5 e 6 novembre 1953: il sangue di Trieste e i sei martiri che l’Italia non può dimenticare

Giuseppe Sartore

6 Novembre 2026

Martiri Triestini del 1953

Trieste 1953: i martiri del novembre

Settantatré anni fa, in due giornate di novembre che la memoria ufficiale italiana ha trattato con un pudore che sfiora la rimozione, a Trieste sei cittadini furono uccisi dalla polizia civile del Territorio Libero di Trieste, un corpo in buona parte composto da elementi filoslavi e indipendentisti che operava sotto il comando militare britannico del generale Thomas Winterton. Non erano combattenti, non erano miliziani: erano studenti, operai, gente comune che protestava perché una bandiera italiana era stata strappata da un pennone municipale e, stando alle testimonianze dell’epoca, bruciata. Questo è il fatto da cui tutto discende, e conviene tenerlo fermo prima di qualunque altra considerazione.

Un tricolore di troppo

Trieste, 5 novembre 1953 1 - copyright ©️ Unione degli Istriani ARCHIVIO STORICO - Fondo ripr. Ugo Borsatti
Trieste, 5 novembre 1953 1 – copyright ©️ Unione degli Istriani ARCHIVIO STORICO – Fondo ripr. Ugo Borsatti

Tutto comincia il 3 novembre 1953. Trieste è occupata militarmente dal giugno 1945 e quella ricorrenza segna la festa del patrono San Giusto e la vigilia dell’anniversario della Vittoria. Il sindaco Gianni Bartoli, nato a Rovigno e poi Vicepresidente dell’Unione degli Istriani per un mandato, fa issare la bandiera italiana sul pennone del Municipio. Il governatore, generale Thomas Winterton, l’aveva espressamente vietato. Bartoli non la ritira, ed a quel punto Winterton manda i suoi uomini, che la tolgono e la requisiscono.
Pare che sia stata poi bruciata, ed è bene dire “pare”, perché la certezza documentale non c’è. A Trieste, però, la voce corse comunque e fu creduta. Si pensi a cosa significava un divieto del genere, una città italiana per lingua, cultura e sentimento della stragrande maggioranza dei suoi abitanti, e un generale straniero che le impone di non esporre la propria bandiera sul proprio Municipio. Eppure, nell’ottobre di quello stesso anno, gli angloamericani avevano dichiarato di voler risolvere la «questione di Trieste».
Proprio allora, quindi, qualcuno riteneva opportuno impartire una lezione di galateo alla città.

Il 4 novembre: la rabbia prende forma

La mattina dopo, alla stazione ferroviaria, si forma un corteo di mille persone. Molti tornano dal Sacrario di Redipuglia, dove si è appena svolta la cerimonia annuale per i caduti della Grande Guerra. Sono gente che ha appena reso omaggio ai morti per l’Italia e si ritrova in una città dove l’Italia è vietata, improvvisano una manifestazione per l’italianità di Trieste. La folla si ingrossa strada facendo. Il corteo arriva in piazza dell’Unità d’Italia e tenta di rialzare il tricolore sul Municipio. In vari quartieri scoppiano cortei e incidenti. Per ora nessuno muore.

Il 5 novembre: piazza Sant’Antonio

Piero Addobbati, detto Pierino Trieste, 5 novembre 1953 - copyright ©️ Unione degli Istriani ARCHIVIO STORICO - Fondo ripr. Ugo Borsatti
Trieste, 5 novembre 1953 – copyright ©️ Unione degli Istriani ARCHIVIO STORICO – Fondo ripr. Ugo Borsatti

Riaprono le scuole e gli studenti scioperano subito, formano un corteo imponente che arriva fino a piazza Sant’Antonio. Interviene la polizia civile, corpo reclutato in buona parte tra elementi locali filoslavi e indipendentisti, i ragazzi la accolgono con sassi, e la polizia risponde con idranti e manganelli. Gli studenti si rifugiano nella grande chiesa che si affaccia sulla piazza, e anche lì vengono picchiati. Il vescovo Antonio Santin, rovignese come il sindaco, fissa per il pomeriggio la cerimonia di riconsacrazione della chiesa.

