deportati, che sparirono nell’anticamera dell’orrore sono un altro elenco che brucia. Ambrosi Egidio, Badalini Erminio, Belli Renato, Blasizza Alfredo, Bucovini Aldo, Burcheri Cataldo, Bensa Basilio, Biscardi Rosario, Boschin Antonio. E i prelevati dalle carceri di Monfalcone: Andrei Antonio e Stanislao, Bampi Aldo, Colautti Giuseppe, Cortese Mario da Pola, Comandini Olindo, De Carlo Domenico e Marcello, Fattoretto Vittorio, Ferluga Severino. E Maurutto Nella, un’altra donna, nata a Monfalcone.
Qualcuno tornò. I “ritornati”, parola che sembra quasi un miracolo, formano l’unica pagina che non finisce nel buio totale. Agati Antonio, Baucon Giuseppe, Betnazik Corrado, Brizzi Giancarlo, Bertossi Italo. E decine d’altri — Carriera Stefano, Ceccon Virgilio, Cornei Luigi, Cerne Nada (un’altra donna), Chiariotto Guido, Cumar Giordano. Gatti Natalia. Iercich Albina. Komianc Vittoria. Kuemaier Maria. Nefat Elisabetta. Pevere Maria. Princi Emma. Zorattini Giuseppina. Tornarono. Ma cosa portavano dentro? Quale inferno avevano visto?
Poi ci sono quelli riportati solo con nome e cognome. Nient’altro. Gamberale Giorgio. Jakin Egidio. Sorano Pietro. Herbecher Franz. Quattro nomi. Quattro fantasmi senza data di nascita, senza luogo, senza storia conosciuta. Come se non fossero mai esistiti. Come se il mondo potesse cancellarli con un colpo di gomma.
E tu cosa fai? Tu che leggi, tu che passi oltre, tu che pensi che queste siano faccende vecchie, superate, irrilevanti. Vergogna. Ogni nome è una vita. Ogni nome è qualcuno che una mattina si è svegliato a Gorizia e non è mai tornato a dormire nel suo letto. Ogni nome è un buco nel cuore di qualche famiglia che ha aspettato per anni davanti a una porta che non si è mai riaperta.
La memoria non è un optional. La memoria è un dovere. E questi nomi, tutti questi nomi, non sono un elenco. Sono un atto d’accusa. Contro chi li deportò, certo. Ma anche contro chi, per ottant’anni, ha finto che non esistessero.