Antonio Zavadil Trieste, 5 novembre 1953 - copyright ©️ Unione degli Istriani ARCHIVIO STORICO - Fondo ripr. Ugo Borsatti
Trieste, 5 novembre 1953 – copyright ©️ Unione degli Istriani ARCHIVIO STORICO – Fondo ripr. Ugo Borsatti

La notizia gira per la città e alla funzione accorrono migliaia di triestini e di istriani. È una cerimonia religiosa, con una folla che prega, ma quando la polizia civile si ripresenta sul posto, tornano gli incidenti. Un ufficiale inglese apre il fuoco, i poliziotti lo imitano. Cadono Piero

Addobbati, per tutti Pierino, e Antonio Zavadil, decine di altri ragazzi restano feriti. Segnaliamo che un ufficiale inglese ha sparato per primo, non si tratta di un dettaglio. Le fotografie ritraggono Pierino Addobbati e Antonio Zavadil nel momento del loro martirio.

Addobbati aveva vent’anni quando fu ucciso in quella piazza, Zavadil era poco più grande. Le fotografie scattate in quelle ore, alcune pubblicate negli anni successivi dalle associazioni degli esuli come l’Unione degli Istriani, mostrano corpi a terra, folla che si disperde, il selciato della piazza. Sono documenti storici, e come tali andrebbero trattati nelle scuole italiane, invece di essere relegati agli archivi di chi ha ancora la memoria e la cura di conservarli.

Il 6 novembre: la città risponde

Il giorno successivo una folla immensa attraversa Trieste, decisa a colpire i simboli dell’occupazione inglese e le organizzazioni indipendentiste. Il tricolore torna a sventolare sul Municipio e sul palazzo del Lloyd Triestino, la compagnia di navigazione che era stata il cuore economico della città asburgica e che nel dopoguerra sopravviveva in condizioni precarie sotto l’amministrazione alleata. La rabbia si dirige poi verso la Prefettura. La polizia civile apre di nuovo il fuoco, e lo fa sparando ad altezza d’uomo. Muoiono Francesco Paglia, Leonardo Manzi, Saverio Montano ed Erminio Bassa.
Il bilancio delle due giornate è questo:
– centocinquantatré feriti, ottantadue dei quali da arma da fuoco;
– decine di arresti e di condanne;
– sei morti.

A questi se ne deve aggiungere un settimo. Stelio Orciuolo, studente ventenne, morì un anno dopo per i postumi di una manganellata. Anche il suo nome va pronunciato quando si parla di quei giorni. Notate la sproporzione. Da una parte sassi e bandiere, dall’altra pistole puntate sulle persone. Centocinquantatré feriti, e più della metà colpiti da arma da fuoco: chi sparava mirava ai manifestanti, non li disperdeva. Eppure sono ancora in tanti a parlare di “disordini”, come se fosse caduto un vaso da un davanzale.

La reazione degli alleati

I fatti di Trieste sconvolsero l’Italia intera e fecero rumore nelle cancellerie “alleate”, gli americani condannarono gli inglesi per l’uso spropositato della forza. Altro che missione di pace e di civiltà: nel novembre 1953 gli stessi alleati si rimproveravano a vicenda per il sangue versato in una piazza italiana. Non era una posizione di pura facciata: Washington aveva interessi strategici nell’area adriatica e guardava con preoccupazione a qualunque episodio che potesse alimentare il nazionalismo italiano in senso antioccidentale, spingendo l’elettorato verso il Partito Comunista, allora il più forte d’Europa occidentale. La condanna americana aveva quindi una sua logica di Realpolitik, ma non cambia la sostanza: sei persone erano morte per aver difeso una bandiera. Ricordiamo anche che da quel 12 giugno 1945, per noi il vero giorno della Liberazione di queste terre dalle violenze della guerra e dai soprusi nazionalisti slavi, erano passati ormai più di otto anni. Otto anni di governo militare, di attesa, di promesse rimandate. I triestini non chiedevano nulla di eccezionale: volevano tornare all’Italia. Quando un’attesa si trascina così a lungo, anche un divieto sulla bandiera diventa una provocazione.

Il contesto: Trieste occupata e la questione irrisolta

Per capire perché quei giorni di novembre esplosero con quella violenza, bisogna ricordare cos’era Trieste nel 1953. La città era stata occupata militarmente dagli angloamericani nel maggio 1945, dopo una corsa contro il tempo con le truppe di Tito che avevano già preso il controllo di Pola, Fiume e dell’Istria. Il Trattato di Parigi del 1947 aveva istituito il Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone: la Zona A, con Trieste città, sotto amministrazione anglo-americana, e la Zona B, con l’Istria nordoccidentale, sotto amministrazione jugoslava. Un assetto provvisorio che si trascinava da anni senza soluzione, mentre la popolazione italiana della Zona B subiva pressioni crescenti che avrebbero portato, negli anni successivi, all’esodo di massa.

L’8 ottobre 1953, poche settimane prima dei moti, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano annunciato l’intenzione di ritirare le proprie truppe dalla Zona A e di consegnarla all’Italia. La dichiarazione aveva scatenato proteste violente in Jugoslavia e aveva riacceso le speranze degli italiani di Trieste, che aspettavano da otto anni una definizione del loro status. In questo clima già incandescente, il gesto di Winterton che faceva rimuovere il tricolore dal Municipio aveva il sapore di una provocazione, o quanto meno di un’ottusità amministrativa difficile da spiegare con la sola burocrazia militare.

I moti di novembre accelerarono i tempi. Un anno dopo, il 26 ottobre 1954, con il Memorandum di Londra, Trieste tornò formalmente all’Italia. L’Istria nordoccidentale rimase alla Jugoslavia, e con essa il destino di decine di migliaia di italiani che nei mesi e negli anni successivi avrebbero abbandonato le loro case, le loro terre, i loro cimiteri. Il confine che si consolidò in quei mesi del 1954 era già scritto nel Trattato di Parigi del 1947, ma i morti di novembre 1953 pesarono sulla coscienza delle cancellerie alleate abbastanza da rendere politicamente impossibile qualunque ulteriore concessione a Belgrado sulla Zona A.

Trieste, 5 novembre 1953 1 - copyright ©️ Unione degli Istriani ARCHIVIO STORICO - Fondo ripr. Ugo Borsatti
Trieste, 5 novembre 1953 1 – copyright ©️ Unione degli Istriani ARCHIVIO STORICO – Fondo ripr. Ugo Borsatti

Nella Zona B rimasero ad abitare 50.000 italiani, speravano che, mutata la situazione internazionale, prima o poi anche quel lembo sarebbe tornato all’Italia, e intanto sopportarono per anni angherie, pressioni e vessazioni da parte del regime titoista. Il punto più alto di quelle pressioni coincise con le elezioni amministrative del 16 aprile 1950 e poi con le violenze scatenate nell’ottobre 1953, dopo la dichiarazione angloamericana sulla «questione di Trieste», è la stessa dichiarazione che a Trieste suscitò speranza. Nella Zona B, per gli italiani, fu l’inizio di mesi ancora peggiori, mentre a Trieste si manifestava per la bandiera, a pochi chilometri di distanza chi parlava italiano pagava con le persecuzioni la sola ipotesi che l’Italia potesse tornare. Un solo evento, due territori, due destini opposti.

Dopo il sangue

Il 5 ottobre 1954, a Londra, fu siglato il «Memorandum d’Intesa» tra Italia, Jugoslavia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Cessava il Territorio Libero di Trieste. Trieste e la restante parte della Zona A passavano all’amministrazione italiana, la Zona B finiva definitivamente sotto l’amministrazione civile jugoslava. A Trieste, tutti gli abitanti di sentimenti italiani festeggiarono, nella Zona B accadde l’opposto: gli istriani, ancor più vessati, fuggirono in massa. Se ne andarono altri 50.000 italiani, quelli che fino all’ultimo avevano sperato. Quando il Governo italiano rinunciò formalmente alla sovranità sulla Zona B, con il Trattato di Osimo del 1975, erano passati più di vent’anni. Già nel 1954 si capì però quale sarebbe stato l’assetto finale del confine, e questa consapevolezza spense ogni residua speranza di chi di lì a poco avrebbe fatto le valigie. È in questo quadro che vanno letti i morti di piazza Sant’Antonio e delle vie intorno alla Prefettura.
Chi se li ricorda come un episodio locale non ha capito che sono stati l’ultimo atto di una lunga stagione, e il primo di un’altra. Sei triestini caddero mentre la città aspettava di sapere se sarebbe tornata all’Italia.

Una memoria che l’Italia fatica ancora a fare propria

Il problema con la memoria dei moti del 1953 è che in Italia non è mai diventata memoria nazionale nel senso pieno del termine. Il Giorno del Ricordo, istituito dalla legge 92 del 2004, ha portato il 10 febbraio nelle scuole e nei calendari istituzionali, ma i nomi di Piero Addobbati, Antonio Zavadil, Francesco Paglia, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Erminio Bassa e Stelio Orciuolo restano sconosciuti alla stragrande maggioranza degli italiani. Non è una colpa individuale: è il risultato di decenni in cui quella storia è stata considerata scomoda, perché metteva in imbarazzo gli alleati britannici, perché toccava la questione jugoslava in un momento in cui Tito era un interlocutore prezioso per l’Occidente, perché gli esuli giuliano-dalmati erano troppo spesso liquidati come nostalgici o, peggio, come fascisti.

Quella liquidazione era ingiusta allora e resta ingiusta oggi. Bartoli era un sindaco democraticamente eletto che issava la bandiera del suo paese su un edificio pubblico. Santin era un vescovo che riconsacrava una chiesa profanata. I ragazzi che manifestavano in piazza Sant’Antonio erano studenti che protestavano contro un atto che percepivano come un’umiliazione nazionale. Furono uccisi per questo. Meritano di essere ricordati con i loro nomi, con le date precise, con i fatti documentati, senza retorica e senza la polvere dell’oblio.

Settantatré anni sono tanti. Non sono però abbastanza per smettere di fare i conti con quello che accadde in quelle due giornate di novembre, in una città italiana occupata da truppe straniere, dove sei persone morirono perché volevano che la loro bandiera restasse sul pennone del loro Municipio.

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Domande frequenti

Chi erano le vittime dei moti di Trieste del novembre 1953?

Le vittime accertate furono sei: Piero Addobbati e Antonio Zavadil, uccisi il 5 novembre in piazza Sant’Antonio, e Francesco Paglia, Leonardo Manzi, Saverio Montano ed Erminio Bassa, uccisi il 6 novembre. A questi si aggiunge Stelio Orciuolo, studente ventenne morto nel 1954 per i postumi di una manganellata ricevuta durante gli scontri, portando il totale a sette.

Perché scoppiarono i moti di Trieste nel novembre 1953?

La scintilla fu la rimozione del tricolore dal Municipio di Trieste ordinata dal generale britannico Thomas Winterton dopo che il sindaco Gianni Bartoli lo aveva issato il 3 novembre, giorno di San Giusto. La bandiera fu requisita e, secondo testimonianze dell’epoca, bruciata. L’episodio si inseriva in un clima già teso: il 8 ottobre 1953 angloamericani avevano annunciato l’intenzione di cedere la Zona A all’Italia, suscitando speranze nella popolazione italiana e tensioni con la Jugoslavia.

I moti del 1953 portarono davvero Trieste all’Italia, o il risultato fu comunque una sconfitta per gli italiani dell’Istria?

È una domanda legittima. Trieste tornò all’Italia con il Memorandum di Londra del 26 ottobre 1954, ma l’Istria nordoccidentale (Zona B) rimase alla Jugoslavia. I moti accelerarono la trattativa sulla Zona A, ma non modificarono il destino dell’Istria, da cui nei mesi e negli anni successivi si consumò l’esodo di decine di migliaia di italiani. Per chi era rimasto al di là del confine, il novembre 1953 segnò la fine delle speranze di un diverso esito territoriale.